Già tre mesi dopo la prima frana del 12 ottobre 1997, i cittadini scendono in strada per una fiaccolata silenziosa. Lo striscione che apre il corteo (“Non ci ascolta più nessuno”) era già la sentenza emessa dagli abitanti della cittadina nissena dopo le solite passerelle istituzionali, dichiarazioni solenni e promesse rituali. Dai quartieri Pirillo, Sante Croci e Canalicchio vengono subito sgomberate 111 famiglie, 392 persone restano senza casa, 48 abitazioni vengono demolite, insieme a una chiesa del Settecento. Arrivano i soldi pubblici per i senza tetto e si progettano piani di intervento per 20 milioni di euro. Dieci anni dopo l’emergenza viene chiusa per decreto. Ma un’altra frana nel 2014 riapre la ferita mai chiusa davvero. E arriva anche il Pnrr con i fondi europei per il dissesto idrogeologico, che passa senza lasciare traccia. Né a Niscemi né altrove. Ora lo scarica barile…

(credit Walter Boscaglia)

◆ Il commento di ALESSIO LATTUCA

▶︎ In Sicilia i fondi contro il dissesto idrogeologico sono arrivati davvero. Lo certificano i decreti e le tabelle del Pnrr: quasi cento milioni di euro per 46 interventi, una parte consistente dei quali già spesa. Ma non a Niscemi. Qui, dove la frana era prevista, studiata e annunciata da oltre trent’anni, nessuno ha presentato un progetto. Né il Comune né la Regione hanno chiesto finanziamenti per il consolidamento di questo pezzo di territorio che continua a franare. L’emergenza c’era, i dati pure. È mancata non solo la volontà amministrativa, ma anche quella progettuale e di prevenzione di una comunità lasciata esposta a un pericolo noto. Per decenni Niscemi è stata terreno di passerelle istituzionali, dichiarazioni solenni e promesse rituali. Commissari straordinari nominati, stati di emergenza prorogati, fondi annunciati a ogni nuova frana come se fosse la prima. Un lessico dell’eccezione usato per normalizzare l’inazione. Poi, quando si è aperta la possibilità concreta di intervenire davvero – con risorse disponibili e strumenti operativi – chi era preposto a farlo si è dileguato. Ancora una volta.

Gli effetti della frana del 1997 sugli edifici nel centro abitato di Niscemi ventinove anni fa

Dal 1997 il comune vive in una condizione di emergenza permanente. In quasi trent’anni si sono succeduti governi nazionali, presidenti del Consiglio, giunte regionali, assessori e commissari. Tutti hanno firmato qualcosa. Nessuno ha risolto. La frana che in questi giorni ha costretto oltre millecinquecento persone a lasciare le proprie case non è un evento imprevedibile: è il risultato di una lunga e ininterrotta catena di omissioni. Il 12 ottobre 1997 una frana colpisce i quartieri Pirillo, Sante Croci e Canalicchio. Vengono sgomberate 111 famiglie. 392 persone restano senza casa. 48 abitazioni vengono demolite, insieme a una chiesa del Settecento. Il giorno dopo arriva in paese una sfilata di autorità: l’assessore regionale Giuseppe Galletti, il sottosegretario Franco Barberi, ministri e rappresentanti del governo. Tutti promettono, tutti annunciano. Barberi, vulcanologo e allora sottosegretario alla Protezione civile, parla senza giri di parole: «Una pagina di ordinaria malamministrazione».

Il 14 ottobre 1997 il Consiglio dei ministri dichiara lo stato di emergenza. Galletti viene nominato commissario delegato. Vengono stanziati 8,5 miliardi di lire per il risanamento e la ricostruzione. Ai senzatetto spettano 600 mila lire al mese per un anno. Ma già nel gennaio del 1998 i cittadini scendono in strada con una fiaccolata silenziosa. Lo striscione è una sentenza: «Non ci ascolta più nessuno». Nel 2006 il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi firma una nuova ordinanza: lo stato di emergenza viene prorogato. Vengono stanziati 1,2 milioni di euro per la messa in sicurezza del torrente Benefizio. Il commissario delegato è ancora una volta l’assessore alla Presidenza della Regione Siciliana con delega alla Protezione civile. All’epoca la delega era in capo a Francesco Cascio. I fondi ci sono. I progetti anche. Ma i cantieri non partono.

Nel 2007 l’emergenza viene dichiarata conclusa per decreto, mentre nello stesso anno un appalto da nove milioni di euro si arena in un contenzioso. Nel 2014 una nuova frana produce un altro piano da nove milioni di euro: finanziamento revocato, zero euro spesi. Il nodo strutturale, allora, non è solo Niscemi. È la cronica incapacità di mettere a terra i fondi europei, in particolare quelli del Pnrr. Il Piano prevedeva una misura di grande portata per il dissesto idrogeologico, pochi progetti ma strategici, capaci di incidere realmente sulla sicurezza dei territori più fragili. Eppure, a oggi, la spesa effettiva si aggira intorno allo 0,7 per cento. Questo dato non descrive un semplice ritardo burocratico. Descrive un fallimento politico. Perché il Pnrr non chiedeva solo di spendere, ma di scegliere, di progettare, di assumersi responsabilità. Dove questo non è avvenuto, le risorse sono rimaste sulla carta e il dissesto ha continuato a scavare nel terreno e nella vita delle persone.

Niscemi è il punto in cui questo fallimento diventa visibile. È il luogo in cui l’incapacità dello Stato e delle Regioni di governare la prevenzione si traduce in case evacuate, famiglie sradicate, comunità spezzate. Non si può più parlare di emergenza: qui siamo davanti a una responsabilità storica. Perché quando un pericolo noto viene ignorato per trent’anni, quando i fondi esistono ma non vengono spesi, quando i progetti si fermano e le emergenze si chiudono solo per decreto, non è la natura a fallire, ma la politica. E a pagare, come sempre, sono i cittadini.

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È presidente di Confimpresa Euromed e di Confidi per l’impresa, Imprenditore agrigentino, si batte da anni contro il rigassificatore, in buffer zone Unesco e il metanodotto in area archeologica: che definisce un “progetto folle”, a pochi passi dalla Valle dei Templi, a ridosso della casa di Luigi Pirandello in contrada Kaos.