Agostino Re Rebaudengo, presidente di Elettricità Futura (l’organizzazione di Confindustria del settore elettrico) con oltre 500 imprese associate, ci parla dell’urgenza di intervenire lungo la tortuosa strada della transizione energetica italiana. «Nei primi 3 mesi del 2022 la Germania ha installato 5 volte la quantità di rinnovabili dell’Italia nello stesso periodo. Tra il 2017 e il 2021 la produzione di energia elettrica da rinnovabili da noi è aumentata del 13%: la media europea è del 22%, del 26% a livello mondiale». Le Regioni non individuano le aree idonee e non programmano i territori: «Pronti investimenti per 85 miliardi di euro. In tre anni possiamo installare 60 Gigawatt di rinnovabili, dimezzando la nostra dipendenza dal gas russo e creando 80.000 nuovi posti di lavoro nel settore»


L’intervista di ANNA MARIA SERSALE con AGOSTINO RE REBAUDENGO, presidente Elettricità Futura

FARE DI PIÙ e più in fretta, accelerare in Italia la transizione energetica per uscire dalla dipendenza dai fossili e liberarci dalle forniture russe, in particolare da quel 40% di gas che acquistiamo da Mosca. C’è bisogno di politiche coraggiose per tagliare i tempi della burocrazia, che da noi bloccano investimenti e progetti per le fonti rinnovabili da troppo tempo in attesa del semaforo verde. A sbarrare il passo ci sono procedure farraginose e scarsa programmazione. Ma la crisi climatica e ora la guerra della Russia contro l’Ucraina rendono sempre più urgente il passaggio al green, anche per le pesanti conseguenze del conflitto: da noi la crescita è in calo, mentre salgono il deficit, l’inflazione e i tassi di interesse. Le stime incoraggianti del post Covid, infatti, sono state accantonate. Per l’Italia una fase davvero difficile. Per questo, per capire come uscirne e quali interventi mettere in campo nel settore energetico, abbiamo intervistato uno dei protagonisti più impegnati sul fronte della transizione, Agostino Re Rebaudengo, economista e presidente di Elettricità Futura, l’organizzazione di Confindustria del settore elettrico con oltre 500 imprese associate. 

Presidente Re Rebaudengo, come risolvere in modo strutturale la grave emergenza energetica?

«Possono esistere più vie alternative per rispondere all’emergenza energetica. Ma per aumentare l’indipendenza, rispettare gli impegni assunti dall’Italia con il Pnrr e con la sottoscrizione degli obiettivi europei, e darci anche una possibilità di scongiurare le conseguenze peggiori del cambiamento climatico, l’unica soluzione è dare una decisa accelerazione allo sviluppo delle rinnovabili, accompagnata da una spinta all’elettrificazione dei consumi e all’efficienza energetica. Oggi le rinnovabili sono le tecnologie in assoluto più competitive, sia in termini di costi di produzione dell’energia elettrica che di performance ambientali. Il settore elettrico italiano ha proposto un Piano per tagliare il 20% delle importazioni di gas attraverso l’installazione di 60 GW di impianti rinnovabili che siamo pronti a costruire nei prossimi 3 anni. Questo Piano è stato elaborato ben prima dell’invasione russa dell’Ucraina, perché la dipendenza dalle importazioni di gas è uno storico svantaggio competitivo dell’Italia, come non è certo una novità la volatilità del prezzo dei combustibili fossili. Che accelerare le rinnovabili sia la soluzione strutturale lo ha di recente confermato l’Europa. Il nuovo Piano REPowerEU, nato come strategia per staccarsi dal gas russo, ha alzato l’obiettivo rinnovabili dal 40%, previsto dal Fit for 55 (ridurzione delle emissioni climalteranti), al 45% al 2030. Il G7 che si svolgerà a giugno, come proposto dalla Presidenza tedesca, metterà sul tavolo l’impegno a rimuovere ogni ostacolo burocratico per accelerare le rinnovabili. La Germania nei primi 3 mesi del 2022 ha installato 5 volte la quantità di rinnovabili che l’Italia ha fatto nello stesso periodo. Tra il 2017 e il 2021 la produzione di energia elettrica da rinnovabili in Italia è aumentata solo del 13%, rispetto ad una media europea del 22% e del 26% a livello mondiale. Siamo agli ultimi posti in questa classifica!».

È vero che il Dl Energia fatto dal governo fa poco per le fonti rinnovabili, mentre spinge sui fossili? Oltre al freno derivante dalle lentezze burocratiche, mi pare ci sia un altro nodo, quello della pianificazione cui dovrebbero provvedere le Regioni. Un’accurata programmazione sul che cosa fare e dove farlo può far superare le contrapposizioni?

