La marcata attualizzazione scenica di questo melodramma eroico in due atti – tratto dall’omonima tragedia di Voltaire – sicuramente evoca le brutali contese mediorientali, le note a tinte forti di Rossini sottolineano altri privati sentimenti sospinti ben oltre i confini della ragione. Dai conflitti pubblici tra fazioni a quelli passionali dei due protagonisti la riflessione avanza nelle più segrete stanze della condizione umana. Un rapporto sublime e al tempo stesso distruttivo tra i due protagonisti – Tancredi e Amenaide – in cui domina l’illusione di una definitiva tregua di felicità assurge a trasposizione macroscopia dei turbamenti umani contemporanei. L’opera, composta da un Rossini poco più che ventenne, è tornata a splendere nel Palazzo Ducale di Martina Franca anche grazie allo scrupoloso lavoro interpretativo dell’Orchestra dell’Accademia Teatro alla Scala diretta da Sesto Quatrini. Ha aperto la 51^ edizione del Festival della Valle d’Itria di Martina Franca che si chiude domenica
◆ La recensione di ANNALISA ADAMO AYMONE

► Un parco giochi devastato dalle bombe, un luogo sacro dove la guerra è già passata, è lo sfondo del Tancredi di Gioachino Rossini, messo in scena dal regista Andrea Bernard per aprire la 51^ edizione del Festival della Valle d’Itria di Martina Franca. Fin da subito una marcata attualizzazione scenica fa correre la mente a Gaza e se le lotte siciliane per il potere tra Bizantini e Saraceni (1005) di questo melodramma eroico in due atti – tratto dall’omonima tragedia di Voltaire – sicuramente evocano le brutali contese mediorientali, le note a tinte forti di Rossini sottolineano altri privati sentimenti sospinti ben oltre i confini della ragione. Dai conflitti pubblici tra fazioni a quelli passionali dei due protagonisti, infatti, la riflessione avanza nelle più segrete stanze della condizione umana, tanto più nel momento in cui Tancredi e Amenaide – i due protagonisti – si perdono per l’impossibilità di chiarirsi e, quindi, di amarsi.

Un rapporto sublime e al tempo stesso distruttivo in cui domina l’illusione di una definitiva tregua di felicità assurge a trasposizione macroscopia dei turbamenti umani contemporanei. «In un mondo attraversato da conflitti reali e informativi – sottolinea Andrea Bernard nelle sue note di regia -, dove il rumore della guerra rende difficile distinguere il vero dal falso, anche la sfera privata si contamina». Ed è così che la guerra governa tutta l’opera, determinando i rapporti, le scelte e i fraintendimenti. Nella magia dei crescendo rossiniani ai conflitti interiori fanno eco i colpi delle armi. E viceversa. L’esecuzione consecutiva dei due finali nella stessa recita, quello lieto della prima versione composta per il Teatro La Fenice di Venezia – andato in scena il 6 febbraio 1813 – e quello tragico del Teatro Comunale di Ferrara – andato in scena il 21 marzo dello stesso anno -, è stata un’occasione preziosissima per ripercorrere la storia compositiva dell’opera e approfondire l’aspetto drammaturgico che sottende alla scrittura musicale.

Grande prova da parte di tutti gli interpreti, in particolare il mezzosoprano russo Yulia Vakula, en travesti nel ruolo di Tancredi ed il soprano Francesca Pia Vitale nel ruolo di Amenaide. L’opera, composta da un Rossini poco più che ventenne, costituisce ancora oggi uno dei suoi maggiori successi che, dopo aver inaugurato il Festival nel 1976, è tornata a splendere nel Palazzo Ducale di Martina Franca anche grazie allo scrupoloso lavoro interpretativo dell’Orchestra dell’Accademia Teatro alla Scala diretta da Sesto Quatrini. Il Tancredi apre una programmazione tutta dedicata alle guerre e alla pace, svelando sin da subito il cambio di passo che la nuova direttrice artistica del Festival della Valle d’Itria, Silvia Colasanti, intende dare ad una delle più importanti istituzioni di musica lirica nel panorama internazionale, sia per ricerca sia per qualità. Una scelta tesa a voler essere presenti in quel che accade e – presumibilmente – accadrà attraverso le opere del passato, perché – come diceva il filosofo francese Henri Bergson nel suo saggio “Materia e memoria” – niente più del passato ci spinge fino alla porta della coscienza. © RIPRODUZIONE RISERVATA
