Sulla trireme Eos con Scilace di Cariandra per tracciare la mappa nautica del Mediterraneo

Qui in alto, una pagina del Codex Parisinus graecus conservato alla Biblioteca Nazionale di Parigi; sotto il titolo, la Olympias (unico esemplare di un’antica trireme ateniese ricostruita come l’originale ancora in navigazione)

Dopo aver preso appunti e segnato con l’astrolabio la posizione delle stelle in quel preciso tratto di mare e di costa, navarchi e storici si sedevano attorno ad una tavolo di ulivo per redigere una sorta di portolano (all’imbucato cronista toccava uno sgabello ai margini). Oggi è conosciuto come il Periplo dello pseudo-Scilace, del quale esiste una sola copia conservata nella Biblioteca Nazionale di Parigi, col nome di Parisinus graecus. Nel primo quarto del quinto secolo avanti Cristo, a bordo vi sono, fra gli altri, l’ammiraglio rodio Timosthenes, lo storico Ecateo di Mileto e il corinzio Timoleonte. Sulle carte nautiche vengono tracciati non solo i porti e gli approdi della Magna Grecia, ma anche dei barbaroi, che abitavano l’Italia meridionale e insulare: Sicani, Siculi, Fenici e Troiani


Il racconto di ARTURO GUASTELLA, nostro inviato nella Magna Grecia

«COSÌ NARRAVA E TUTTI rimasero muti e in silenzio: erano presi dall’incanto». Quanto mi piacerebbe che anche voi, quando vi racconto di Magna Grecia, foste presi dallo stesso incanto per Odisseo, quando narrava di Troia e di Ciclopi e di Lestrigoni, alla corte di Alcinoo (Od. 11,333). Specie ora che ho intenzione di portarvi per mare, dall’Egeo al Mediterraneo, a bordo di una bireme, prima con dei marinai greci della cosiddetta “Dark Age”, addirittura prima della guerra di Troia, e, poi, con il solito, spericolato, salto temporale, nel VI secolo a.C., con una trireme, meglio carenata e attrezzata anche per superare marosi forza sette. 

Siamo nella prima età del bronzo, qualcosa come tremila e cinquecento anni fa, e il “vostro” intrepido cronista si è imbarcato da un porto dell’Argolide, Nafplio, nel Peloponneso, con dei proto-coloni. Questi marinai greci, non crearono, o non riuscirono a creare, stanziamenti duraturi, aprendo, tuttavia, la strada ai colonizzatori achei, che, qualche secolo dopo e grazie alle notizie da loro riportati in patria, proprio in queste terre, riuscirono, eccome, a fondare colonie, che divennero ben presto delle straordinarie “poleis”. Alcuni di questi proto-coloni si stabilirono, come ho potuto constatare (di persona) fra gli indigeni, portando, tuttavia, il loro bagaglio di valori e di istituti, culti e credenze della loro madrepatria greca. 

Acrolito di Apollo Alaios proveniente dal tempio di Krimisa, l’attuale Cirò Marina in provincia di Crotone (Museo archeologico di Cirò Marina)

Ho potuto anche vedere come lungo questo itinerario di navigazione, comprendente brevi, anche se ben calcolate soste, essi riuscirono a concretizzare il loro vincolo col “sacro”, trapiantando lungo la costa luoghi di culto che rimasero punto di riferimento per coloro che sarebbero arrivati dalla stessa zona d’origine, ma che, spesso, aggregheranno attorno a questi santuari, altri devoti, greci ma anche non greci. Uno dei santuari più celebri era il tempio dedicato ad Apollo Alaios a Krimisa (l’attuale Cirò Marina in provincia di Crotone): nelle intenzioni, doveva riprodurre in Occidente, quel luogo di incontro e di irradiazione religiosa, che per i Greci era il santuario di Apollo a Patara, il quale richiamava supplici anche Lici, Rodi, Coi e, perfino, Ciprioti. E, così, mi sono spiegato, finalmente, il mio incontro in Magna Grecia — come i miei dieci lettori ricorderanno — con i medici asclepiadi Macaone e Podalirio, provenienti proprio da quella zona di Patara, famosa, nell’antichità, per le sue “qualità iatriche e mantiche”. Di medicina, cioè, e di oracoli. 

Ora, come “un sogno dentro al sogno” — citando il bostoniano Allan Poe —, eccomi imbarcato in una trireme (greca, naturalmente), e siamo nel primo quarto del quinto secolo avanti Cristo. Confesso di essere, stavolta, in soggezione, perché in questo vascello vi sono addirittura due ammiragli (navarchi), Scilace di Cariandra, che più tardi, su mandato del re persiano Dario, esplorerà nientemeno che l’Oceano Indiano, e l’ammiraglio rodio Timosthenes che è anche storico e geografo. E non basta. A bordo ci sono anche, lo storico Ecateo di Mileto, e, nientemeno, il corinzio Timoleonte, chiamato da Siracusa per riportare la democrazia nella città siceliota. Stavolta compito della spedizione navale (la trireme, per vostra informazione, aveva il nome di Eos, la dea dell’Aurora) era quella di redigere una sorta di mappa nautica. Non solo dei porti e degli approdi delle colonie della Magna Grecia, ma anche dei barbaroi, che abitavano in questo lembo dell’Italia meridionale e insulare. 

