Lo storico e geografo Strabone racconta di una città con una floridissima economia, tanto da importare spezie, manufatti fittili (ceramiche) e porpora dalla madrepatria greca, soprattutto da Mileto, per poi rivenderli agli Etruschi. Diodoro Siculo si lascia andare a una serie di reprimende che sfiorano il pettegolezzo. Ce n’è a sufficienza per andare di persona in questa colonia achea e verificare se davvero le condutture domestiche portassero il vino nelle case, e se fossero realmente proibiti i galli nei cortili e i lavori rumorosi entro la cinta urbana della città, per non disturbare il riposo dei Sibariti

Scorcio del parco archeologico di Sibari, città achea fondata nel 720 a.c.; sotto il titolo, scene di un symposium dipinto su un cratere di Nicia

Il racconto di ARTURO GUASTELLA, nostro inviato nella Magna Grecia

L’opera di Diodoro Siculo, in un’antica edizione del 1746

AVETE MAI SENTITO parlare della triphè sibarita? A dar retta a quella malalingua di Diodoro Siculo, ma anche di Strabone, di Eliano e, perfino, di Eusebio (che il vostro ignorante cronista, aveva confuso con l’antico giocatore di calcio del Benfica) si trattava di una sorta di “dolce vita”, praticata qualcosa come due millenni e sette secoli fa, in una potente e raffinata polis della Magna Grecia, Sibari, nel nord dell’attuale Calabria. Se, tuttavia, lo storico e geografo Strabone, racconta di una città con una floridissima economia, tanto da importare spezie, manufatti fittili (ceramiche) e porpora dalla madrepatria greca e, soprattutto, da Mileto, per poi rivenderli agli Etruschi, (guadagnandoci, con i dazi, tanto da permettere ai suoi abitanti di togliersi più di uno sfizio), Diodoro Siculo si lascia andare ad una serie di reprimende che, diremmo oggi, sfiorano il pettegolezzo. A sufficienza, dunque, per recarci in questa colonia achea di persona e verificare, de visu, se era poi vero che le condutture domestiche, invece dell’acqua, portavano nelle case il vino, se le vie (strigas) erano coperte davvero da coperte per non disturbare il sonno dei sibariti. Che, inoltre, in città era proibito tenere nei cortili delle case i galli, per non svegliare troppo presto i cittadini e che erano tassativamente vietati, entro la cinta urbana, lavori di artigianato troppo rumorosi, che potessero impedire la “siesta” dei sibariti.

Immagine tratta dal film di Federico Fellini “La dolce vita”

E, poi, questa famosa triphè. Una dolce vita da far invidia a Federico Fellini che speravo di incontrare da queste parti, o magari, riconoscere in quella bellissima kore, una ragazza abbigliata da un altrettanto splendido peplo dorico, la giunonica Anitona, mentre passeggia con le amiche lungo la via sacra, che, poi, sarebbe stata, a parere del siculo Diodoro, la via Veneto di Fellini e Mastroianni. Invano, però, mi metto alla ricerca di qualche fontana, per vedere se anche allora si usava fare il bagno vestiti, o se questa dolce vita sibarita consisteva soltanto di colossali pranzi e cene, da far invidia ad un altro regista italiota, quel Marco Ferreri della “Grande Abbuffata”.

«Proprio da te, non me l’aspettavo», mi apostrofa imbufalito un quarantenne di bell’aspetto, che — mi accorgo (non chiedetemi come) — parlava il greco del Peloponneso settentrionale, e nell’achea Trezene. Dice di chiamarsi Is e mi fa sapere che egli è l’ecista, il fondatore di Sibari, nel 720 avanti Cristo, e proviene proprio dal golfo dell’Argolide. «Questa della mollezza di Sibari, e tu dovresti ben saperloper quella taccia di molle Tarentum che perseguita la tua polis, è solo la malignità delle poleis viciniori, che invidiano la mia città, tanto che una loro lega, guidata Kroton, nel 510 (avanti Cristo), distruggerà la città dalle fondamenta, facendovi confluire le acque del Crati, dopo averne deviato il corso, per cancellarne ogni traccia». Is — che pare essere perfettamente informato della nostra storia contemporanea e, addirittura, della cronaca più recente — mi lascia di sasso, raccontandomi della fine di Sibari. «Devi sapere — si lascia andare ai ricordi — che le mura della mia apoikia si estendevano per oltre dieci dei vostri chilometri e, i sibariti che vi abitavano erano più di centomila, e Sibari fu in grado di esercitare la sua supremazia su quattro popoli diversi, assoggettando ben 25 città; era in grado di mettere in campo un esercito di oltre 250 mila uomini, di cui almeno cinquemila soldati di cavalleria». «E non basta», continua. «Il territorio che controllava si estendeva fino alla foce del fiume Traente, al confine con Kroton e, a nord, fino alle rive del fiume Sinni, vicino a Siris e Metaponto».

La colonna di Hera Lacinia, fra i pochi resti dell’antica  Kroton, capofila di una lega di città che distrusse Sibari nel 510 a.c.

