Il colosso globale Exxon, da decenni celebrato re dell’Oil&Gas, ha deciso di ricorrere al tribunale del Lussemburgo contro la tassa sugli extraprofitti approvata dal Consiglio europeo a settembre scorso. Anche l’Eni potrebbe adire legalmente contro la Ue per porre fine ai “colpi di fionda e dardi d’oltraggiosa fortuna” sugli enormi ricavi dell’ultimo anno. L’obiettivo della Commissione è di recuperare fino a 25 miliardi di euro per contribuire a «ridurre le bollette energetiche» di cittadini e imprese, ritenuto dalla lobby degli idrocarburi un vero sconcio, un pessimo esempio. E se anche la Meloni, in ansia di “sovranità energetica nazionale”, ci prendesse gusto e facesse qualche sciocchezza? Un insieme di espressioni delle borghesie nazionali — gli Stati della Ue — attaccato da un colosso del Capitale globale (178 mila miliardi di dollari di fatturato nel 2020) non s’era mai visto, signora mia. Il colpo di coda del Tirannosauro contro l’“inizio della fine dell’era del petrolio”? Resta il dilemma: se «il Capitalismo ha i secoli contati» (citaz. Giorgio Ruffolo), che facciamo in questi secoli?


L’editoriale di MASSIMO SCALIA

soffrire […]
o prender armi contro un mare d’affanni
e, opponendosi, por loro fine?
William Shakespeare, Hamlet (atto terzo, scena prima) 

MASCELLONE PENDENTE E CHIAPPE strette, assicurano i suoi valvassori, aggiungendo, ma solo a patto del più coperto anonimato, di averlo visto girare con in mano quel busto che si è fatto fare — fronte inutilmente pensosa — interrogandolo amleticamente, come fosse un novello teschio di Yorick: “E mo’ che minchia dobbiamo fare?” Eh sì, perché la sortita del colosso globale Exxon, da decenni celebrato re dell’Oil & Gas, di ricorrere al tribunale del Lussemburgo contro la tassa sugli extraprofitti approvata dal Consiglio europeo a settembre scorso pone la questione se anche l’Eni debba adire legalmente contro la Ue per porre fine ai “colpi di fionda e dardi d’oltraggiosa fortuna”. Segnalando in questo modo anche l’inaccettabilità di quei veri e propri insulti, nazionali in questo caso, dei prelievi, sia pure limitati, sui sovraprofitti degli enormi ricavi dell’ultimo anno. Per i quali prelievi si è adoperato, senza sudare beninteso, lo statista dal sorriso largo quanto la sua comprensione per il ruolo dell’Eni. Che poi ci fosse uno squalo a governare l’Ente creato da Mattei, oltre a tutta la politica energetica italiana, transeat. Nessuno è perfetto.

La questione è giuridicamente sottile perché in effetti non risultano precedenti in cui la Ue, in quanto tale, legiferi in materia fiscale, che, sicuramente come prassi, è demandata agli Stati nazionali. Come confermano le ricorrenti raccomandazioni della Commissione a “omogeneizzare” le percentuali erariali imposte dai singoli Stati. L’obiettivo, poi, della Commissione di recuperare fino a 25 miliardi di euro per contribuire a «ridurre le bollette energetiche» per cittadini e imprese è un vero sconcio, un pessimo esempio che fa temere che anche la Meloni, in ansia di “sovranità energetica nazionale”, possa magari fare qualche sciocchezza. Per fortuna che la Exxon, in realtà Exxon Mobil dopo la fusione, ha fatto capire a tutta la Ue che trattamenti del genere minano l’affidabilità dell’Europa sul mercato e stornano da lei investimenti (un irato “fuck you” nell’untuoso stile Oil & Gas). Ma il ricorso contro la Ue resta una mossa che per l’Eni, che non ha sede a Irving (Texas), potrebbe essere azzardata. Sotto vari profili.