Non vi annoio a raccontarvi come il pasto a bordo fosse, soprattutto, a base di carne, di fichi secchi, di uva passa e di miele, in pasticci davvero prelibati, quanto delle serate. Allorché, dopo aver preso appunti e segnato con l’astrolabio la posizione delle stelle in quel preciso tratto di mare e di costa, navarchi e storici si sedevano attorno ad una tavolo di ulivo (all’imbucato cronista toccava uno sgabello ai margini), per redigere una sorta di portolano. Quello, ora conosciuto come il Periplo dello pseudo-Scilace, del quale esiste una sola copia. Se siete interessati, potrete trovarla nella Biblioteca Nazionale di Parigi, col nome di Parisinus graecus, edizione Muller, 1855. 

Le rotte del mare nella geografia della Grecia antica elaborate da Timosthenes e Eratoshenes 

Il Periplo dello pseudo-Scilace, descrive, in senso orario, le coste del Mediterraneo, a partire dalle Colonne d’Ercole (lo Stretto di Gibilterra) e — procedendo lungo l’Iberia, la Gallia e l’Italia — gli ammiragli, gli storici e i geografi a bordo dell’Eos, annotavano tutte le notizie della costa tirrenica, fino a Reggio Calabria. Poi, il vascello risaliva lungo la costa ionica, citando, una per una le colonie greche che avevano un porto (tutte, o quasi), per poi far vela verso la Sicilia, sbarcare a Siracusa Timoleonte, e bordeggiare tutta l’Isola Triangolare. Ed ecco, allora, annotare Messana (Zankle) e il suo porto (grida di saluto di alcuni marinai messeni), e, poi, Tauromenion (Taormina), con Timeo che venne a salutare, e Naxos, la calcidese Catana. Qui Timoleonte si era sbracciato a salutare il suo collega costituzionalista, Caronda, e più a sud, Siracusa, dove abbandonò la compagnia Timoleonte, e Lentinoi, e Megara Hyblae, Camarina, Casmene, Gela, Akragas, Selinunte, Himera, Mozia. Ne avrò dimenticato, sicuramente, qualcuna. Ma non l’ho fatto apposta e cercherò di rimediare con una storia delle popolazioni siceliote che ho potuto orecchiare a bordo.

Le  popolazioni “barbare”, gli Elimi (cioè i Sicani, i Siculi, i Fenici e i Troiani) che occupavano la Sicilia — ha raccontato Ecateo —, erano stanziati un po’ su tutta l’isola, con i Fenici sulla costa occidentale. «Ora — spiegava Ecateo —, Troiani ed Elimi sembrano due sinonimi, dato che da Troia in fiamme, oltre ad Enea, del quale se ne occuperà un certo Virgilio, fuggì un gruppo numeroso di abitanti di Ilio, che, guidati dall’eroe Elimo, si stabilirono in Sicilia». E allora? chiede il vostro impaziente cronista. Si becca uno sguardo bieco dello storico, come nella miglior tradizione sicula, che continua lievemente infastidito: «a mio parere, ha ragione Ellanico di Mitilene, quando afferma che in quest’isola, tre generazioni prima della guerra di Troia, vennero alcuni troiani, cacciati dall’Italia dagli Enotri, che vi si insediarono e che accolsero i loro compaesani». Erano rinomati, questi troiani o Elimi che fossero, per la loro equità nell’amministrazione della giustizia, e per un ordinamento statuale davvero democratico. Forse i martiri antimafia erano loro discendenti. 

Ora la trireme deve riprendere il mare, verso la madrepatria e — caspita! — al mio sbarco dall’Eos neppure un saluto o un alza bandiera di commiato. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista dal 1971. Ha alternato la sua carriera di biochimico con quella della scrittura. Ha diretto per 14 anni “Videolevante”, una televisione pugliese. Ha tenuto corrispondenze dall’Italia e dall’estero per “Il Messaggero”, “Corriere della Sera”, “Quotidiano”, “La Gazzetta del Mezzogiorno” per la quale è editorialista. Con la casa editrice Scorpione, ha pubblicato “Fatti Così” e, con i Libri di Icaro, “Taranto - tra pistole e ciminiere, storia di una saga criminale”, scritto a due mani con il Procuratore Generale della Corte d’Assise di Taranto, Nicolangelo Ghizzardi. Per i “Quaderni” del Circolo Rosselli, ha pubblicato, con Vittorio Emiliani, Piergiovanni Guzzo e Roberto Conforti, “Dossier Archeologia” e, per il Touring club italiano, i “Musei del Sud”.