Kamala Harris, un «prodotto splendente della società dello spettacolo in salsa statunitense»

Decine di milioni di dollari raccolti fra i Big Tech per entrare in Senato: da Attorney General della California non ha fatto nessuna causa antitrust nei loro confronti. La prima vicepresidenta nera della storia degli Stati Uniti ha intessuto rapporti strettissimi anche con il business delle prigioni private ed il potentissimo sindacato delle guardie carcerarie. I risarcimenti a vantaggio dei proprietari immobiliari vittime dei contratti capestro delle banche sono finiti in tasca solo a chi avrebbe potuto pagare nuovi interessi. La seconda parte della biografia politica controcorrente del suo compagno di Università


di UGO MATTEI, giurista

¶¶¶ È celebrata come paladina sempre dalla parte dei deboli – lo ricordavo qui domenica scorsa. Indossando la toga nello Stato della California, la nuova vicepresidenta degli Stati Uniti non dimostra per nulla questo genere di preoccupazioni. Con in tasca la sua laurea in Giurisprudenza conseguita a Hastings, Kamala Harris ha cominciato il suo lavoro a San Francisco nel 1989 nell’ufficio del District attorney (corrispondente grosso modo al nostro Pm). Anche grazie alla tenera amicizia sviluppatasi con Willy Brown (il mitico sindaco nero di San Francisco), è riuscita a raggiungere la posizione apicale in breve tempo (nel 2003, a meno di quindici anni dalla laurea). Si tratta di un ufficio elettivo di grande prestigio e potere perché, nell’assenza di obbligo di esercizio dell’azione penale, è il District attorney a decidere quali crimini perseguire. In quel ruolo – come in quello di Attoney General della California ancora più importante e simile a livello statale, conquistato nel 2010 (rieletta nel 2014) –Kamala non è parsa per nulla schierata dalla parte dei più deboli. Anzi. Vediamo perché. 

Particolarmente oscena, e ammantata della solita ipocrisia liberal, è stata la decisione di perseguire penalmente i genitori dei bambini che marinano la scuola. Una strategia di lotta all’abbandono scolastico che – proprio come la punizione selettiva dei reati di droga (in cui il crack è punito molto più seriamente della cocaina da sniffo), o quella volta a colpire il cosiddetto human trafficking – ha incarcerato quasi esclusivamente le minoranze povere afro-americane e latine (cfr. E. Grande, Il Terzo Strike. La Prigione in America, Sellerio 2007). Per essere eletta Attorney General (diremmo un ministro della Giustizia dotato di legittimazione elettorale propria) Kamala Harris è andata a letto con il settore Big Tech (il vero padrone della California del Nord), promettendo di non portare avanti alcuna causa di antitrust. 

La prima vicepresidenta nera della storia ha, inoltre, intessuto rapporti strettissimi con il business delle prigioni private ed il potentissimo sindacato delle guardie carcerarie, che costituisce una delle basi sociali più potenti e reazionarie del paese. Kamala ha promesso e mantenuto non solo l’edificazione massiccia di nuove carceri ma anche strategie investigative capaci di riempirle di poveri (vedi E. Grande, Guai ai poveri. La faccia triste dell’America, Ega 2017). Questa brillante performance a favore delle oligarchie ha consentito a Harris di affiancare Dianne Feinstein come uno dei due senatori californiani, succedendo alla potentissima Barbara Boxer nel 2017, dopo aver raccolto (sopratutto da Big Tech) le decine di milioni necessarie all’impresa.

Durante la campagna per la nomination democratica (poi vinta da Biden), prima di ritirarsi a causa di una performance davvero scarsissima, Harris si era assai vantata di aver costretto il sistema bancario a sborsare quasi 20 miliardi per compensare i proprietari immobiliari americani vittime di evizione forzata per non aver rispettato i termini di finanziamenti ipotecari di natura predatoria perpetrati dalle banche. In realtà, neppure questi soldi sono arrivati ai più deboli, i quali di regola non comprano le case. Comunque il risarcimento è rimasto fuori della portata dei proprietari immobiliari neri, latini e con mezzi modesti, proprio perché l’ufficio d Harris non ha monitorato come fossero distribuiti dalle stesse banche (di cui, per non sbagliare, non ha mai perseguito i vertici!). Esse hanno così fatto contare come risarcimento fondi che avrebbero in ogni caso perso (col crollo del mercato immobiliare) e li hanno riservati a quanti avrebbero potuto ricominciare a pagare gli interessi (ossia non i più poveri).

Insomma Harris, come del resto il suo principale dante causa politico Barack Obama, ed il maestro di entrambi, Bill Clinton, è un prodotto splendente della società dello spettacolo, nell’ipocrita salsa liberal statunitense sviluppata nelle principali università. Una politica cinica e sempre schierata a favore delle oligarchie, pronta a tutto per raggiungere il potere, che ha sempre e soltanto operato a favore dei più forti. Una arrivista che ha fatto del suo essere donna nera un brand irresistibile per un sistema istituzionale ormai corrotto in modo terminale (si veda, da ultimo, Camila Vergara, Sistemic Corruption. Constitutional Ideas for an Anti-Oligarchic Republic, Princeton 2020). In esso i democratici nascondono dietro all’identity politics e alla politically correctness il loro asservimento totale agli interessi del capitale dominante.(2. Fine. La prima parte è stata pubblicata il 10 gennaio 2021) © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Dal 1997 insegna diritto civile all’Università di Torino, diritto internazionale e comparato all’Università della California. Avvocato cassazionista, è stato fra i redattori dei quesiti referendari sui beni comuni del giugno 2011 e per due volte ha patrocinato il referendum presso la Corte Costituzionale. Fra i titoli pubblicati, ricordiamo “Beni Comuni. Un Manifesto” (Laterza 2011) che ha raggiunto l’ottava edizione, “Il saccheggio”, con Laura Nader (Bruno Mondadori, 2010), “Contro riforme” (Einaudi, 2013), “Senza proprietà non c’è libertà. Falso!” (Laterza, 2014). È curatore generale della collana Common Core of European Private Law (Trento Project) alla Cambridge University Press, ed editore capo della rivista Global Jurist. Il suo volume sulla proprietà privata, pubblicato nel 2001 (seconda edizione Utet 2014), ha ricevuto il Premio Luigi Tartufari dell’Accademia Nazionale dei Lincei consegnatogli dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. È presidente di “Generazioni Future Rodotà”