«Siamo alla quarta ondata di semplificazioni delle rinnovabili. La volontà del Governo di semplificare forse c’è, ed è molto probabile che faremo di più, ma di più rispetto al nulla fatto negli ultimi anni. Continua a mancare un’organica riforma della governance dei processi autorizzativi, i provvedimenti sono frammentati, siamo sprovvisti di una visione complessiva della programmazione energetica a medio lungo termine. Il Decreto legislativo Energia ha ampliato le aree da considerare sicuramente idonee, a dimostrazione dell’urgenza di disporre di una chiara mappatura delle aree dove fare gli impianti. Nelle more della loro definizione, infatti, le Regioni rimandano le autorizzazioni. È apprezzabile lo sforzo del Governo, però, in ogni caso, le Regioni hanno tempo fino a dicembre 2022 per stilare l’elenco delle aree, quindi fino ad allora non potremo dire di aver sciolto il nodo. Il Decreto legislativo Aiuti, ora in fase di conversione parlamentare, prevede che siano idonee tutte “le aree che non sono ricomprese nel perimetro dei beni sottoposti a tutela ai sensi del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42 (Codice dei Beni culturali e del Paesaggio), né ricadono nella fascia di rispetto dei beni sottoposti a tutela ai sensi della parte seconda oppure dell’articolo 136 del medesimo decreto legislativo”. Ci pare un approccio efficace, tranne che per l’estensione delle fasce di rispetto che, a nostro parere, è troppo ampia. Sicuramente, colmare i vuoti di pianificazione è un passo necessario per far ripartire la transizione energetica. Le Regioni non hanno adeguato i Piani energetici regionali suddividendo l’obiettivo rinnovabili. Queste lacune rafforzano l’opposizione delle Soprintendenze che continuano a bocciare la maggior parte dei progetti».

Se non erro ci sono una settantina di progetti per l’eolico in attesa di verifica di procedibilità, ma c’è uno stallo. Cos’è che blocca tutto? 

«Secondo i dati forniti dalla Direzione generale del ministero della Cultura, nell’audizione dello scorso 28 aprile presso la Commissione parlamentare bicamerale per la semplificazione, nell’ultimo anno le richieste per progetti rinnovabili (compresi nel Piano nazionale di ripresa e resilienza – Pnrr, e attuativi del Piano nazionale integrato per l’energia e il clima – Pniec) sono cresciute da 84 a 575. Oltre ai 69 progetti eolici in attesa di verifica di procedibilità e 101 in lavorazione, ci sono anche 357 progetti fotovoltaici in attesa di procedibilità e 48 in fase istruttoria. Il ministero della Cultura ha spiegato che esiste un collo di bottiglia creato da un lato dalla carenza di personale negli uffici preposti, dall’altro dalla mancanza della mappa (regionale) delle aree idonee alle nuove installazioni rinnovabili. Uno degli ultimi casi davvero emblematici di quanto possano essere incredibili certi NO delle Soprintendenze, è  il blocco di una centrale geotermica. La Regione Toscana ha dato il via libera, il Comune ha dato l’ok, semaforo verde anche dalla Conferenza dei servizi. Eppure, inspiegabilmente la Soprintendenza ha detto no ad un impianto da realizzare in area industriale. È solo uno dei tanti, troppi, progetti bloccati senza plausibili motivazioni. Credo si renda necessaria e urgente, soprattutto a fronte della grave emergenza energetica, un’azione di responsabilizzazione dei funzionari ma anche dei politici al raggiungimento di specifici target per la realizzazione di nuovi impianti a fonte rinnovabile».

Pannelli solari installati sopra i tetti di una fattoria – Foto di D Cannon da Pixabay

È possibile immaginare un fronte comune tra ambientalismo serio e imprenditori interessati ad un mondo eco-sostenibile? Lei cosa ne pensa?

«Assolutamente sì, è possibile. Il Piano 60 GW di rinnovabili in 3 anni di Elettricità Futura ha ricevuto immediatamente il forte appoggio delle principali associazioni ambientaliste. L’ambiente per essere salvato dagli impatti del cambiamento climatico ha bisogno di nuove infrastrutture, anche energetiche. L’innovazione si diffonde sul territorio permettendo lo sviluppo di nuove opere coerenti con i target climatici. È da tempo tramontata l’era in cui fare industria si poneva in contrapposizione con la tutela del clima e dell’ambiente. Oggi le imprese che crescono di più sono proprio quelle che hanno investito in sostenibilità e/o stanno riconvertendo i processi produttivi verso l’eco-compatibilità. Chi oggi investe in nuova capacità rinnovabile, più che per tutelare il clima, lo fa per la crescente competitività delle tecnologie. Quindi è assolutamente possibile e auspicabile un fronte comune tra ambientalismo e imprese, laddove appunto gli interessi dell’ambiente coincidono con l’avanzata della transizione energetica sui territori. Affinché ciò avvenga, è indispensabile sfatare alcuni falsi miti che ancora dilagano nell’opinione pubblica, come l’errata convinzione che il fotovoltaico sottragga spazio all’agricoltura».

Un parco eolico – Foto di Ben Kerckx da Pixabay

  Lei aveva chiesto alle Regioni di autorizzare entro giugno di quest’anno il piano per l’installazione di 60 GW da realizzare in un triennio, con 20 GW l’anno. A che punto siamo? Ci sono state risposte o la politica tergiversa?

