«I miei genitori mi hanno detto che il mio sogno di diventare una modella è come l’erba voglio. Ho detto loro che questo è il mio sogno e che continuerò a lottare per esso. Alla fine, se ne sono fatti una ragione». A non farsene una ragione è stato il regime che ha rapito la ragazza ventenne assieme ad una sua amica, trasferite in un centro di detenzione femminile. Dal 9 maggio la modella è in sciopero della fame in carcere. L’accusa delle milizie Houthi è di avere organizzato e partecipato a «una festa spudorata». Per gli attivisti dei diritti civili delle donne a Sana’a è un’accusa “fabbricata” per punire le attività pubbliche di Entisar a favore dell’autodeterminazione femminile. Minacce di morte anche al suo avvocato


L’inchiesta di LAURA SILVIA BATTAGLIA, dallo Yemen

ENTISAR AL-HAMMADI, nata nel 2001 da padre yemenita e madre etiope e residente a Sana’a, nel Nord dello Yemen, ha vent’anni ed è diventata molto nota nel Paese per il suo desiderio di fare carriera come modella e di voler «esportare» la moda yemenita all’estero. Lo ha raccontato sulla piattaforma Yemen future che scova giovani influencer locali e ne riferisce sogni e aspirazioni. Lo scorso Ramadan Entisar aveva raggiunto la popolarità anche grazie alla partecipazione attoriale nelle serie tv Dam al-Gharib e Ghurbat al-Banna, trasmesse sul canale locale Yemen Shabaab. Lo scorso anno, durante un’intervista su un canale televisivo locale, aveva raccontato come i genitori non fossero inizialmente favorevoli alla sua scelta: «I miei genitori mi hanno detto che il mio sogno di diventare una modella è come l’erba voglio». E raccontava anche di come si fossero poi rassegnati, vista la sua caparbietà: «Ho detto loro che questo è il mio sogno e che continuerò a lottare per esso. Alla fine, se ne sono fatti una ragione».

Il caso e i testimoni. La prima a raccontare l’accaduto, tra le testimoni del rapimento-arresto avvenuto vicino a una delle vie più centrali della città, Haddah street, Yusra al-Nashiri, è stata un’amica della modella. Le ragazze, due e non quattro, fermate in auto e non mentre passeggiavano (come inizialmente era stato diffuso da alcune fonti come Yemen Akhbar e News Yemen), sono state portate in uno dei centri di detenzione femminile delle milizie. L’accusa mossa alle due donne, con cui sarebbe stata giustificata la detenzione immediata, sarebbe quella di avere organizzato e partecipato, in una delle loro case, a «una festa spudorata». Tuttavia, le amiche della ragazza e attivisti e attiviste per i diritti civili delle donne a Sana’a ritengono che si tratti di un’accusa “fabbricata” per punire le attività pubbliche della ragazza, per assestare un colpo definitivo ai sostenitori dell’empowerment femminile di cui Entisar ne era spontaneamente diventata la paladina.

Attraverso un tweet l’avvocata yemenita per i diritti umani Hoda al-Sarari ha definito l’azione di arresto «uno sporco metodo per colpire le donne yemenite», mentre l’attivista Sonia Saleh, già detenuta nelle prigioni degli Houthi per motivazioni simili, ha chiamato gli yemeniti ad esprimere solidarietà sostenendo che «Entisar è stata arrestata insieme alla sua amica a causa del suo lavoro di modella, e per averlo fatto vestendo abiti della tradizione yemenita, senza nemmeno considerare la sua situazione familiare». La Saleh ha anche raccontato gli orrori subiti durante la sua detenzione, sostenendo che le torture a lei riservate le avevano fatto dimenticare anche il nome dei suoi due bambini. 

La famigliaIl generale dissidente degli Houti Muhammad al-Kumim, riferendosi alla situazione familiare di Entisar al-Hammadi citata dall’attivista Sonia Saleh, ha postato dai suoi account social la seguente riflessione contro l’azione delle milizie: «Entisar è una ragazza del mio vicinato e la sua casa non è distante dalla mia. Suo padre è cieco, la madre è anziana e la famiglia ha un figlio minore disabile. Quali valori e quale morale ha questo gruppo di miliziani retrogradi per infierire così contro persone oneste e con problemi simili?».