Mi giro a guardare Strabone, ritenendo che l’Ecista stesse esagerando con i numeri e il Geografo, invece, approva tutto il discorso di Is di Elice. E l’attualità della distruzione di Sibari? «Il casus belli — continua in latinorum il Principe acheo —, proprio come sta accadendo ora in Ucraina che il tiranno del Cremlino ha proditoriamente invaso in armi, fu dovuto alla nomina a capo della città di Telide, che, nella sua visione democratica dello Stato, aveva intrapreso un percorso legislativo di redistribuzione della ricchezza tra i cittadini, non sopportando più che vi fossero sibariti eccessivamente ricchi. Questi possidenti, toccati nei loro interessi materiali e non sopportando che i loro beni subissero una qualche decurtazione, andarono a lamentarsi con i governanti di Kroton. Lì era ospite della città un avventuriero spartano, Dorieo, il quale consigliò ai sibariti dissidenti di rifugiarsi a Crotone e chiedere l’intervento dei loro “fratelli crotoniati” contro l’autocrate Telide». «Così — prende la parola Diodoro Siculo — i Crotoniati invasero il territorio di Sibari, assediarono la città e, grazie ai soliti traditori che parteggiavano per i ricchi fuoriusciti, riuscirono a penetrare tra le mura della città e fare strage dei sibariti. Non risparmiarono, però, dall’eccidio, neppure quei sibariti loro ospiti. A torto, essi ritenevano che i Crotoniati, ucciso Telide, avrebbero ridato loro il governo della città, avevano seguito incautamente l’esercito invasore e furono invece massacrati dal primo all’ultimo». «Ecco — filosofeggia il grande storico Tucidide, anch’egli lì presente — come la storia, pur ripetendosi, spesso non riesce ad insegnare davvero nulla».

Antica moneta della città di Sibari

«E, tuttavia qualcosa di vero nella mollezza dei sibariti, c’è», intervengono ad una voce, il poeta maldicente Ipponatte, Senofane di Colofone, che aveva grande risentimento per i sibariti. La colonia fondata da Is aveva distrutto Siris, l’unica colonia ionica di quel territorio acheo; e Quinto Orazio Flacco — che, oltre ad essere di origini magno greche, aveva anche grande dimestichezza con grandi abbuffate e libagioni — mi incita: «Chiedi all’Ecista  cosa era per i Sibariti il Culto della Tranquillità». Corrusco, Is di Elice non mi degna di uno sguardo, mentre Diodoro (sempre lui) non si fa pregare e dice che i Sibariti imploravano gli Dei non già per un buon raccolto o per i loro favori in guerra, quanto per essere lasciati tranquilli.

Il geografo e storico Strabone, in un’incisione del XVI secolo

Rincara la dose lo storico di Agira: «Il Murex brandanus, come lo chiamerà più tardi il mio collega Orazio (mentre voi lo chiamate mùrice), è un pesce di cui era ricco il tratto di Ionio prospiciente Sibari, molto saporito se adeguatamente cucinato e buono per fare la porpora. Ora, i pescatori che lo pescavano e i commercianti di porpora erano esentati dalle tasse e potevano venderlo liberamente anche agli Etruschi». «A proposito di cucina — continua Diodoro Siculo — i cuochi ricevevano premi e brevetti per l’invenzione di nuovi piatti».

«Passando al cubiculum, alla stanza da letto — racconta il poeta di Venosa —, i Sibariti facevano bagni di vapore e, come gli Etruschi, giacevano con le loro mogli o con le Etere durante i pasti, suscitando lo scandalo in Grecia e in Magna Grecia». «Per concludere — sorride Orazio, che queste usanze dei Sibariti non devono poi essergli molto dispiaciuti — si racconta che vivessero così mollemente che persino il contatto con dei petali di rosa provocava loro l’orticaria. Mentre addirittura, come ha raccontato un vostro storico inglese (Michael Grant, ne “La Nascita della Civiltà Greca”), la sola vista di gente che lavorava poteva causare la fuoruscita di una punta di ernia inguinale». Il fondatore di Sibari, Is di Elice, nauseato si è intanto allontanato. E non mi è stato possibile verificare la fondatezza di queste dicerie. Voi che ne dite? © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista dal 1971. Ha alternato la sua carriera di biochimico con quella della scrittura. Ha diretto per 14 anni “Videolevante”, una televisione pugliese. Ha tenuto corrispondenze dall’Italia e dall’estero per “Il Messaggero”, “Corriere della Sera”, “Quotidiano”, “La Gazzetta del Mezzogiorno” per la quale è editorialista. Con la casa editrice Scorpione, ha pubblicato “Fatti Così” e, con i Libri di Icaro, “Taranto - tra pistole e ciminiere, storia di una saga criminale”, scritto a due mani con il Procuratore Generale della Corte d’Assise di Taranto, Nicolangelo Ghizzardi. Per i “Quaderni” del Circolo Rosselli, ha pubblicato, con Vittorio Emiliani, Piergiovanni Guzzo e Roberto Conforti, “Dossier Archeologia” e, per il Touring club italiano, i “Musei del Sud”.

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