«Il 25 febbraio scorso, insieme a Renato Mazzoncini, vice presidente Elettricità Futura e amministratore delegato A2A, Nicola Lanzetta, vice presidente Elettricità Futura e direttore Enel Italia, Paolo Luigi Merli, vice presidente Elettricità Futura e amministratore delegato Erg, e Giuseppe Argirò, membro del Consiglio Direttivo Elettricità Futura e amministratore delegato CVA, ho presentato il Piano del settore elettrico italiano per dare una soluzione strutturale all’emergenza energetica aumentando l’indipendenza del Paese attraverso una forte accelerazione delle energie rinnovabili. Il Piano ha da subito accolto il favore di diversi gruppi politici. Dopo pochi giorni dalla conferenza stampa di presentazione del Piano abbiamo appreso che è previsto un rafforzamento della capacità operativa delle due Commissioni Pnrr-Pniec e Via-Vas attraverso un loro potenziamento organizzativo. Una notizia sicuramente positiva, vuol dire che aumentano le possibilità di semplificare uno dei passaggi dell’iter autorizzativo, che però poi si blocca allo step successivo. Per questo avevamo chiesto la nomina di un Commissario, una figura che avrebbe potuto guidare la transizione energetica accelerata anche con le azioni straordinarie che sarebbero necessarie. Attualmente, circa il 70% dei progetti eolici e fotovoltaici sono bloccati lungo l’iter autorizzativo».

Uno schema preso dal Blog di Agostino Re Rebaudengo

C’è un piano integrato per energia e clima, il Pniec, che affianca il Pnrr. Lei pensa che contenga proposte adeguate?

«Il presupposto dell’adeguatezza di qualunque Piano strategico è il suo aggiornamento, la sua capacità di stare al passo con le evoluzioni del contesto. Il Piano italiano energia e clima è fermo al 2019, cioè non è aggiornato rispetto agli obiettivi europei del Fit for 55 che in aggiunta stanno per essere rialzati dal nuovo Piano europeo RePowerEU. Non sono soltanto le evoluzioni europee a evidenziare la gravità della mancanza di una strategia energetica nazionale, è a fronte dell’emergenza che stiamo attraversando che non si spiega il perdurare di questa assenza. Più di un anno fa era atteso il nuovo Pniec, adesso è davvero irrimandabile dotare il Paese di uno strumento fondamentale per la sicurezza energetica. I ritardi normativi generano incertezza e frenano gli investimenti. Sul mio Blog www.rerebaudengo.it ho creato il Ritardometro, una sezione in cui evidenzio il ritardo nell’emanazione dei provvedimenti che dovrebbero permettere la transizione energetica. Purtroppo l’elenco dei provvedimenti mancanti è lungo come lo sono i ritardi accumulati».

  Quale potrebbe essere l’entità degli investimenti da parte del settore elettrico italiano, rappresentato da Elettricità Futura? E qual è il ruolo istituzionale dell’Associazione che lei presiede e che raggruppa oltre 500 imprese?

«Per realizzare l’obbiettivo 60 GW di nuovi impianti rinnovabili il settore elettrico ha pronti investimenti per 85 miliardi di euro. Tra i benefici che possono conseguirne vi è la creazione di 80.000 nuovi posti di lavoro nel solo settore elettrico. A breve presenteremo anche un nuovo studio sui vantaggi economici e occupazionali per la filiera industriale dell’indotto realizzabili in Italia grazie alla transizione energetica accelerata. Mettere a disposizione dei decisori pubblici dati e informazioni sui benefici di accelerare lo sviluppo delle rinnovabili, è certamente uno dei compiti che Elettricità Futura svolge con l’obiettivo di offrire una base informativa affidabile per i processi decisionali e restituire la direzione di sviluppo che le imprese del settore elettrico italiano intendono seguire. Dedichiamo grandi energie ad alimentare un confronto costante con le Istituzioni, affinché la visione del settore possa trovare corrispondenza in scelte politiche capaci di consentire l’avvio di nuovi investimenti e di rimuovere le barriere che ancora impediscono l’accelerazione della transizione energetica. Elettricità Futura rappresenta il 70% del mercato elettrico italiano ed è impegnata anche a condividere le istanze degli Associati sui tavoli istituzionali in Europa, collaborando con le principali Associazioni del settore a livello europeo, oltre che nazionale. Svolgiamo anche un importante ruolo di diffusione continua delle informazioni sulle novità normative e tecnologiche che riguardano l’energia, un settore in continua evoluzione, e sulle opportunità di internazionalizzazione delle imprese».

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Giornalista professionista, ha lavorato al “Messaggero” dal 1986 al 2010. Prima la “gavetta” in Cronaca di Roma, fondamentale palestra per fare esperienza e imparare il mestiere, scelto per passione. Si è occupata a lungo di degrado della città, con inchieste sugli abusi che hanno deturpato il centro storico. Dal 1997 ha lavorato alle Cronache italiane, con qualifica di vice caposervizio, continuando a scrivere. Un filo rosso attraversa la sua carriera professionale: scuola, università e ricerca per lei hanno sempre meritato attenzione, con servizi e numerose inchieste.