Per la prima bugia fu messo sul tavolo «un contratto del valore di mezzo milione di dollari all’anno, circa 850.000 sterline al giorno d’oggi. Il cliente che avrebbe pagato la cifra era la Global Climate Coalition (GCC), che rappresentava le industrie del petrolio, del carbone, dell’auto, dei servizi pubblici, dell’acciaio e delle ferrovie. Era alla ricerca di un partner per la comunicazione che modificasse la narrativa sul cambiamento climatico», scrive Bbc News. La bugia sul Clima ha una data di nascita e anche un padre: E. Bruce Harrison. È l’inizio dell’autunno 1992. Harrison è un professionista stimato nell’ambito delle pubbliche relazioni sui temi dell’ambiente. È in una sala affollata da dirigenti d’azienda, e a un tratto si alza. Tiene un discorso sconvolgente. Poi si risiede e la più grande bugia inizia a camminare per il mondo

Una tromba marina nel porto di Genova; eventi meteorologici estremi sempre più frequenti alle latitudini del Mediterraneo

L’articolo di LAURA CALOSSO

ESTATI TORRIDE, FUSIONE dei ghiacciai, eventi atmosferici estremi. Eppure qualcuno nega ancora l’evidenza. Perché? È vero che la Terra da sempre vede l’alternarsi di fasi calde e fredde, ma perché negare la notevole responsabilità delle attività umane nella deriva climatica che stiamo vivendo? La risposta potrà sorprendervi. Al contrario del famoso detto popolare, le bugie non hanno affatto le gambe corte, anzi, ci sono bugie che hanno gambe lunghissime, in grado di attraversare i decenni. 

E. Bruce Harrison, all’inizio della sua carriera al servizio dei lobbisti delle compagnie petrolifere. I membri di The Global Climate Coalition erano attivi contro il primo rapporto degli scienziati dell’Ipcc nel 1992 e al primo summit della Terra di Rio de Janeiro per deviare l’attenzione dei governi di tutto il mondo dalle responsabilità delle compagnie petrolifere nei cambiamenti climatici. La società di pubbliche relazioni costruita da E. Bruce Harrison e dalla moglie Patricia Harrison (divenuta consulente del presidente George W. Bush e ripagata con un incarico al Dipartimento di Stato) ha speso un milione di dollari all’anno dal 1989 al 1997 in pubblicità, 13 milioni di dollari nel solo 1997 per far fallire la conferenza di Kyoto sulle misure per contrastare l’effetto serra, 63 milioni di dollari in contribuiti alla campagna negazionista negli anni ’90 sugli effetti nefasti dei combustibili fossili

La bugia sul Clima ha una data di nascita e anche un padre: E. Bruce Harrison. È l’inizio dell’autunno 1992. Harrison è un professionista stimato nell’ambito delle pubbliche relazioni sui temi dell’ambiente. È in una sala affollata da dirigenti d’azienda, e a un tratto si alza. Tiene un discorso sconvolgente. Poi si risiede e da quel momento la più grande bugia sul Clima inizia a camminare per il mondo.

Cosa aveva detto Harrison nel suo discorso? Aveva negato la rilevanza delle fonti fossili (petrolio, carbone, gas etc.) nel riscaldamento del pianeta. Perché? In ballo — come segnala un articolo della BBC [leggi qui] —  «c’era un contratto del valore di mezzo milione di dollari all’anno, circa 850.000 sterline al giorno d’oggi. Il cliente che avrebbe pagato la cifra era la Global Climate Coalition (GCC), che rappresentava le industrie del petrolio, del carbone, dell’auto, dei servizi pubblici, dell’acciaio e delle ferrovie. Era alla ricerca di un partner per la comunicazione che modificasse la narrativa sul cambiamento climatico».

Per quale ragione era necessario modificare la narrativa ambientale? Facciamo un passo indietro. «La GCC era stata fondata solo tre anni prima, nel 1989, come forum per i membri aderenti», spiega la BBC: «serviva per scambiare informazioni e fare pressione sui politici contro le azioni per limitare le emissioni di combustibili fossili. Sebbene gli scienziati stessero compiendo rapidi progressi nella comprensione del cambiamento climatico, e il problema fosse sempre più sentito da diventare una questione politica, nei primi anni di attività, la coalizione GCC non vedeva motivi di allarme. Il Presidente George HW Bush era un ex petroliere e, come disse un lobbista senior alla BBC nel 1990, il suo messaggio sul clima era il messaggio della GCC».

Uno dei “fact cecking” diffusi da E. Bruce Harrison per conto dei suoi clienti su cui sono state montate campagne di stampa e generosi finanziamenti a ricercatori prezzolati per sostenere l'”innocenza” dei combustibili fossili nella crisi climatica 

Questo orientamento politico garantiva che non ci sarebbero state riduzioni obbligatorie nell’uso dei combustibili fossili. Ma l’impostazione del discorso, a metà 1992 era cambiata. A giugno, la comunità internazionale aveva sviluppato un disegno per l’azione sul clima, a Rio de Janeiro dal 3 al 14 s’era svolto il primo Summit dell’Onu sulla Terra, con tutti i capi di Stato e di governo. Le elezioni presidenziali di novembre avevano portato alla Casa Bianca l’ambientalista Al Gore in veste di vicepresidente di Bill Clinton. Era chiaro che la nuova amministrazione avrebbe cercato di regolamentare i combustibili fossili. A questo punto, la coalizione GCC si rese conto di aver bisogno di un supporto strategico per la comunicazione, e indisse una gara d’appalto per le pubbliche relazioni. Proprio quella gara, ambitissima per il denaro dell’ingaggio, venne vinta dalla società di Harrison col suo abile intervento nell’assemblea dei dirigenti d’azienda. 

