Masserie pugliesi, i luoghi dove scorre l’eternità di Eraclito: Aìon, Chronos e il misterioso Kairòs

Veduta della masseria Brigantino in Torre Spaccata, Fasano. Nella foto in alto, scorcio della masseria San Domenico a Savelletri di Fasano ristrutturata in hotel di lusso

Le masserie pugliesi, un tempo vera unità produttiva del lavoro agricolo e snodo culturale del mondo rurale, hanno perso le loro principali caratteristiche a causa della riforma agraria degli anni Cinquanta e della mancata crescita culturale del lavoro agricolo. Rimaste per lungo tempo semplici testimonianze di un’architettura minore, le masserie “fortificate”, “a corte”, “a casino”, rivivono oggi in una nuova veste turistica, che conserva le tracce di quello che fu il loro importante ruolo storico e sociale


Il racconto di ARTURO GUASTELLA, nostro inviato nella Magna Grecia

QUI, IN MAGNA Grecia, se sapete ascoltare e vedere, è ancora possibile chiudere gli occhi, dimenticare gli insulti di una promessa industriale che ha lasciato macerie in Puglia, come in Calabria, in Sicilia e in Campania, e cogliere quelle tre dimensioni del tempo che facevano dire ad Eraclito come «l’eternità fosse nello scorrere di un fiume, nel respiro di un albero, nel lavoro dei coloni che chiedono alla Kora, alla campagna, i frutti della terra». Il tempo, dunque. L’Aìon, era la forza vitale, la durata della vita, il tempo vissuto. Chronos, era il tempo misurato. In anni, stagioni, giorni, ore, e, perfino in minuti. E, poi, c’era lui, il misterioso Kairòs, l’attimo fuggente, l’occasione irripetibile, che faceva dire a Esiodo (Opere e Giorni, 694), come esso, il «Kairòs, è di tutte le cose, l’ottimo». E i contadini del Sud pensarono che il loro “kairòs” fosse giunto con la Riforma Fondiaria: finalmente, avrebbe potuto farli uscire dalla miserrima condizione di servi della gleba, al servizio del latifondo e dei possedimenti ecclesiali. 

Scorcio della Masseria Valente di Ostuni, restaurata e trasformata in un agriturismo. Esempio di masseria fortificata

Nel raccontarvi di Masserie e di Massari, avrei voluto anche raccontarvi storie di uomini, di coloni anonimi e non solo di stilemi architettonici e di strutture organizzative e sociali. È tempo (kairòs) di porvi rimedio. Ci eravamo lasciati con le masserie pugliesi e del nostro mezzogiorno nell’Ottocento, e, fra i balzelli per i coloni, oltre al canone imposto, c’era anche la vigesima per i 2/3 di derrate agricole a loro spettanti e la fornitura al proprietario determinate quantità di olio, grano, orzo, formaggi, latte, capretti e agnelli. Il poter disporre, inoltre, di un canone in prodotti della terra, tranquillizza il proprietario, sia esso un privato o un ente ecclesiastico dai pericoli di una improvvisa svalutazione, stante l’incerta e tumultuosa situazione politica.

Trulli nella Valle d’Itria con la tipica copertura a tronco di cono

Nell’Ottocento, inoltre, con l’abolizione della feudalità (1806) e la vendita dei beni della Chiesa (1862), il complesso masseriale della Puglia e della Calabria si sminuzza, mentre cresce la piccola proprietà, con la dimora rurale che diventa un simbolo di aggregazione delle famiglie contadine e, comunque, la massima aspirazione per chi vive del lavoro agricolo. La rivoluzione industriale del XX secolo arriva, prepotente, nel Sud negli anni Cinquanta, e si innesta in una situazione di preminenza del lavoro agricolo, anche se, come affermava sconsolato Manlio Rossi Doria, con una agricoltura da “follia”, in quanto i metodi e i mezzi agricoli rimanevano quelli medievali. C’era, in ogni caso, la necessità di una riforma agraria ed essa arriva puntuale in quegli stessi anni Cinquanta, con l’intento anche di rilanciare l’agricoltura che in quegli anni, a causa del processo di industrializzazione, aveva visto il progressivo svuotamento delle campagne. Una riforma che, tuttavia, già per come era stata formulata con la semplice redistribuzione delle terre, aveva, in nuce, i caratteri del proprio fallimento se non si fosse proceduto ad un ammodernamento dei sistemi agricoli.

