Natalità e disuguaglianze di genere: perché in Italia i conti (demografici) non tornano

Nel nostro Paese è in atto una perdita di popolazione molto vistosa: nel 2019 era calata a 60 milioni e 359 mila dai 60 milioni e mezzo del 2013. Con punte più o meno elevate da regione a regione. Soltanto la Provincia Autonoma di Bolzano nel 2016 registrava un saldo attivo per le nascite pari al 2,3 per mille. È noto che oggi ci si sposa di meno, ci si sposa più tardi e, se si fanno figli, se ne fa uno dopo i trent’anni. Le ragioni sono socio-economiche: molte aziende sono restie ad assumere personale femminile giovane senza figli. Come negli anni ’50, ci sono ancora oggi i licenziamenti per sopravvenuta gravidanza


Il commento di VITTORIO EMILIANI

SERA FA A LINEA NOTTE del Tg3 la storica redattrice del Manifesto Ritanna Armeni ha affermato che nessuna delle sue amiche vuol fare figli, almeno fino a quando i maschi non riconosceranno che la loro predominanza va sostituita da una vera parità di diritti, doveri, cultura, ecc. Dichiarazione abbastanza raggelante poiché il Paese, tanto più dopo la pandemia, ancora in atto, ha subìto una perdita di popolazione molto vistosa, ma già nel 2019 era complessivamente calata a 60 milioni e 359 mila dai 60 milioni e mezzo del 2013. Con punte più o meno elevate da regione a regione. Nel 2016 soltanto la Provincia Autonoma di Bolzano registrava un saldo attivo per le nascite pari al 2,3 per mille e non può essere trascurato che in quella Provincia il governo locale aveva predisposto una serie di misure efficaci per sostenere le nuove maternità, le nascite e i primi anni di vita dei figli.

È noto che in Italia ci si sposa di meno (molto meno in chiesa), ci si sposa più tardi, sui trent’anni e oltre e, se si fanno figli, se ne fa uno dopo i trent’anni. Le ragioni sono di tipo socio-economico: le donne cercano di lavorare stabilmente, ma molte aziende sono molto restie se non contrarie ad assumere personale femminile giovane senza figli e che potrebbe presto aspettarne uno. C’erano negli anni ’50, ma ci sono ancora in altra forma i licenziamenti per sopravvenuta gravidanza. Si è data anni fa una disciplina e quindi una certa diffusione ad un part-time garantito che in altri Paesi europei era già largamente diffuso e che da noi sembrò una rivoluzione (intervistai io l’amministratore delegato della Pirelli, Emanuele Dubini, e la decisione del suo gruppo − allora anche culturalmente molto avanti come confermava la bella Rivista Pirelli − e fece un botto, ma il sindacato non colse granché l’occasione, rimanendo diffidentissimo).

Personalmente credo che l’opinione espressa dalla Armeni riguardi una minoranza molto combattiva di donne. Fra l’altro non sono poche le donne italiane, bisessuali ma pure omosessuali, a recarsi in paesi ospitali come la Spagna per tentarvi una fecondazione artificiale in Italia impossibile o quasi. È vero che in tali casi la dominanza del maschio spesso non c’è, però questo non spegne il desiderio di maternità. Ne conosco più d’uno ormai di questi casi, a livello borghese s’intende. E urbano, o metropolitano.

Tuttavia ciò che manca, o è frammentato e insufficiente, mi sembra essere soprattutto una politica a favore delle famiglie con figli che da anni esiste − in Germania anzitutto − senza tanti lacci burocratici, ma con una serie di facilitazioni rapide e possibili senza troppe carte burocratiche di mezzo. Ci sono ormai tanti servizi televisivi in proposito. Certo, sorprendenti per questo nostro Paese in costante ritardo nelle modernizzazioni. Ma ovviamente imitabili, quindi possibili. Certo, non si rimedia in poco tempo alla carenza di asili-nido, di scuole materne, di doposcuola, ecc. Ma questo dovrebbe essere il cuore, il fulcro della nostra politica sociale, pubblica s’intende. E vedere al governo personaggi come l’ex ministra della Pubblica Istruzione (o come si chiamava all’epoca) di Berlusconi, Maria Stella Gelmini fa venire i brividi. Allora una autentica scure si abbatté su tutto il mondo della scuola pubblica. E ne stiamo risalendo con enorme fatica. 

I raffronti al 2018 (poi col Covid non sappiamo ancora) sono questi: il tasso di fertilità delle donne italiane era pari a 1,34, mentre quello delle donne straniere era pari a 2,65 (in calo, e però sempre doppio). L’età del parto risultava di  32 anni e 5 mesi per le italiane e di 29 anni (in aumento) per le straniere, comunque con uno scarto notevole. Sono cifre sulle quali riflettere per strumentare una politica per la natalità consapevole, assistita, confortata da uno Stato attento a questi problemi strategici. Se non vogliamo rattrappirci ad un Paese per anziani. E blaterare poi come Salvini di “invasione” di stranieri e straniere. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Direttore onorario - Ha cominciato a 21 anni a Comunità, poi all'Espresso da Milano, redattore e quindi inviato del Giorno con Italo Pietra dal 1961 al 1972. Dal 1974 inviato del Messaggero che ha poi diretto per sette anni (1980-87), deputato progressista nel '94, presidente della Fondazione Rossini e membro del CdA concerti di Santa Cecilia. Consigliere della RAI dal 1998 al 2002. Autore di una trentina di libri fra cui "Roma capitale Malamata", il Mulino.