Una accorata lettera aperta «agli amici ebrei, insuperabili maestri di pensiero e di vita» nel giorno dedicato alla commemorazione delle vittime dell’Olocausto, il genocidio atroce perpetrato dal regime nazista durante la Seconda Guerra Mondiale. E la ricorrenza di una data storica — la liberazione di Auschwitz — s’intreccia alla “questione israeliana” tanto più dopo l’orrenda strage islamista del 7 ottobre 2023 con quel che ha fatto e continua a fare il premier Netanyahu, pur nella pluralità delle posizioni della società israeliana. Ma se la politica del Paese non rispecchia le opinioni e le ragioni della maggioranza, allora è doveroso che la Knesset costringa l’esecutivo a cambiarla. E l’Idf non può proteggere più la politica dei ministri ‘haredim’ in Cisgiordania che, con la persecuzione a Gaza, uccide i palestinesi e sfigura gli ebrei agli occhi del mondo

27 gennaio 1945, la liberazione di prigionieri ebrei dal campo nazista di Auschwitz

◆ La lettera aperta di MAURIZIO MENICUCCI

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il suo ministro di estrema destra Bezalel Smotrich

Carissimi amici ebrei, insuperabili maestri di pensiero e di vita, 

a costo di sembrare intempestivo, vi scrivo in questo giorno per voi così denso di dolore e ricordi collettivi e individuali, e per noi così importante per non liquidare né con eccessiva leggerezza, né con la solita retorica ufficiale e trasversale, le nostre responsabilità e le nostre omissioni. Vorrei, con queste mie parole, rispondere a un’obiezione che sento spesso ripetere nei dibattiti sull’attuale ‘questione israeliana’ e che ovviamente non può prescindere da quella storica. Tale appunto mi viene benevolmente rivolto anche da amici e parenti, per cui approfitto della pubblica vetrina e, chiedendo scusa per la contaminazione con il privato, rispondo anche a loro. Quel che dunque non comprendo è perché —  criticando tutto, e dico tutto, quel che sta facendo Israele, come mi trovo a dover fare dal primo mese successivo alla strage del 7 ottobre, e ormai me n’è quasi passata la voglia di metterlo su carta — io stia trascurando e mortificando le multiple sensibilità dei suoi cittadini, che spesso sono in plateale dissenso con la politica del bieco Netanyahu. Ora, nessuno può mettere in dubbio che le culture del Paese siano numerose al limite del ‘procapite’. È verità non virtuale e non manipolabile, basta considerare le tante origini degli ‘olim’. 

I soldati israeliani controllano i palestinesi per la raccolta delle loro olive (credit foto Raneen Sawafta/Reuters)

Non vedo, però, che cosa, questa pluralità di posizioni della società israeliana, abbia a che fare con la politica criminale del suo governo. Al tempo: specifico criminale e non genocida, così superiamo uno scoglio concettuale tutt’altro che irrilevante, ma in questa sede poco utile, se non come pretesto ad andare per i campi della Crusca ed evitare il nodo del tema. Al quale ritorno subito, con una considerazione che mi sembra quasi banale: se la politica del Paese non rispecchia le opinioni e le ragioni della maggioranza dei cittadini, allora è doveroso che la Knesset costringa l’esecutivo a cambiarla. Devono gridare che non sono d’accordo con Netanyahu e con i suoi impresentabili ministri haredim, che non temono di mostrarsi violenti, integralisti e anacronistici come i loro omologhi islamici. Devono costringere l’Idf a non proteggere più questi ceffi in Cisgiordania e a interrompere la persecuzione a Gaza, che uccide i palestinesi e sfigura gli ebrei agli occhi del mondo. Che non è giusto, sotto ogni profilo, tanto meno quello religioso, considerarli per definizione ‘quegli altri’ tutti terroristi, compresi donne e bambini, e tenerli in ostaggio con la pretesa di estirpare, una volta per tutte in perfetta simmetria di metodi ma non di mezzi, i terroristi di Hamas. Altrimenti, c’è poco da discutere e distinguere: o questa presunta maggioranza di ‘giusti’ non esiste, è una minoranza e nemmeno tanto omogenea negli obiettivi; oppure, a chi osserva inorridito e impotente questo strazio di uomini e di ogni senso di umanità, non resta che concludere che Israele non è più da molto tempo, certo da prima del massacro del 7 ottobre, una democrazia compiuta. Non lo è almeno nel senso di quel che la provenienza europea e progressista dei suoi fondatori aveva significato, prima che la destra fondamentalista entrasse di prepotenza in Parlamento ad alterare la Storia, il diritto e l’etica del Paese. E prima che riuscisse nell’incredibile impresa di strumentalizzare cinicamente la Shoah e lo spettro dell’antisemitismo − finendo, invece, per alimentarlo − allo scopo di sterilizzare sul nascere ogni critica al proprio vergognoso operato. 