Lasciando il Mascellone-Principe di Danimarca all’Elsinore delle sue pene shakespeariane, non riesco a trattenermi da un peana al Capitalismo e alle sue Istituzioni, quali gli Stati nazionali e le loro aggregazioni sono configurati da un marxismo un po’ rozzo, ma che trova nuove ali oggi in Italia nella frustrazione non ancora metabolizzata per la vittoria della Destra. Beh, qui c’è un insieme di espressioni delle borghesie nazionali, gli Stati della Ue, attaccato da un colosso del Capitale globale — en passant, oltre 178 mila miliardi di dollari di fatturato nel 2020. Di che ti rallegri, grullo! È la notoria competizione intra-capitalistica. Sarà pure, ma da quando Giorgio Ruffolo ci ha avvisato che “Il Capitalismo ha i secoli contati” (Gli Struzzi, Giulio Einaudi Editore, 2008, Torino) lascio ai “veri compagni” l’analisi della crisi del Capitale e delle “crisi di regime” che fanno intravedere, quasi a portata di mano, la fine del Capitale. Mi pongo invece la questione del che facciamo in questi secoli, dei quali ci ha ammonito Ruffolo. 

E così prendo atto con piacere delle contraddizioni che si aprono, amplificate dalla pluralità di soggetti e istituzioni che le democrazie ci dispensano, frutto di elaborazioni e travagli secolari. E la reazione rabbiosa dell’Exxon Mobil mi sembra proprio il colpo di coda del Tirannosauro, che percepisce, nell’affacciarsi di nuove scelte energetiche ed economico-sociali conseguenti, quell’“inizio della fine dell’era del petrolio”, quale salutammo in molti l’Accordo di Parigi (2015, ratificato da 196 governi il 22 aprile 2016). E il nuovo capitalismo delle fonti rinnovabili, dove lo mettiamo? Anche loro si cibano di plusvalore, cioè dello sfruttamento di una forza lavoro più avanzata, più tecnologica ma sempre sfruttamento. Potrei richiamare in causa il, spesso negletto, “portato progressivo del Capitale” di marxiana memoria, ma mi limito a predicare che se dobbiamo morire capitalisti, come Ruffolo indica, almeno combattiamo per quelle forme di capitalismo che liberano nuove energie e che nuocciono di meno all’uomo e all’ambiente.

Che remissività, che resa! Nessuna resa, ma poi, mi scusi, dove stava lei, insieme a tantissimi altri che non ricordo accanto, in quel periodo, forse un decennio, quando per davvero si poteva incidere assai significativamente sullo “stato presente delle cose”? E ancora racconta al nipotino l’epica di quelle volte che ha inalato l’acre odore di un candelotto lagrimogeno della polizia? Quelle volte, plurale? Rari nantes in gurgite vasto. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Scienziato e politico, è stato leader del movimento antinucleare e tra i fondatori di Legambiente e dei Verdi. Fu primo firmatario, insieme ad Alex Langer, dell’appello che nell’autunno 1984 portò alla costituzione nazionale di Liste Verdi per le amministrative del 1985. Eletto alla Camera per i Verdi (1987-2001) ha portato a compimento la chiusura del nucleare, le leggi su rinnovabili e risparmio energetico, la legge sul bando dell’amianto. È stato presidente delle due prime Commissioni d’inchiesta sui rifiuti (“Ecomafie”), che hanno indagato sui traffici illeciti internazionali, sulla waste connection (assassinio di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin) e sulla gestione delle scorie nucleari. Ha per anni proposto insieme ai Verdi i cardini e le azioni della Green Economy; e ha continuato le battaglie ambientaliste a fianco della ribellione di Scanzano (2003) e contro la centrale di Porto Tolle e il carbone dell’Enel (2011-14). Co-presidente del Decennio per l’Educazione allo Sviluppo Sostenibile dell’Unesco (2005-14). Tra i padri dell’ambientalismo scientifico ha prodotto (2020) un modello teorico di “stato stazionario globale”, reperibile, insieme a molte altre pubblicazioni scientifiche, su https://www.researchgate.net/profile/Massimo-Scalia