L’ex vicepresidente degli Stati Uniti Al Gore sconfitto da George W. Bush. I lobbysti diretti da E. Bruce Harrison indussero il nuovo presidente a ritirare la firma degli Stati Uniti dal Protocollo di Kyoto firmato nel 1997 da Bill Clinton;  la stessa strategia vincente è stata utilizzata per ritirare la firma dagli accordi di Parigi del 2015 ad opera di Donald Trump. A giudizio di Al Gore, le bugie della Global Climate Coalition (GCC) sono «l’equivalente morale di un crimine di guerra. Per molti versi è il crimine più grave del secondo dopoguerra. Le conseguenze sono quasi inimmaginabili»

«La storica dei media Melissa Aronczyk, che ha intervistato Harrison prima della sua morte nel 2021, dice che era un perno strategico per i suoi clienti. Si assicurava che tutti avessero la stessa visibilità. Era un maestro in quello che faceva», anche se quel che faceva pare non essere, per così dire, ineccepibile. Secondo la BBC, Harrison, che operava già dal 1973 (dopo aver frequentato il sottobosco politico-affaristico di un senatore dell’Alabama) «aveva all’attivo una serie di campagne per alcuni dei maggiori inquinatori degli Stati Uniti. Aveva lavorato per l’industria chimica screditando la ricerca sulla tossicità dei pesticidi, per l’industria del tabacco, e aveva condotto una campagna contro l’inasprimento delle norme sulle emissioni per le grandi case automobilistiche. Harrison aveva costruito uno studio di relazioni pubbliche considerato fra i migliori del suo paese».

È evidente che la bugia riguardo all’uso delle fonti fossili pesa tutt’oggi, così come la propaganda che nega un ruolo dell’umanità  nell’accelerazione del riscaldamento globale. Tutto questo impedisce di trovare soluzioni valide, e ci condanna a un futuro molto difficile. La dimostrazione che ci sono interessi contrastanti nel limitare i danni umani al pianeta riguarda anche il consumo del suolo. Il nuovo rapporto Snpa 2022 di Ispra  è allarmante. In un anno la copertura artificiale del suolo con il cemento è aumentata di quasi 70 chilometri quadrati. Il cemento, a livello nazionale, ricopre il suolo per complessivi 21.500 chilometri quadrati, e il 25% del “suolo consumato” è ricoperto da edifici, pari a 5.400 chilometri quadrati, ovvero un territorio grande quanto l’intera Liguria.

Il cratere di Batagaika nella Siberia orientale, con una larghezza di circa 800 metri in aumento, è il più grande di una serie di crateri simili presenti nell’Artide. Con lo scioglimento del permafrost causato dal cambiamento climatico, il suolo collassa, formando crateri e laghi. Foto di Katie Orlinski pubblicata sul National Geographic del 13 marzo 2022

Secondo il rapporto, esistono soluzioni possibili per rimediare al danno crescente: ci sono oltre 310 chilometri quadrati di edifici non utilizzati e degradati in tutta Italia, una superficie pari all’estensione di Milano e Napoli. La rigenerazione delle aree potrebbe partire da lì. Dai dati sembra però che non ci sia volontà di risolvere: nel periodo 2006-2021 l’Italia ha perso 1.153 chilometri quadrati di suolo naturale o seminaturale, in media 77 chilometri quadrati all’anno. Ciò ha prodotto un danno economico stimato intorno agli 8 miliardi di euro. Secondo Ispra i dati peggiorano a causa dell’espansione urbana e delle trasformazioni collaterali che rendono il suolo impermeabile, con conseguente aumento degli allagamenti, delle ondate di calore estremo, della perdita di aree verdi e della biodiversità.

Eppure, nonostante i danni evidenti, il problema climatico continua a essere invisibile a molti. E la bugia dalle gambe lunghissime da cui siamo partiti? Per Al Gore, come riporta l’articolo di Jane McMullen su BBC News, essa è «l’equivalente morale di un crimine di guerra. Per molti versi è il crimine più grave del secondo dopoguerra, in ogni parte del mondo. Le conseguenze di ciò che hanno fatto sono quasi inimmaginabili». © RIPRODUZIONE RISERVATA


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Scrittrice, giornalista e traduttrice, laureata in Scienze Politiche e in Lettere, Culture moderne comparate, Letteratura tedesca. Ha lavorato come giornalista e addetta stampa. La carriera di scrittrice è iniziata con una menzione di merito al Premio Calvino, edizione 2008/2009, e il primo romanzo "A ogni costo, l'amore" pubblicato da Mondadori nel 2011. Il giornalismo d’inchiesta è la sua passione. Lavora nel mondo dell’editoria e per la Rai.

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