L’orsa Amarena e i suoi quattro cuccioli, nell’eden del Giovenco

In Trentino, gli orsi bruni sono classificati con fredde sigle burocratiche e si chiede a gran voce di braccarli e abbatterli. In Abruzzo, gli orsi marsicani hanno un nome: nella Marsica, se rubano un pollo, si risarciscono gli allevatori predati. Quando la realtà supera la fantasia (e anche la scienza), la parola magica è ‘rispetto’: degli abitanti per i loro ospiti


di PINO COSCETTA

In principio fu l’orso Bernardo. Apparve nel prato a valle della strada principale di San Sebastiano dei Marsi durante la processione delle feste patronali del 1999. Al suono della fanfara, curioso, si alzò sulle zampe posteriori proprio mentre passava la statua di San Bernardo; da quell’incontro, con benaugurale presagio, per volontà popolare ne prese il nome. Ai primi botti che annunciavano l’arrivo in chiesa della processione, l’orso fuggì a precipizio sparendo nel verde dei boschi oltre il fiume Giovenco. Ma fu soltanto una fuga momentanea, dettata più dalla paura degli spari che non dalla presenza della

gente. 

L’orso Bernardo tornò presto a far visita al paese. Soprattutto ai pollai. Era particolarmente goloso di polli. Quelle visite, non troppo gradite dai padroni dei pollai, portarono alla nascita di un’associazione, “Gli amici dell’orso Bernardo” − fondata da Luca Grassi, Christian Galimberti, i fratelli Ferdinando e Antonio Mercuri e molti altri giovani sansebastianesi −, che si tassarono per acquistare i polli e risarcire in natura gli allevatori predati: tanti polli vivi e vegeti, al posto di quanti l’orso Bernardo se ne era mangiati.

Qualche tempo dopo l’orso Bernardo si presentò con la sua signora che, in omaggio alla Santa nata nel 1375 in questo paesino, fu chiamata Gemma. Se Bernardo fu l’Adamo di quell’Eden naturale rappresentato dalla Valle del Giovenco, Gemma divenne l’Eva di tutti gli orsi che si sono susseguiti e ancora oggi passeggiano senza timori per le strade di San Sebastiano dei Marsi. 

I primi due cuccioli di Bernardo e Gemma, chiamati Sebastiano e Forchetta, a differenza di Caino e Abele, filarono d’amore e d’accordo. L’ultima esponente della nobile stirpe, l’orsa Amarena (così chiamata per la sua predilezione alle amarene), dopo un inverno in produttivo letargo si è ripresentata in paese con quattro cuccioli. Notevole rarità, tanto che una guardia del Parco, parafrasando Flaiano, sulla sua pagina Facebook ha scritto: «A volte la realtà supera la fantasia; questa volta ha superato anche la scienza».

Qualche settimana fa, subito dopo cena, Anna Di Pietro proprietaria dell’albergo “Gemma”, mentre era seduta su una delle panche a prendere il fresco davanti all’hotel, ha assistito al passeggio lungo la strada principale del paese di Amarena e dei suoi quattro cuccioli. L’orsa l’ha guardata e, senza neppure accelerare il passo − come potete apprezzare nel video qui sotto −, ha continuato indisturbata la sua passeggiata. «Una grande emozione», ha detto Anna, madre di Christian uno degli amici dell’orso Bernardo; «mi ha battuto forte il cuore, sì, ma non per paura».


C’è da dire che la presenza di Amarena e dei suoi quattro cuccioli ha mosso l’interesse di etologi e curiosi; forse più curiosi che etologi. Troppi, veramente troppi curiosi, tanto che il sindaco di Bisegna, Antonio Mercuri, è dovuto intervenire per tutelare la famigliola d’orsi dai tanti cacciatori d’immagini: «Non sono giocattoli», ha ammonito; «…non sono orsacchiotti da prendere in braccio. Il nostro paese per loro è un rifugio. Verso l’orsa Amarena e i suoi cuccioli chiedo rispetto e cautela». 

Ed è proprio così, etologi e guardie del parco, condividendo il pensiero del sindaco, confermano che l’orsa Amarena ha scelto di vivere nelle adiacenze del paese e nell’abitato, proprio per difendere la sua prole dagli attacchi degli altri animali, famelici lupi innanzi tutto, ma anche orsi maschi in cerca di accoppiamenti. Un’orsa con un solo cucciolo è in grado di difenderlo da qualunque attacco, con due è più difficile, con quattro è impossibile. 

Lo stesso direttore del Parco Nazionale, Luciano Sammarone, è intervenuto sostenendo che l’orsa Amarena ha scelto di frequentare San Sebastiano e Villalago per ragioni di sicurezza: «…l’orsa Amarena, che ha scelto di crescere i suoi cuccioli nei campi e per le vie dei due paesi, va considerata come un’orsa stressata; per questa ragione, la gente dovrebbe starne lontano, lasciarla tranquilla. Gli orsi tornano sempre nei territori che conoscono e l’orsa Amarena è costantemente monitorata dal Parco». In breve, se la gente non la infastidisce non rappresenta un problema. 

