Tutto lascia pensare che entro la prossima primavera si consumerà lo scontro campale tra l’organizzazione della giustizia e il potere del “sovrano politico”. E c’è da escludere che un cittadino normale – privo di un interesse specifico – abbia capito cosa si approva e perché. Il referendum “confermativo” deve convalidare (o bocciare) le decisioni votate dal parlamento che aggiornano il testo costituzionale. Non si tratta della introduzione di nuove pene o di nuovi reati. È l’ennesima puntata della eterna competizione tra politica e giustizia. Con annessa lamentela: “i giudici fanno politica” (di sinistra). E se, invece, ne fanno troppo poca? Non per inserirsi nelle quotidiane, deprimenti e penose polemiche dei partiti. Per incalzare le istituzioni affinché permettano al sistema giudiziario di essere più efficiente e più giusto. Un nodo eluso dal messaggio del Presidente Mattarella

Roma, 27 febbraio 2025. Flash Mob dell’Associazione Nazionale Magistrati davanti al Palazzo della Cassazione contro la riforma della Giustizia di Carlo Nordio e del governo Meloni (credit foto Ansa/Fabio Cimaglia); sotto il titolo, dettaglio aula di giustizia

◆ Il pensierino di GIANLUCA VERONESI

Chi ama i giudici? I loro famigliari. Nessun altro? Quanti altri, lo vedremo tra poche settimane. Dipenderà dalla affluenza (ma non c’è il quorum) e da come è posto il quesito referendario. Escludo che un cittadino normale – privo di un interesse specifico – abbia capito cosa si approva e perché. Il referendum “confermativo” deve convalidare (o bocciare) le decisioni votate dal parlamento che aggiornano il testo costituzionale. Non si tratta della introduzione di nuove pene o di nuovi reati. Sono novità organizzative – interne alla magistratura – che possono modificare le carriere, la valutazione delle qualità professionali, l’assegnazione delle sedi, eccetera.

È l’ennesima puntata della eterna competizione tra politica e giustizia. Dura ormai da secoli, da quando il sovrano “assoluto” sovrintendeva anche alla giustizia, proteggendo se stesso e perseguitando i suoi nemici. Poi poco per volta si arrivò alle Costituzioni che prevedono la divisione dei poteri e la loro autonomia ed indipendenza. I padri della patria hanno inventato un equilibrio fragile e delicatissimo che rischia di essere continuamente trascurato. Il potere esecutivo prevarica il potere legislativo con una valanga di decreti-legge e lamenta, al contempo, le invasioni di campo del potere giudiziario.

È la famosa lamentela: “i giudici fanno politica” (di sinistra). Pensate che io credo, invece, ne facciano troppo poca. Non parlo di inserirsi nelle quotidiane, deprimenti e penose polemiche dei partiti. Parlo di incalzare le istituzioni perché permettano al sistema giudiziario di essere più efficiente e, conseguentemente, più giusto. Le statistiche dicono che solo una piccola percentuale degli indagati, alla fine del percorso giudiziario risultano colpevoli. Ma il dato più scandaloso sono i tempi necessari per arrivare a questo esito.

Il risultato assurdo della situazione è che praticamente tutti vengono condannati pro tempore. Cosa vuol dire essere assolti dopo dieci, quindici anni dall’inizio delle indagini. La tua vita è comunque rovinata: lo sputtanamento pubblico, l’accumulo delle spese, l’assenza di certezze temporali. In campo civile non è insignificante se il tuo risarcimento ritarda di qualche lustro. Non sarebbero più popolari i magistrati se tutto venisse risolto in pochi mesi? Manca tutto: i giudici, gli amministrativi, le tecnologie, i tribunali, la digitalizzazione e gli standard unificati.

Comincio a pensare che tutto ciò sia voluto, che vada bene a magistrati, avvocati, giornalisti, politici e amministratori. Un grande alibi da denunciare ogni anno – davanti al Presidente della Repubblica –  all’inaugurazione dell’anno giudiziario e da dimenticare immediatamente. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Si laurea a Torino in Scienze Politiche e nel ’74 è assunto alla Programmazione Economica della neonata Regione Piemonte. Eletto consigliere comunale di Alessandria diventa assessore alla Cultura e, per una breve parentesi, anche sindaco. Nel 1988 entra in Rai dove negli anni ricopre vari incarichi: responsabile delle Pubbliche relazioni, direttore delle Relazioni esterne, presidente di Serra Creativa, amministratore delegato di RaiSat (società che forniva a Sky sei canali) infine responsabile della Promozione e sviluppo. È stato a lungo membro dell’Istituto di autodisciplina della pubblicità.