È successo, perciò, quello che si temeva: in Puglia, nella fattispecie, molti di quei contadini che avevano avuto in assegnazione i fondi della riforma, a distanza di qualche anno, hanno dovuto cederli per l’incapacità di far fronte alle spese agricole, alla pressione fiscale, ma, soprattutto, ad una mancata crescita culturale del lavoro agricolo. Così la masseria, un tempo vera unità produttiva del lavoro agricolo, ma anche vero e proprio snodo culturale del mondo rurale, ha perso man mano le sue caratteristiche più salienti, rimanendo come semplice testimonianza di un’architettura minore che, pur facendo parte di un vasto e complesso patrimonio culturale, non rappresenta un elemento di rilevante importanza architettonica, quanto un fatto di una particolare sensibilità culturale.

Tempietto di Seppannibale. Piccola chiesa di campagna risalente al IX secolo, a circa sette chilometri da Fasano e facente parte della masseria Seppannibale Grande

Non esiste, inoltre, una mappa aggiornata del complesso masseriale meridionale, neanche di quelle che hanno un certo valore monumentale, lasciando alla buona volontà di semplici cultori della materia e alla pubblicistica locale, il compito di censirle, prediligendo, però, non tanto la rilevanza architettonica del manufatto, quanto la storia personale dei proprietari. Ora, però, che molte masserie sono state trasformate in gran parte in pretenziosi alberghi, in centri agroturistici e, perfino, in “bed and breakfast”, dove ai massari di un tempo si sono sostituiti albergatori e osti, per non perderne definitivamente la memoria val la pena ritornare al Chronos e ricordare, almeno, una parte di quel complesso masseriale che caratterizzava la Puglia, autentica patria di questo tipo di costruzioni.

Ripartiamo, così, dal Foggiano e ribadiamo che gli edifici rurali erano stati organicamente concepiti sia per le attività agricolo-pastorali che per la dimora padronale (anche se limitata a ben determinati periodi dell’anno). Le masserie feudali di grandi dimensioni — al centro delle quali campeggia il palazzo padronale quasi sempre fortificato (anche per difendersi dai briganti che nel periodo borbonico infestavano quasi tutta la Puglia) — e le masserie a corte — dove l’organizzazione “domus casalinum curtis” costituisce una costante del modulo architettonico — sono quelle che hanno subìto i meno vistosi rimaneggiamenti. Come nel caso del paesaggio rurale di Manfredonia, dove sembra davvero che sia cambiato pochissimo. Anche nei contrafforti del Gargano la tipologia delle masserie è rimasta pressoché immutata e sono ancora adibite, in massima parte, al lavoro agricolo. Trasformazioni, invece, hanno subito le masserie a casino del Tavoliere, anche se, scomparsa o quasi la transumanza e diversificato il tipo di coltura (la vite e l’olivo) hanno assunto un aspetto di palazzo gentilizio (masserie Peluso, Valente, Posta di Gambadoro).

Gli antichi Lamioni di Toritto (cellule residenziali del bracciantato agricolo, a margine delle masserie vere e proprie) [Credit Valentina Rosati]

Ristrutturata anche la masseria Torretta, al centro del triangolo Bari-Brindisi-Lecce, dove, dalle asperità della Murgia si passa alla Valle d’Itria e dove, perciò, le soluzioni architettoniche tipiche di questa zona, vale a dire i trulli, presentano qui una importante variante con la sostituzione del tronco di cono con una copertura ad emisfera. Sempre in quest’area, sono molte le masserie restaurate e adibite a centri agro-turistici (la più rilevante, la Masseria S. Domenico, tra Ostuni e Fasano).

