Sotto la pressione degli eventi generati a Washington dall’ “agente del caos”, l’Unione europea si sta affermando come l’ultimo grande presidio del multilateralismo e del sistema di regole condivise. L’Europa afferma che l’interdipendenza regolata è preferibile alla frammentazione, che le regole contano più degli strappi, che l’apertura dei mercati può essere uno strumento di stabilità e non di dominio. Ricorrendo a strumenti comuni come gli Eurobond, afferma un principio chiaro: la sicurezza europea e la difesa del diritto internazionale sono beni comuni, e come tali vanno sostenuti con risposte comuni. E né la Russia né gli Stati Uniti possono imporre soluzioni durature senza l’avallo dell’Europa. Senza il suo consenso politico, economico e normativo non esiste stabilità possibile nel continente né un equilibrio credibile nell’ordine globale
◆ L’intervento di ALESSIO LATTUCA
► A proposito dell’Europa, è tempo di superare definitivamente la narrazione dei detrattori. Il cambiamento è in atto ed è sotto gli occhi di chi vuole guardare. Sembrerebbe che emergano risposte nuove, diverse rispetto al passato, maturate anche sotto la pressione degli eventi, talvolta senza proclami, ma con effetti politici concreti. D’altronde in un mondo segnato dal ritorno della forza come criterio di regolazione dei rapporti internazionali, dall’indebolimento del diritto internazionale e dalla crisi delle istituzioni multilaterali, l’Unione europea si sta affermando come l’ultimo grande presidio del multilateralismo e del sistema di regole condivise. Non per caso, ma per responsabilità storica. Di fronte al non ordine promosso dall’amministrazione Trump — che ha scelto di abbandonare proprio quel sistema di alleanze, regole e scambi che aveva reso grande l’America — l’Europa non si limita a reagire: costruisce. Difende gli scambi commerciali, rafforza la propria presenza economica e consolida alleanze strategiche nell’emisfero occidentale. L’accordo con il Mercosur ne è la prova più evidente, nonostante freni e mal di pancia per la ratifica che ne rallentano il decorso. Darà vita alla più grande area di libero scambio del pianeta ed è, al tempo stesso, una mossa geopolitica di primo livello. Non si tratta solo di commercio: è una scelta di campo.
L’Europa afferma che l’interdipendenza regolata è preferibile alla frammentazione, che le regole contano più degli strappi, che l’apertura dei mercati può essere uno strumento di stabilità e non di dominio. Anche sul dossier ucraino l’Unione ha dimostrato di saper rinnovare il proprio impegno massiccio e strutturale, ricorrendo a strumenti comuni come gli Eurobond. Un passaggio di grande rilievo politico, che afferma un principio chiaro: la sicurezza europea e la difesa del diritto internazionale sono beni comuni, e come tali vanno sostenuti con risposte comuni. Qui l’Europa non supplisce a nessuno: esercita sovranità. Ed è la dimostrazione più chiara di un fatto ormai ineludibile: né la Russia né gli Stati Uniti possono imporre soluzioni durature senza l’avallo dell’Europa. Senza il suo consenso politico, economico e normativo non esiste stabilità possibile nel continente né un equilibrio credibile nell’ordine globale.
L’Europa non è più terreno di confronto tra potenze esterne: è parte decisiva della soluzione. Perfino sul terreno più delicato, quello della difesa comune, dopo oltre venticinque anni di rinvii, l’Unione ha compiuto passi avanti concreti. Ancora incompleti, ma irreversibili. Ma che richiedono l’atto coraggioso quale è l’eliminazione del diritto di veto per dotarsi di una politica estera e militare comune e per evitare di essere bullizzati. E perché coordinamento, integrazione industriale e assunzione di responsabilità segnino un cambio di fase storico. In definitiva, esistono chiari sintomi di un risveglio europeo. Un risveglio non retorico, ma reale. Nato dalla crisi, forgiato dalle sfide globali, tradotto in scelte politiche. Ora la questione non è più se l’Europa diventerà un attore politico, ma se avrà il coraggio di esserlo fino in fondo. © RIPRODUZIONE RISERVATA
