Teseo e Dionisos, Achille e Pentesilea: storie di struggente pathos nella pittura vascolare

Oinochoe in terracotta; sotto il titolo Skyphos con una scena mitologica

«È là ad Olimpia che si affrontano i corridori più veloci / là che si giudicano la forza, il valore, la resistenza alle fatiche. / E il vincitore, per il resto della sua vita, conosce la felicità e la gioia / che gli vengono dai giochi. / È una gioia che si trasmette nel tempo, nei giorni: / è la gloria, il bene supremo per gli uomini». Nei versi di Pindaro, il fascino delle gare olimpiche dipinte su Pelike, Oinochoe e Skyphos. Resta qualcosa di quello spirito nelle parate degli sponsor delle olimpiadi odierne? Rallegratevi, allora, gli occhi e la mente con storie di eroi e di dei, di amore e morte, dipinte da insigni ceramografi. E venite fin qui, in Magna Grecia


Il racconto di ARTURO GUASTELLA, nostro inviato in Magna Grecia

SE IL VOSTRO VIAGGIO, qui al Sud, in Magna Grecia, non contempla soltanto mare e sole, ma anche le bellezze paesaggistiche di una terra tanto sfortunata, quanto disegnata quasi per un sortilegio degli Dei, o i Borghi o le Chiese (il Romanico, soprattutto) o i Musei, a Napoli come a Sibari, a Taranto come a Reggio Calabria, tanto per restare nel continente, allora meritate il consiglio di un antico cronista. 

Pelike con Achille e Pentesilea

Se entrate nei nostri musei archeologici, per favore non date un’occhiata distratta alle anfore che numerose riempiono le bacheche, per farvi, subito dopo, incantare dallo sfavillio delle stupende composizioni di oreficeria ellenistica, ma sostate quanto più potete davanti a Pelike, Oinochoe e Skyphos. Soprattutto, soffermatevi ad osservare da vicino la pittura vascolare: essa vi racconterà storie di straordinario fascino e di struggente pathos. A parte, infatti, la cifra intrinseca della maestria artigianale dei vasai attici del IV e V secolo a.C. e della tecnica sempre più raffinata degli artigiani ateniesi che, a buon diritto, potremmo annoverare fra gli artisti della creta, sono le figure effigiate nei vasi che raccontano di vicende antiche. Sono storie di eroi e di Dei, ma anche di amore e morte. 

Eroi, dunque, ma anche atleti, dai corpi armoniosi e “dalle agili membra”, le cui gesta vittoriose, ad Olimpia, come a Corinto o a Tebe o nella stessa Atene, venivano cantate dagli aedi per mesi e mesi. «È là ad Olimpia che si affrontano i corridori più veloci / là che si giudicano la forza, il valore, la resistenza alle fatiche. / E il vincitore, per il resto della sua vita, conosce la felicità e la gioia / che gli vengono dai giochi. / È una gioia che si trasmette nel tempo, nei giorni:/ è la gloria, il bene supremo per gli uomini”. Questi i versi di Pindaro, nella prima delle sue odi dedicate alle gare olimpiche, le più famose tra i giochi panellenici, durante il cui svolgimento, era d’obbligo cessare qualunque attività bellica tanto che, non di rado, si trovavano a gareggiare insieme atleti di città fieramente nemiche. 

Le gare di Olimpia, inoltre, indette ogni quattro anni nella capitale del nomos di Elide, a partire dal 776 avanti Cristo, erano considerate così importanti da costituire la datazione dell’intera storia greca. E, se qualcuno di voi dovesse recarsi ad Olimpia, nel suo museo troverebbe persino l’origine di questi giochi che qualcuno fa risalire ad Eracle, ma che i più assegnano, invece, all’eroe Pelope (in onore del quale la più vasta regione greca, venne chiamata Peloponneso), e la cui vicenda personale, quasi in una forma di allitterazione eroica, costituì lo spunto per le Olimpiadi. 

Loutrophoros con Pelope e Ippodamia

Nella prima sala del museo archeologico di Olimpia, infatti, sono conservate le metope di un tempio arcaico, dove si racconta della gara tra Pelope e il suo futuro suocero, il re di Pisa Enomao. Quest’ultimo, infatti, aveva una figlia di rara bellezza, Ippodamia, che aveva promesso di dare in moglie soltanto a chi lo avesse battuto nella corsa dei cavalli. Solo che, fino ad allora, nessuno era riuscito a battere i cavalli del re, anche perché pare che Ippodamia, legata al padre da un rapporto incestuoso, ma anche perché sapendo che un oracolo aveva predetto che il padre sarebbe morto per mano del genero, salendo sul carro del pretendente, faceva di tutto per farlo distrarre, facendogli perdere la testa, la gara e anche la vita, tanto che erano stati già tredici i giovani principi che erano stati decapitati. Inoltre Enomao possedeva due cavalli, Psilla ed Arpina, che gli aveva regalato il padre Ares e che erano considerati imbattibili… Quando Ippodamia vide Pelope se ne innamorò subito e, poiché anch’egli aveva due cavalli divini, regalo di Poseidon di cui era stato l’amante, si convinse che Pelope era sicuramente il marito giusto.

