Covid e “italianità” perenne: «Ridatemi i miei sociologi di riferimento»

Giuro che non risponderò di me e del mio equilibrio emotivo al prossimo Suv nero che mi bloccherà la strada o alla proprietaria di un volpino che farà pipì sul banco del panettiere, al prossimo giornalista della gauche caviar a 5 stelle che si cuccherà prima degli altri una dose di Astrazeneca facendo il paraculo e alle 29 milioni di dosi di vaccino, nascoste ad Anagni. Anagni che anche questa volta − destino della storia − verrà ricordata per uno schiaffo …a proposito dell’odierno “Dantedì”


Il colpo di tacco a spillo di DANIELA TAGLIAFICO

¶¶¶ Non mi parlate più di lievito e pane fatto in casa, di pizze integrali casareccie, delle domesticità gozzaniane, di quelle piccole cose di pessimo gusto che avevano addolcito il crepuscolo del nostro primo lockdown.
Non mi parlate più di serie Netflix e di “a che punto sei con la Casa di Carta, l’hai già vista la puntata con Nairobi?”

 

Non mi parlate più di applausi dai balconi, chiacchiere alle finestre, di solidarietà fittizie.
Non mi parlate più di solitudini che fanno riscoprire i valori della vita, di riflessioni che ci aprono al mondo.
Aveva ragione quel grande provocatore di Michel Houellebecq: dopo la pandemia saremo uguali, soltanto un po’ peggiori.
Infatti oggi, dopo un anno, se ci è rimasta una maschera, nella obsolescenza delle relazioni umane, è quella dell’aggressività. Della diffidenza.
O meglio di quella furbizia sbruffona che salta il suo turno per accaparrarsi il vaccino degli altri, che dribbla tutte le code in farmacia, al supermercato, in banca, che parcheggia in terza fila senza un accenno di imbarazzo (tutte cose genuinamente italiche, che il Covid sembrava avere mitigato), che indossa la maschera sotto il mento alitandoti a tre centimetri e che si inalbera se glielo fai notare.
È successo stamane a Roma, tra via Sabotino e Via Monte Santo, quartiere Prati, un tempo culla della borghesia intellettuale romana di sinistra.
Dove andrà mai quel proprietario di Suv nera che ha ostruito la strada, se ormai gli uffici lavorano in smart working, i ristoranti sono chiusi, la maggioranza dei negozi pure, il traffico è limitato e si dovrebbe circolare con autocertificazione?
È “l’angoscia della recidiva, dopo l’illusione di ritornare alla vita” (Recalcati dixit) che lo spinge contro la sua volontà a lasciare il carrarmato in mezzo alla strada, fare “bip” col telecomando e allontanarsi?
È la “profonda ansia depressiva”, come la definiscono gli psicologi, che spinge una signora, in fila al mercato del quartiere Prati (sempre lui) a lasciare fare la pipì al suo volpino davanti al banco del pane? E meno male che la bestiolina aveva solo problemi idrici.
Dove sono finiti i miei sociologi, i miei psichiatri di riferimento? Quelli che mi dicevano come comportarmi di fronte alla convivenza col virus, che disgrega le illusioni e le certezze? Quelli che parlavano di una nuova resistenza fatta di socialità, di trame umane?
Dovrò aspettare ancora mesi per il vaccino. Porto pazienza. Attendo fiduciosa. Confido in Draghi, nello stato e nella scienza.
Ma giuro che non risponderò di me e del mio equilibrio emotivo al prossimo Suv nero che mi bloccherà la strada o alla proprietaria di un volpino che farà pipì sul banco del panettiere, al prossimo giornalista della gauche caviar a 5 stelle che si cuccherà prima degli altri una dose di Astrazeneca facendo il paraculo e alle 29 milioni di dosi di vaccino, nascoste ad Anagni.
Anagni che anche questa volta − destino della storia − verrà ricordata per uno schiaffo. ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Foto: sotto il titolo, il celeberrimo schiaffo di Anagni, dato da Giacomo Colonna, patrizio romano, a Benedetto Caetani, papa Bonifacio VIII, avversario di Dante Alighieri; in alto, balconi ottimisti; in basso, scene di ordinaria inciviltà urbana

About Author

Laureata a Torino in Scienze Politiche, allieva di Norberto Bobbio e Luigi Firpo, è giornalista dal 1982. Ha lavorato molti anni con Enzo Biagi, collaborando con lui alle trasmissioni su Raiuno. Si è occupata di politica estera e interna nella redazione del Tg1, introducendo per la prima volta il “colore” nei servizi politici, in una stagione televisiva ancora molto paludata e tradizionalista. Del Tg1 è stata per molti anni vicedirettrice. Si è dimessa nel 2004 per protesta contro la mancanza di pluralismo e l’invadenza del governo sulla linea editoriale. Nel maggio 2006, con l’elezione di Giorgio Napolitano a Presidente della Repubblica, ha assunto l’incarico di direttrice di Rai Quirinale. Un’esperienza privilegiata che le ha permesso di maturare attenzione e sensibilità istituzionale. Il Presidente della Repubblica le ha conferito l’onorificenza prima di “Cavaliere” poi di “Commendatore Ordine al merito della Repubblica Italiana”.