Tour de France. Tadej Pogačar difende la maglia gialla anche sulla montagna del mito

Wout Van Aert scala il Mont Ventoux; sotto il titolo, Tadej Pogačar conserva la maglia gialla

Benché siano lontani i tempi eroici, quando sulle rampe roventi del Mont Ventoux i corridori «vendevano l’anima per un goccio d’acqua» − come raccontò Antoine Blondin, scrittore ed inviato dell’Equipe−, resta il fatto che sul “Monte Calvo” nessuno possa sentirsi al sicuro. E anche lo sloveno, ritenuto fin lì intoccabile, ha piegato il capo perdendo terreno. Davanti a tutti il campione totale Wout van Aert. Capace di lottare alla pari con i migliori velocisti del mondo, vincere grandi classiche come Sanremo e Amstel Gold Race, il belga dimostra ora addirittura di essere in grado di domare anche le grandi montagne


L’analisi di MARCO FILACCHIONE

Wout Van Aert ha dominato la tappa del “Monte Calvo”

SULLA MONTAGNA DEL MITO può accadere di tutto, tranne qualcosa di banale. Inserito nel tracciato del Tour de France dopo cinque anni, addirittura con una doppia scalata, il Mont Ventoux ha regalato ancora una volta il meglio (cioè il peggio) di sé, anche se l’arrivo non era in vetta, ma una ventina di chilometri più a valle, a Malaucène. La tappa ha vissuto su due piani, entrambi spettacolari: davanti a tutti il campione totale Wout van Aert, capace di lottare alla pari con i migliori velocisti del mondo, vincere grandi classiche come Sanremo e Amstel Gold Race e ora addirittura in grado di domare le grandi montagne. Partito ai piedi della seconda scalata, il belga ha resistito a tutti, gestendo nella discesa finale un vantaggio rassicurante.

Alle sue spalle, la lotta per la classifica, o meglio i residui tentativi di mettere in difficoltà il nuovo fenomeno del Tour, lo sloveno Tadej Pogačar, ripartito da dominatore dopo il successo a sorpresa dell’anno scorso. Contro di lui si sono infrante già nei primi giorni le strategie della corazzata Ineos Grenadiers, presentatasi in Francia con quattro punte, ma ora appesa flebilmente al solo Richard Carapaz, visto che i vari Richie Porte, Geraint Thomas e Geoghegan Hart viaggiano già a oltre un’ora di ritardo. 

Lo sloveno Tadej Pogačar nella tappa del Tour che si conclude a Malaucène

E dunque, sulla seconda scalata del Ventoux ci si attendeva la stoccata di Carapaz, trainato per chilometri dall’ex campione del mondo Kwiatkowski e marcato ovviamente da Pogačar. Solo che, mentre il polacco si contorceva in orribili smorfie per la fatica, il suo capitano continuava a rimanere al mozzo. Defilatosi finalmente un esausto Kwiatkowski, Carapaz è rimasto con il colpo in canna, incapace di cambiare passo. A quel punto, il colpo di scena: a scattare dal gruppetto dei migliori è stato il meno atteso, il ventiquattrenne danese Jonas Vingegaard, diventato l’uomo di classifica della Jumbo-Visma dopo il doloroso addio del leader Roglic. Pogačar si è subito accodato, Carapaz e il colombiano Uran hanno tentato di limitare i danni, gli altri sono usciti di scena. 

Benché siano lontani i tempi eroici, quando sulle rampe roventi del Ventoux i corridori «vendevano l’anima per un goccio d’acqua», come raccontò Antoine Blondin, scrittore ed inviato dell’Equipe, resta il fatto che sul “Monte Calvo” nessuno possa sentirsi al sicuro. Così, quando Vingegaard ha cambiato di nuovo passo, anche la maglia gialla, ritenuta fin lì intoccabile, ha piegato il capo perdendo terreno. Il terremoto è mancato probabilmente solo perché la cima del Ventoux era troppo vicina.

Chris Froome a terra

Nel corso della lunga discesa il danese è stato progressivamente riassorbito dal trio Pogačar-Carapaz-Uran, ma l’impressione è che sui Pirenei proverà di nuovo. Chi non sembra più avere armi per provare alcunché è l’ex tiranno Chris Froome, che continua il suo Tour da comparsa. Cinque anni fa, proprio sul Ventoux, diede vita a un brano memorabile: finito contro una moto delle riprese, si ritrovò con la bici rotta. Per difendere la sua maglia gialla, non trovò di meglio che continuare correndo a piedi, finché la sua squadra non riuscì a passargli un mezzo di ricambio. Stavolta ha accusato oltre mezz’ora di ritardo, e l’ha fatta tutta in bici. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Marco Filacchione, romano, ha esplorato ogni periodicità del giornalismo scritto, lavorando per mensili, settimanali, quotidiani e agenzie di stampa. Ha cominciato negli anni Ottanta con “Il Messaggero”, poi ha seguito da inviato per anni Giro d’Italia, Tour de France e classiche del Nord per il mensile “Bicisport”. In seguito si è occupato di calcio con il mensile “Newsport” e ha fatto parte della redazione del “Corriere dello Sport”, di cui è tutt'ora collaboratore. È autore di una decina di volumi di carattere sportivo.