Negli anni passati chi arrivava a San Sebastiano dei Marsi era accolto da un cartello che diceva “Benvenuti a San Sebastiano dei Marsi, il paese dell’orso Bernardo”. Oggi che gli orsi sono altri, il cartello recita “San Sebastiano dei Marsi, il paese dell’orso”. È proprio così. Allevatori e pastori, da sempre abituati alla presenza degli orsi marsicani, riferendosi a quei riservati plantigradi dicevano: «l’orso è un’incontratura». Come dire che l’orso c’è ma se non vuole non si fa vedere. 

Da sempre la gente di questi monti, prima ancora che nascesse il Parco, ha vissuto fianco a fianco con l’orso marsicano. L’orso fa parte della loro cultura, della loro identità e dello stesso paesaggio plasmato a misura d’uomo nel rispetto degli animali. Molti, a quei tempi andavano a caccia, sì, ma lo facevano per pura sopravvivenza. 

Rispetto, ecco la parola magica di questo rapporto tra l’uomo e l’orso. Se un’orsa come Amarena si fida di far passeggiare pigramente i suoi piccoli lungo le vie del paese, una ragione ci deve essere. E c’è. È il rispetto che la gente del posto porta a questi graditi ospiti. A far più paura sono altri ospiti, quelli armati di potenti lampade alogene, di videocamere e di macchine fotografiche; ospiti ricchi di tecnologie ma poveri di rispetto.  

L’usanza di dare un nome agli orsi da queste parti non è una novità. Gli allevatori di Fonte d’Appia battezzarono “Ciabattone” un grosso orso che stazionava tra l’Argatone e la Terratta; uno storico direttore del Parco, Franco Tassi, dopo aver fatto curare un orsacchiotto malato abbandonato dalla madre, lo chiamò “Sandrino”, in omaggio al presidente Pertini che in quei giorni aveva visitato il parco. 

Scorrendo le cronache orsesche sui giornali e guardando le immagini in tv, sorprende la differenza di trattamento che si riscontra tra gli orsi abruzzesi e quelli trentini. I primi coccolati o quantomeno ben tollerati, i secondi braccati, catturati, evirati come è capitato a M49, o uccisi come l’orsa KJ2 che aveva aggredito dei gitanti per difendere i suoi cuccioli.  

Magari non sarà così, ma già dai nomi salta all’occhio la differenza dei rapporti tra orsi di altra razza e uomini di altre opinioni. Ai nomi di Ciabattone, Sandrino, Bernardo, Gemma, Sebastiano, Forchetta e Amarena, riservati ai poco elusivi orsi marsicani di San Sebastiano, Villalago, Civitella Alfedena, Villavallelonga e degli altri centri compresi nell’area del Parco d’Abruzzo, fanno riscontro le fredde e burocratiche sigle di M49, JJ4, KJ2, 3M degli orsi bruni trentini. Ancor di più colpisce il differente rapporto tra loro e l’uomo.  

Il problema, chiaramente, non è tutto qui. La pacifica convivenza tra l’animale e l’uomo matura lentamente, ma non bisogna disperare. Gli ultimi due trentini, padre e figlio aggrediti da un orso, mentre le autorità e i meno illuminati parlavano di abbattere l’animale, loro da un letto d’ospedale chiedevano di salvargli la vita. Il prossimo passo potrebbe essere quello di chiamare per nome anche gli orsi trentini. Come da anni fanno i nobili montanari di San Sebastiano dei Marsi.

Foto: in alto, l’orsa Amarena su un albero di mele (di Eugenio di Zenobio); al centro, il video girato col telefonino da Anna Di Pietro davanti all’hotel “Gemma” il 22 agosto 2020 a San Sebastiano dei Marsi; in basso, il cartello all’ingresso di San Sebastiano dei Marsi

About Author

Caporedattore - Giornalista e scrittore, è entrato al “Messaggero” a 22 anni e ha concluso la sua carriera lavorativa con la qualifica di caporedattore centrale. Durante la lunga permanenza nella redazione di via del Tritone, ha ricoperto per molti anni i ruoli di caposervizio delle province e di caporedattore delle Regioni. Da scrittore inizia con una raccolta di racconti giovanili, “Scirocco” (1966), e si dedica per un lungo periodo a saggistica, libri di storia locale e viaggi. Tra le più recenti pubblicazioni: “Viaggio in Abruzzo con Giorgio Manganelli”; “Il mistero di Tomar”; “Palazzo Podocataro, la casa-museo del cardinale di papa Borgia”; “Tre secoli nel Tridente”; “Divieto d’Orvieto”; e, con Vittorio Emiliani, “La discesa del Tevere e altre storie di fiumara”.