Per l’estrazione e il controllo mondiale del petrolio crisi, attentati e guerre hanno punteggiato la storia degli ultimi settant’anni. Dall’“Operazione Ajax”, il golpe della Cia e del Mi6 per rovesciare il primo ministro iraniano Mohammad Mossadegh, all’incidente aereo che costò la vita ad Enrico Mattei, dall’uccisione di Gheddafi all’arresto manu militari di Maduro, è l’oro nero a determinare equilibri geopolitici e sviluppo economico del mondo intero. Con risultati non sempre conseguenti alle premesse dei promotori delle azioni di forza. L’enorme potenziale degli oltre 300 miliardi di barili nel sottosuolo del Venezuela non è detto che possano essere immesse facilmente sul mercato a prezzi concorrenziali. Con un problema più generale che riguarda il mercato mondiale del petrolio. Un incremento della produzione aggraverebbe infatti il timore di un surplus già presente nel mercato, con l’Opec+ che ha aumentato la produzione a fronte di una domanda globale tiepida per rallentamenti economici. 


◆ L’analisi di GIANNI SILVESTRINI, direttore scientifico del Kyoto Club e di QualEnergia

Al centro di questa composizione grafica il primo ministro iraniano Mohammd Mossadegh deposto dal golpe organizzato da Stati Uniti e Gran Bretagna tra il presidente Usa Truman (a sinistra) e il primo ministro britannico Churchill (a destra).  Sotto il titolo, Il presidente del Venezuela in ceppi con occhialoni scuri e l’isolamento acustico catturato dai soldati statunitensi nell’operazione militare speciale ordinata da Trump all’alba del 3 gennaio 2026

Tre storie ricordano possibili criticità collegate al petrolio. Partiamo da Mohammad Mossadegh, il primo ministro iraniano democraticamente eletto che nel 1953 fu rovesciato da un colpo di stato (Operazione Ajax) orchestrato da Cia (Usa) e Mi6 (Regno Unito). La sua colpa: aver nazionalizzato il petrolio iraniano. Processato per tradimento, venne condannato a 3 anni di prigione, seguiti da arresti domiciliari a vita. Un altro segnale inquietante è stato l’incidente aereo del 1962 in cui perse la vita Enrico Mattei che aveva sfidato il cartello delle “Sette Sorelle” (le sette grandi compagnie petrolifere anglo-americane: Exxon, Mobil, Chevron, Texaco, Gulf Oil, Bp e Shell), che controllavano oltre il 90% del mercato mondiale offrendo ai Paesi produttori accordi più equi: 75% dei profitti ai governi locali contro il 50% standard delle Sette Sorelle. E arriviamo all’arresto di Maduro di questa prima settimana  del 2026. Dopo l’operazione militare Usa che ha portato alla sua cattura, Trump ha annunciato che gli Stati Uniti «gestiranno» temporaneamente il Venezuela e coinvolgeranno pesantemente le compagnie petrolifere americane nello sfruttamento delle sue riserve.

Andamento della produzione di petrolio in Venezuela dal 1940
(Fonti: Venezuelan Oil Ministry’s, OPEC and Reuters)

Parliamo di oltre 300 miliardi di barili nel sottosuolo, le maggiori al mondo. Negli ultimi 30 anni la produzione era crollata, arrivando a fatica a produrre circa un milione di barili al giorno, pari all’1% della produzione mondiale. Inoltre, una parte del petrolio venezuelano risulta estremamente pesante, il che lo rende inquinante e costoso da processare. Si stima che con investimenti Usa la produzione potrebbe tornare ai livelli pre-crisi di 3 milioni di barili di petrolio al giorno. Non sarà però un percorso semplice. Aggiungere un altro mezzo milione di barili al giorno di produzione costerebbe, secondo esperti del settore, 10 miliardi di dollari e richiederebbe circa due anni. Aumenti maggiori potrebbero richiedere decine di miliardi di dollari distribuiti in tempi più lunghi.

La storia dimostra inoltre che un cambio di regime forzato raramente stabilizza rapidamente l’approvvigionamento di petrolio, come ci ricordano i precedenti preoccupanti della Libia e dell’Iraq. Vi è poi una seria incognita legata alla produzione interna di petrolio Usa. Il boom dello shale oil statunitense sta infatti raggiungendo un picco, anche se le innovazioni nelle trivellazioni potrebbero stabilizzare la produzione. I produttori statunitensi di shale (ad alto costo, break-even ~50-60$/barile) potrebbero quindi ridurre investimenti, con tagli di produzione e licenziamenti. C’è poi un problema più generale che riguarda il mercato mondiale del petrolio. Un incremento della produzione aggraverebbe infatti il timore di un surplus già presente nel mercato, con l’Opec+ che ha aumentato la produzione a fronte di una domanda globale tiepida per rallentamenti economici. 

I prezzi del greggio sono scesi di quasi il 20% nel 2025, attestandosi a circa 60 dollari al barile, a causa del timore di un’eccessiva offerta. L’Agenzia internazionale per l’energia prevede che nel 2026 l’offerta supererà la domanda di ben 3,85 milioni di barili al giorno (bpd), l’equivalente di circa il 4% della domanda globale. Un calo della domanda post-2030 (scenari Iea) contribuisce ad una pressione ribassista a lungo termine, con prezzi medi potenzialmente su 50-70 $/barile negli anni ’30. Rimane inoltre forte l’incognita legata al boom dell’auto elettrica. Entro un decennio ci si aspetta di arrivare ad un plateau o a una lieve riduzione della domanda, con le auto elettriche responsabili di 5-12 milioni di barili al giorno (mb/d) di spiazzamento.

Poi ci sono le conseguenze interne in Venezuela. Ricordiamo che Nixon, vicepresidente Usa, durante una visita nel 1958 per poco non venne ferito o addirittura ucciso quando una folla inferocita attaccò il corteo di macchine che si dirigeva all’aeroporto. Quico Toro, il fondatore di Caracas Chronicles, costretto a fuggire dalla dittatura venezuelana, ha dichiarato: «Donald Trump e Marco Rubio faranno un giro di vittoria oggi. Se lo meritano, hanno inferto un duro colpo a un regime autenticamente malvagio. Ma non l’hanno rovesciato. Il ‘chavismo’ e ancora saldamente al controllo del Venezuela». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Ha svolto attività di ricerca presso il Cnr e il Politecnico Milano, dove è responsabile del master “Ridef – reinventare l’energia”. È stato direttore generale del ministero dell’Ambiente e consigliere di Pierluigi Bersani al ministero dello Sviluppo economico. È direttore scientifico del Kyoto Club un’organizzazione non profit, creata nel febbraio del 1999, costituita da imprese, enti, associazioni e amministrazioni locali, impegnati nel raggiungimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni dei gas climalteranti. È anche direttore scientifico della rivista e del portale “QualEnergia” promossi da Legambiente e da Kyoto Club. È presidente di Exalto, una società impegnata nella transizione energetica in atto. Autore di oltre 100 pubblicazioni scientifiche e di cinque libri, fra cui “2 °C - Innovazioni radicali per vincere la sfida del clima e trasformare l’economia”, 2016, e “Le trappole del clima”, 2020, scritto insieme a GB Zorzoli, Edizioni Ambiente.