La madre della ragazza ha preferito non rilasciare dichiarazioni dettagliate; al quotidiano emiratino The National, rilanciato da alcuni media on line locali, si è limitata a dire: «le accuse di immoralità sulla mia ragazza sono false e infondate». Sempre secondo il quotidiano la madre di Entissar ha confermato la detenzione della ragazza e il deferimento del suo caso all’ufficio dell’accusa con un primo interrogatorio e una prima sessione mercoledì 14 aprile. La madre, a detta di The National, è apparsa reticente e preoccupata, augurandosi che la figlia venisse «liberata presto», mentre un’altra fonte vicina alla ragazza detenuta ha rifiutato di rivelare i particolari dell’arresto «a causa delle intimidazioni delle milizie». 

La difesa e il giallo del check point. L’avvocato e consulente legale della giovane, Khaled al-Kamal, ha riferito  che la sua cliente, per ragioni sconosciute, non è comparsa al primo interrogatorio della prima sessione del processo. L’avvocato al-Kamal ha dichiarato che Entisar al-Hammadi è vittima di maltrattamenti in prigione, motivati «dal suo lavoro artistico», e che la modella è in sciopero della fame dal 9 maggio. La linea della difesa chiede «il rilascio incondizionato» della giovane, basata sulle particolarità della sua adduzione. Al-Kamal ha infatti espresso dubbi sul posto di blocco dove Entisar sarebbe stata bloccata dall’interno dell’auto con la sua amica, esprimendo dubbi circa il fatto che questo posto di blocco fosse stato istituito a bella posta da una figura della sicurezza.

Se così fosse, secondo la difesa «il pubblico ministero dovrebbe rilasciare immediatamente l’artista Entisar al-Hammadi» poiché questo tipo di arresti non è legalmente consentito dalla legge, che garantisce «la libertà personale di ogni cittadino, nonché la libertà di riunione, movimento, residenza, passaggio». In sostanza la strategia e l’indagine della difesa si basano sia sull’individuazione di responsabilità di singoli agli alti gradi della milizia, volti a colpire in modo specifico la al-Hammadi con una non bene definita finalità e sia, per quanto possibile, sull’affievolimento della pressione circa le responsabilità generali del governo Houthi. Khaled al-Kamal ha comunque confermato che, come in molti altri casi già visti, il processo continuerà nonostante la natura infondata delle accuse contro l’imputata e anche per il fatto che il gruppo Houthi non è riconosciuto a livello internazionale. Dagli ultimi aggiornamenti risulta che l’avvocato difensore di Entisar avrebbe ricevuto messaggi di morte dagli Houthi per indurlo ad abbandonare il caso. […] © RIPRODUZIONE RISERVATA

(Nel magazine del primo giugno, il servizio integrale di Laura Silvia Battaglia con i capitoli su Prigioni a Sana’a e condizione delle donne, Le reazioni del governo riconosciuto, Reazioni sui social media, razzismo e sessismo, La campagna internazionale)

Giornalista professionista freelance e documentarista, lavora come reporter in aree di crisi dal 2007 ed è conduttrice e autrice per Rai Radio 3. Specializzata in Medio Oriente, con particolare focus su Iraq e Yemen, ha lavorato dal 2012 al 2015 come corrispondente da Sanaa (Yemen) per l’agenzia video-giornalistica americano-libanese Transterra Media. Collabora con media stranieri (The Washington Post, Al Jazeera English, Al Jazeera Arabic, TrtWorld, Cgtn, Rsi, Index on Censorship, The Fair Observer, Guernica Magazine, The Week India) e italiani (fra gli altri, Rainews24, Tg3 Agenda del Mondo, Sky Tg24, Tv2000, Radio Popolare, Radio in Blu, Radio24, Avvenire, La Stampa). Ha girato, autoprodotto e distribuito dieci documentari, tra i quali Yemen, nonostante la guerra, prodotto Ga&A nel 2019 e acquistato da Rai Doc, Zdf, Al Jazeera Arabic. Il film è uno spaccato nella vita dei civili yemeniti in guerra. Ha vinto i premi Luchetta, Siani, Cutuli, Anello Debole e Giornalisti del Mediterraneo. Dal 2007 insegna in diverse istituzioni italiane ed europee, compreso l’Istituto Reuters all’Università Oxford. Ha scritto l’e-book Lettere da Guantanamo (Il Reportage, dicembre 2016) e, insieme a Paola Cannatella, il graphic novel La sposa yemenita (Becco Giallo, gennaio 2017), tradotto in quattro lingue