A Tonga il disastro economico dopo quello naturale. Un’eruzione e i suoi mille effetti

Due sconvolgenti immagini del prima e dopo tsunami

L’eruzione del vulcano Hunga Tonga-Hunga Ha’apai avvenuta tra il 15 e il 16 gennaio sessanta chilometri a nord-ovest di Tongatapu, la principale isola dell’arcipelago del Regno di Tonga, è stata tra gli eventi vulcanici più forti del nostro secolo: la forza sprigionata è stata pari a cinquecento volte la bomba su Hiroshima e ha fatto scattare allarmi tsunami in tutto il Pacifico. Onde anomale hanno raggiunto la Nuova Zelanda, gli Stati Uniti e il Sud America e hanno colpito in particolar modo il Perù. Sulle coste del paese andino, le onde hanno causato una perdita di petrolio da una nave che stava scaricando il carico in una raffineria. L’isola sulla quale si trovava il vulcano è letteralmente scomparsa, coperta dall’acqua. Tutto ciò che è rimasto sono solo due piccole porzioni


L’articolo di COSIMO GRAZIANI

L’INTERA ISOLA DI Tongatapu e la capitale Nuku’alofa sono state prima coperte dalla pioggia di lapilli e cenere poi colpite da onde alte un metro, quando basta per aver colpito pesantemente tutta l’isola si in termini sociali ed economici. La cenere sputata fuori dall’eruzione ha colpito anche altre isole dell’arcipelago, grazie al cono di cenere che si è alzato per trenta chilometri. L’intero arcipelago è rimasto isolato per giorni a causa dei danni che l’unico cavo della fibra ottica che unisce lo stato ai network mondiali a circa quaranta chilometri dall’isola principale. Le scene raccontate dai testimoni sono degne di un film fantascientifico: i boati assordanti dell’eruzione che crescono di intensità, la popolazione che si affretta a fuggire dalla capitale per le principali arterie stradali e la gente che cerca rifugio sperando che le onde dello tsunami non arrivino ai loro nascondigli. In totale l’eruzione ha causato solo cinque morti, un numero esiguo si considera la potenza dell’evento. Di questi, due sono donne morte in Perù, trascinate dalle onde.

L’economia dell’isola è stata pressoché azzerata. Fondamentali i primi aiuto internazionali

Dopo l’arrivo delle onde, documentate da alcuni video amatoriali che girano in rete, la popolazione è rimasta sola a fronteggiare la crisi e a ripulire le macerie. Il tessuto economico del paese è stato distrutto: il settore agricolo (il più importante del paese) e tutto ciò collegato all’allevamento è rovinato, mentre infrastrutture collegate al settore de turismo sono state distrutte e difficilmente verranno recuperate nel breve periodo. Il turismo era il settore su cui si basavano le aspettative di sviluppo di tutto il paese per i prossimi anni, che a questo punto dovrà ripartire da altro. I primi paesi ad attivarsi per l’invio di soccorsi sono stati Australia e Nuova Zelanda. La prima ha inviato un aereo ed è stata costretta a far rimpatriare un secondo aereo a causa di un caso di positività al coronavirus, mentre la seconda ha inviato un aereo e una nave militare. Anche il Giappone ha inviato aiuti umanitari, inizialmente i primi due aerei inviati nei giorni immediatamente successivi all’eruzione sono dovuti tornare indietro a causa delle avverse condizioni di volo. Tokyo è poi riuscito a inviare con successo negli ultimi giorni aiuti umanitari facendo partire aerei cargo dall’Australia.

L’onda del susseguente tsunami dopo la violenta eruzione

L’intervento umanitario ha una parallela valenza politica: se appare scontato che Australia e Nuova Zelanda intervengano vista la loro prossimità, le loro capacità economiche e la rilevanza politica nella regione, media locali non hanno mancato di evitare che l’intervento possa essere sfruttato anche per bilanciare il peso della Cina, che dopo la crisi delle Isole Salomone ha accresciuto la sua presenza grazie agli istruttori per l’addestramento delle forze di polizia inviati dopo in disordini di fine 2021. Secondo i media cinesi, Pechino è stata la prima a inviare aiuti umanitari all’arcipelago, non Canberra o Wellington. La sfida per il controllo del Pacifico si combatte anche in questo modo. Al di là della provenienza degli aiuti, visti i danni provocati al settore alimentare dall’eruzione, cibo e acqua sono i primi beni che Tonga ha ricevuto dopo il disastro naturale. L’eruzione ha infatti peggiorato un problema che affliggeva il paese già da molto tempo: quello della scarsità idrica. Le riserve idriche dello stato sono gravemente minacciate ogni anno dal cambiamento climatico. Il danno peggiore è causato dall’innalzamento del livello del mare che ha causato un aumento della salinità delle falde di acqua dolce. Con l’eruzione le falde sono state inquinate anche dagli elementi solfurei della cenere.

Un’immagine del sito dove è avvenuta l’eruzione

All’inquinamento delle falde ha contribuito anche il settore agricolo, che come già scritto è il più importante per l’economia statale. A tutto ciò si aggiungono anche i periodi di siccità tipici delle stagioni secche. Infine, gli elementi sulfurei e le piogge acide inquineranno il terreno, e di conseguenza l’agricoltura per il prossimo decenni, potenzialmente creando una crisi regionale, scrive Al-jazeera citando scienziati dell’Università di Aukland e dell’Università di Guam. Le ceneri potrebbero raggiungere il vicino arcipelago delle Fiji e le piogge colpire distruggere le numerose barriere coralline dell’arcipelago. Il futuro non appare roseo per il piccolo Regno delle Isole Tonga, che dovranno affidarsi agli aiuti esteri per molto tempo © RIPRODUZIONE RISERVATA

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About Author

Dopo la laurea in Scienze politiche e Relazioni Internazionali presso l'Università RomaTre mi sono trasferito prima in Estonia, poi nel Regno Unito e successivamente in Kazakistan per conseguire il Master in Studi Eurasiatici. Mi occupo di politica internazionale e dell'Asia Centrale anche per il Caffè Geopolitico e L'Osservatore Romano. Tra i paesi in cui ho vissuto per studio o per esperienze lavorative ci sono anche gli Stati Uniti, Spagna e Ungheria. In tutti questi paesi, l'obiettivo è stato di immergersi nella cultura locale