C’è da notare, poi, come le masserie della zona di Martina Franca siano passate da un’estensione media di 500-600 ettari a meno di 250 ettari: quelle, almeno, che hanno conservato le loro funzioni agricolo-pastorali. In ogni caso, la rete masseriale da Ostuni a Ceglie Messapica, a Fasano (masserie Seppannibale, Torre Spaccata, Luce) a Cisternino o a Villa Castelli fino a Martina Franca e Crispiano (masseria Cigliano), costituisce pur sempre un paesaggio rurale molto originale e, per certi versi, unico nel panorama pugliese. La natura, poi, del territorio tarantino, pieno di gravine, villaggi sotterranei, scavati nella roccia, e di lamioni (cellule residenziali del bracciantato agricolo, a margine delle masserie vere e proprie), fino a pochi decenni fa, ancora dominato dal latifondo, si può sostanzialmente dividere in due zone: la parte montana, murgiana, caratterizzata da colture cerealicole e dall’allevamento, e la parte bassa, paludosa, degradante verso lo Ionio. Qui, la trasformazione agrofondiaria ha cambiato anche le caratteristiche funzionali delle masserie, con quelle “a corte” di pecore, adibite ora alle colture granifere e oleifere, con profonde trasformazioni anche alle strutture edilizie.

L’ingresso sontuoso della Masseria di Levrano d’Aquino divenuta una moderna azienda di trasformazione dei prodotti agricoli da coltivazioni biologiche 

Del tutto singolare, poi, in quest’area, la sorte della masseria Battaglia, a est di Taranto, così chiamata perché nelle sue vicinanze, nel XVI secolo, i turchi del rinnegato Assan Bassà Cicala, si scontrarono con i soldati di Don Carlo D’Avalos, e proprietà dei marchesi Bonelli Beaumont fino agli anni Cinquanta. Finché l’ultimo rappresentante di questo casato, senza eredi diretti, la lasciò, con l’altra splendida masseria di Levrano d’Aquino (così dal nome del letterato tarantino Tommaso Nicolò d’Aquino) alla fondazione Nobel, per incrementare le ricerche sul cancro. Un possedimento di molti miliardi, finito ad un avventuriero locale, che l’ottenne dall’associazione svedese per poche centinaia di milioni, e che, una volta acquisitane la proprietà, lottizzò selvaggiamente ed abusivamente i quasi mille ettari della masseria, tanto che ora il paesaggio rurale circostante è definitivamente scomparso, lasciando il posto a migliaia di edifici di cemento. La masseria, invece, sapientemente restaurata, è diventata la residenza del proprietario.

A sud di Taranto, quasi al confine con la Basilicata, per la vastità dei terreni da coltivare e per le notevoli distanze dai centri urbani, le masserie presentano l’aspetto di piccoli villaggi, con le abitazioni dei braccianti e dei contadini attigue a quelle padronali, tutte però raggruppate intorno ad una corte e ad una chiesetta. La masseria Girifalco, nell’agro di Ginosa è l’esempio più rilevante di questa tipologia: il fabbricato principale, che insiste su di un’area di circa 250 ettari, è articolato in due piani a torre di difesa, e comprende moltissimi locali di servizio adibiti a residenza del personale, scuola, frantoio, depositi, chiesa, officina, stalle. In questa zona, poi, la produzione agricola è diversificata, nel senso che, alla coltura tradizionale dei cereali, della vite e dell’olivo, si sono aggiunte anche quelle del cotone e del tabacco, per cui i lavoratori stagionali di queste colture trovano asilo anche nelle torri costiere e nelle torri masserie della fascia ionica.