Lo sguardo di un bambino palestinese sulle devastazioni inferte dall’esercito israeliano

Nel caso che le mie parole fossero inefficaci, e sospetto che lo siano — vuoi per inadeguatezza di chi scrive, vuoi per la caparbia solidarietà dei ‘difensori a prescindere’ di Israele — rimando a quelle di Hanna Harendt, di Primo Levi («italiano ed ebreo»), di Gideon Levy, di Anna Foa, di Ilan Pappé, di David Grossman. E a quelle di tanti altri che, fin dalla prima formulazione del sionismo da parte di Theodore Herzl, avevano percepito il pericolo di una deriva in chiave ebraica di quello stesso nazionalismo che infatti, di lì a pochi decenni, sarebbe stato per l’ennesima e irripetibile volta carnefice del loro popolo. È difficile negare che il sionismo sia stato, per l’Europa razzista e nazionalista di fine ‘800, un modo spiccio per liberarsi del problema ebraico con finta moralità religiosa e astuta politica. Ed è anche per questo che una notevole parte del mondo cristiano, soprattutto evangelico (è quella la vera origine del famigerato slogan ‘una terra senza popolo per un popolo senza terra’) sostenne il progetto del ritorno in Palestina, ‘fondato’ sulle Sacre Scritture. Come se un testo religioso fosse un documento catastale e il Dio del Popolo Eletto il notaio di tutti. A questa sorta di ‘magnanimo pogrom’ si aggiunse, nel ’900, il senso di colpa dei ‘gentili’ per aver chiuso gli occhi (o peggio, aver attivamente collaborato, come l’Italia fascista e la Francia di Vichy) davanti al genocidio degli ebrei, realizzato quasi per intero, con sistemi industriali, dai nazisti. 

Esodo dei palestinesi, la Nakba, nel 1948

Questa cattiva coscienza dell’Occidente portò nel 1948 alla nascita dello Stato di Israele con una precipitazione che ha illuso e continua a illudere noi di esserci salvati l’anima, ma ha condannato i palestinesi e gli israeliani alla guerra eterna, dai primi momenti, anzi molto prima. Perché non è vero, se non in un collaudato copione di agiografie e demonizzazioni pigramente sottoscritto da tutti, che i palestinesi ebbero la possibilità di accettare, condividere e integrarsi. Furono messi davanti al fatto compiuto dell’occupazione delle loro terre, e costretti alla Nakba, l’esodo − il disastro − molto più di quanto l’avessero scelta in odio agli ebrei. E non è un mistero che i ‘padri della patria’ guardassero con notevole distacco sia alla componente messianica del sionismo, sia al rivendicare l’unicità politica di Israele e il suo diritto a esistere solo come ricompensa alle sofferenze patite per mano dei nazifascisti: era un meccanismo parareligioso − lo scrittore israeliano Etgar Keret lo ha appena definito ‘totemismo tribale’ sulle pagine di Repubblica − di cui il ‘primo israeliano’ David Grun (l’ex ebreo polacco e laicissimo Ben Gurion) intuiva l’intrinseca debolezza, anche perché finiva per sancire l’eterno destino dell’ebreo errante come capro espiatorio della Storia, unicità che proprio il sionismo voleva cancellare per sempre e sostituire con la normalità di una Terra Promessa finalmente e definitivamente realizzata. In ogni caso, se il processo di nascita di Israele fosse stato governato e preparato meglio, con  maggior equanimità, dalle stesse potenze, in primis Gran Bretagna e Usa, che lo avevano sostenuto, probabilmente non saremmo arrivati a questo punto. Un punto che tra l’altro, come Israele si rifiuta stolidamente di riconoscere, non è di arrivo, ma semmai di rilancio per odi, vendette e stragi che promettono di durare molto più a lungo di quanto abbiano già fatto, segnando nuovi primati nella capacità umana di spargere sangue innocente in nome di un qualche Dio fatto a nostra mostruosa immagine e somiglianza. 

Manifestazione a Tel Aviv il 6 aprile 2024 contro il governo di Benjamin Netanyahu

È chiaro che oggi non si può ritornare indietro, ma non si può nemmeno andare avanti così, lasciando che siano quattro loschi delinquenti e qualche migliaio di pazzi invasati a fare la Storia. La soluzione dei due Stati, per quanto sempre meno realistica rispetto alla situazione territoriale, resta ancora l’unica possibile. I tempi saranno lunghi, forse beffardamente biblici. Le sole alternative possibili prevedono la scomparsa dell’uno o dell’altro fronte: Heretz Israel, o paradossalmente, Heretz Palestine. Ma è chiarissimo, e qui ritorniamo da dove siamo partiti, che se oggi esiste davvero una maggioranza di cittadini contro il governo Netanyahu, deve mandarlo a casa con tutti i mezzi possibili, e poi processarlo insieme ai suoi complici per quel che ha fatto in tutti questi anni nel privato e nel pubblico, fino alle ultime ore della sua sconsiderata avventura a dispetto del mondo. Se gli israeliani non possono farlo, perché gli viene impedito, lo denuncino, invece di continuare a ripetere che il loro Paese è l’unica democrazia della regione. E la diaspora li aiuti, invece di rendersi complice − e complicità può essere anche un imbarazzato e imbarazzante silenzio − di quello che giustamente Anna Foa ha definito «il suicidio di Israele». Perché anche in Russia, in Ungheria, e sì, anche negli Usa di Trump, si vota, ma le democrazie non muoiono di colpo: prima si ammalano. I segni del contagio sono evidenti e purtroppo riguardano anche l’Italia.  © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Inviato speciale per il telegiornale scientifico e tecnologico Leonardo e per i programmi Ambiente Italia e Mediterraneo della Rai, ha firmato reportage in Italia e all’estero, e ha lavorato per La Stampa, L’Europeo, Panorama, spaziando tra tecnologia, ambiente, scienze naturali, medicina, archeologia e paleoantropologia. Appassionato di mare, ha realizzato numerosi servizi subacquei per la Rai e per altre testate.