Tuttavia, per essere più sicura, consigliò all’amante di corrompere Mirtilo, l’auriga del padre, che sapeva essere innamorato di lei, facendogli balenare la prospettiva che gli avrebbe concesso, in caso di vittoria, la prima notte con la sua futura moglie. Lo sventurato auriga accettò il patto scellerato e sostituì i perni del carro di Enomao con dei pezzi di cera. Durante la gara questi ultimi caddero, fecero rovesciare il carro uccidendo il re. Pelope, tuttavia, non mantenne la promessa e precipitò lo sfortunato Mirtilo da una roccia a strapiombo sul mare, facendolo annegare. Anche quest’ultimo era però figlio di un dio, Hermes, e così maledisse tutta la progenie di Pelope ed Ippodamia, tanto che i loro due figli, Atreo e Tieste, padri di Agamennone e Menelao il primo e di Egisto il secondo, si scannarono letteralmente a vicenda. E i figli dei loro figli fornirono materiale alle più belle tragedie di Sofocle, Eschilo ed Euripide. 

Tutto questo i vasai greci trasferirono nella loro pittura e di questo si trovano esempi anche in molti vasi dei nostri musei. Amore e Morte, abbiamo detto: due storie soprattutto: quella di Aracne, Teseo e Dionisos e quella di Achille e Pentesilea. Aracne, figlia del re di Cnosso Minosse, dopo aver fornito la chiave (il filo) per uscire dal labirinto a Teseo, dopo aver ucciso il Minotauro, fu dall’eroe ateniese, che aveva promesso di sposarla, abbandonata piangente nell’isola di Nasso. Della fanciulla si era invaghito anche il più temuto e misterioso degli dei, quel Dionisos che, con la sua invenzione (il vino), faceva uscire di senno uomini e Dei. Egli andò a trovare quindi Aracne, ma quando si accorse che, per il bel Teseo, essa aveva perso non soltanto il cuore, la testa, ma anche la verginità, la spinse ad impiccarsi. 

Crataere con Achille e Pentesilea

Ed infine (ma ce ne sono molte altre) la più bella e straziante storia d’amore mai raccontata. Lui, Achille, il bellissimo e fiero signore dei Mirmidoni, figlio di una dea e di un mortale, nel cui sguardo corrusco erano impressi i presagi di un destino infelice. Lei, Pentesilea, la cui bellezza “oscurava il sole”, regina delle Amazzoni, figlia di un dio bellicoso, Ares, e di Otrera, nel cui regno, i maschi servivano solo per la procreazione, dopo di che venivano uccisi. Entrambi, su schieramenti opposti. Il primo, il più valoroso degli Achei, a combattere l’affronto dei Troiani a Menelao, la seconda, Pentesilea, accorsa in aiuto di Priamo, cui era grata per averla purificata dall’uccisione accidentale di Ippolita. 

Lo scenario, l’Asia Minore, nella piana tra lo Scamandro e il Simoenta, di fronte alle Porte Scee, in un meriggio di fine agosto. Lei, “Pentesilea, furiosa guidava le sue Amazzoni dagli scudi lunati: la vergine guerriera − una cintura d’oro sotto il seno scoperto − ardeva nella mischia ed osava combattere coi guerrieri più prodi” (Eneide, I, 570-574). Lui, Achille, nella sua armatura scintillante, ansioso di incrociare la spada con colei che gli aveva ucciso l’amico Macaone. Lo scontro, brevissimo, è cruento: il Pelide le immerge la lancia nel costato, ma, quasi immediatamente, rimane fulminato da Eros, si innamora perdutamente e senza più speranza di Pentesilea, e lei, nell’agonia, gli rivolge uno sguardo carico d’amore. La piange, l’eroe acheo, e, sordo alle incitazioni dei compagni che vorrebbero gettarne il corpo ai cani, vorrebbe invece tributarle degne onoranze funebri. Più in la, però, c’è l’odioso Tersite, che resosi conto della tragedia di Achille, invece di consolarlo, comincia ad insultarlo, tanto che Diomede, temendo forse che il cugino potesse essere accusato di necrofilia, prende il corpo esanime della regina e lo scaraventa nello Scamandro. È breve, però, lo “stasimo” tra amore e morte e quando Achille si rende conto di quel che ha fatto Tersite non esita ad ucciderlo. Poi, si immerge nel fiume, recupera il corpo dell’amata, la veglia per tre giorni e tre notti di seguito, prima di restituirla ai Troiani. 

La storia, codificata in mito da Arctino di Mileto, nella sua Etiopide, divenne − in seguito, e per l’appunto − il soggetto ricorrente di molti pittori vascolari. Uno, addirittura, ceramografo ateniese del V sec. a.C., prese addirittura il nome di “Pittore di Pentesilea”, per avere dipinto un centinaio di vasi con questa struggente storia d’amore. E tutte queste e mille altre storie ancora potrete trovarle nelle effigie di molti vasi dei nostri musei. Ma dovete venire fin qui, in Magna Grecia. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista dal 1971. Ha alternato la sua carriera di biochimico con quella della scrittura. Ha diretto per 14 anni “Videolevante”, una televisione pugliese. Ha tenuto corrispondenze dall’Italia e dall’estero per “Il Messaggero”, “Corriere della Sera”, “Quotidiano”, “La Gazzetta del Mezzogiorno” per la quale è editorialista. Con la casa editrice Scorpione, ha pubblicato “Fatti Così” e, con i Libri di Icaro, “Taranto - tra pistole e ciminiere, storia di una saga criminale”, scritto a due mani con il Procuratore Generale della Corte d’Assise di Taranto, Nicolangelo Ghizzardi. Per i “Quaderni” del Circolo Rosselli, ha pubblicato, con Vittorio Emiliani, Piergiovanni Guzzo e Roberto Conforti, “Dossier Archeologia” e, per il Touring club italiano, i “Musei del Sud”.