Masseria Longa, rimaneggiata in Boutique hotel a Otranto

Il paesaggio rurale salentino, poi, è caratterizzato, per la maggiore estensione dei suoi confini e per la posizione geografica direttamente esposta alle scorrerie dei predatori turchi e ottomani, da un rilevante numero di masserie fortificate. Una tipizzazione ancora più marcata in Terra d’Otranto, dove, ai saccheggi e alle invasioni dei pirati di oltremare, si aggiungono conflitti feudali e guerriglie interne a partire dal XVI secolo e fino all’Ottocento. «La torre feudale, perciò, costituisce l’elemento architettonico più saliente delle masserie distribuite su due o tre livelli, sorretti da volte e spesso forniti di ampi sotterranei, con altezza che può raggiungere i 15 metri». Nel censimento che Carlo III di Borbone ordinò nel 1750 risultò che in Terra di Otranto esistevano ben 80 torri fortificate, contro le 16 in terra di Bari e le 25 in Capitanata, mentre le masserie fortificate erano oltre le 200 unità. Esempi di queste costruzioni rurali fortificate si riscontrano in tutta la costa salentina, sia adriatica che ionica, fra cui, le più rilevanti sia per dimensioni che per opere di fortificazioni nel territorio nord-occidentale di Lecce, le masserie Paladini Piccoli, il cui nucleo originario è databile alla fine del XVII sec. (e consistente, nel 1775 in: curti, case, Torre, capanne e chiusure seminatorie ed olivate), la masseria Rauccio, nel 1775 di proprietà della SS. Annunziata dei Padri Predicatori, la Coccioli e la masseria Giampaolo.

Il cortile della Masseria Coccioli trasformata in un accogliente albergo nel Salento Leccese

Quest’ultima costituiva una delle più belle masserie fortificate dell’area di affittamento leccese, cui erano legati i nomi delle più eminenti famiglie della feudalità salentina: nel 1608 apparteneva a Federico Tafuri, nel 1616 a Gian Domenico Cigala e, successivamente, al Monastero di San Giovanni Evangelista di Lecce, che l’aveva acquistato, nel 1690 per 9500 ducati, una masseria i cui terreni avevano una estensione di quasi 800 ettari, con ben 5260 alberi di ulivo. Sulla antica strada che da Brindisi portava ad Otranto si contano a decine le masserie fortificate (Mosca, Mele, Menzana, Specchia, Reca, Carrozzina, Zundrano, Favarella) che si completavano con la cittadella fortificata di Acaya e con le torri costiere delle masserie Cesine, Specchia Ruggeri, S. Foca, ecc., a conferma della necessità di opporre baluardi fortificati alle incursioni dal mare, tanto che, in una di queste masserie si può ancora leggere come: «si consistam adversum me castra, non timebit cor meum (se anche si schiereranno contro di me accampamenti, il mio cuore non tremerà)». Ora, il mio Chronos, insieme alla vostra pazienza, è quasi finito. E, parafrasando una splendida poesia, di uno splendido poeta salentino, Vittorio Bodini, “È notte, avrei ancora molte cose da raccontarvi. Lascerò sul tavolo, come un biglietto di scuse, diretto a me, per domani. Se mi desterò…”. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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About Author

Giornalista dal 1971. Ha alternato la sua carriera di biochimico con quella della scrittura. Ha diretto per 14 anni “Videolevante”, una televisione pugliese. Ha tenuto corrispondenze dall’Italia e dall’estero per “Il Messaggero”, “Corriere della Sera”, “Quotidiano”, “La Gazzetta del Mezzogiorno” per la quale è editorialista. Con la casa editrice Scorpione, ha pubblicato “Fatti Così” e, con i Libri di Icaro, “Taranto - tra pistole e ciminiere, storia di una saga criminale”, scritto a due mani con il Procuratore Generale della Corte d’Assise di Taranto, Nicolangelo Ghizzardi. Per i “Quaderni” del Circolo Rosselli, ha pubblicato, con Vittorio Emiliani, Piergiovanni Guzzo e Roberto Conforti, “Dossier Archeologia” e, per il Touring club italiano, i “Musei del Sud”.