«La scuola si ribella»: lo sciopero di professori e studenti contro disuguaglianze e stipendi modesti

Sotto il titolo, lo striscione di apertura del corteo per lo sciopero del 10 dicembre a Roma; qui in alto, il titolare del dicastero dell’Istruzione Patrizio Bianchi col  dito alzato: da professore o da ministro? [credit Ansa]

Lo stop della scuola è la prima miccia che si accende. Fa da apripista allo sciopero generale di tutte le categorie, indetto da Cgil e Uil per il 16 dicembre. La scuola è la più grande istituzione italiana, al proprio interno ha un milione di persone, ed ha un ruolo strategico per il Paese. In piazza anche i segretari generali, Landini e Bombardieri, uniti contro una «manovra insoddisfacente, che aumenta le disuguaglianze, invece di ridurle». Categoria da sempre penalizzata, in Italia un professore guadagna la metà di chi, a parità di titolo di studio, sceglie un’altra professione. Gli stipendi iniziali dei docenti da noi oscillano tra 24.000 e 29.000 euro lordi annui, con incrementi stipendiali modesti nel corso degli anni; mentre in gran parte dei Paesi Ue gli stipendi già in partenza sono il doppio, tra 45 e 50.000 euro


L’inchiesta di ANNA MARIA SERSALE

La piattaforma dello sciopero in un volantino della mobilitazione di studenti e docenti

«LA SCUOLA SI RIBELLA», scrivono professori e studenti sullo striscione in testa al corteo di Roma. È il 10 dicembre, giornata di sciopero nazionale. Sulle note di “Bella Ciao” in migliaia raggiungono la sede del ministero, in viale Trastevere. In tutta Italia da nord a sud aule deserte e manifestazioni nelle principali città, in particolare Milano, Torino, Bologna, Napoli, Cagliari e Palermo. I sindacati accusano: «Il governo non ha rispettato gli impegni». Per lo sciopero della scuola in piazza c’erano tutti, Flc-Cgil e Uil, Snals-Confsal e Gilda, ma anche gruppi Cobas. Hanno aderito tutte le sigle sindacali, ad eccezione della Cisl. Lo stop della scuola è la prima miccia che si accende. Fa da apripista allo sciopero generale di tutte le categorie, indetto da Cgil e Uil per il 16 dicembre. La scuola è la più grande istituzione italiana, al proprio interno ha un milione di persone, ed ha un ruolo strategico per il Paese. Per questo in piazza insieme a docenti, studenti e personale Ata, c’erano i segretari generali, Landini e Bombardieri, uniti contro una «manovra insoddisfacente, che aumenta le disuguaglianze, invece di ridurle». 

La scuola è delusa. Nel mirino c’è la legge di bilancio e i sindacati chiedono «un’inversione delle politiche che sinora hanno ricalcato quelle neoliberiste degli ultimi vent’anni». Il Patto per l’istruzione siglato un mese fa con il ministro Bianchi si è rotto, eppure, proprio il titolare della scuola, poco tempo fa aveva detto: «Bisogna ridare dignità al mestiere di insegnante». Invece, i soldi promessi nella legge di bilancio non ci sono. C’è una «manovra inadeguata» e un nuovo modo di “premiare” i docenti e umiliarli: oltre all’aumento stipendiale di circa 87 euro lordi (ben lontano dalle aspettative) il governo vuole dare 12 euro mensili lordi sulla base della “dedizione. Spiccioli che non andranno a tutti, il bastone per molti, la carota per i “meritevoli”. Una proposta che non ha precedenti. «E c’è da chiedersi con quali criteri… Chi giudicherà la dedizione? Quanto varrà? Lo trovo davvero offensivo. Tutto questo — spiega Francesco Sinopoli, segretario nazionale della Flc-Cgil — ha prodotto indignazione, la scuola ha uno spirito democratico e cooperativo. Piuttosto, andrebbe riconosciuta la complessità del lavoro dei docenti, valorizzandone la funzione e gli impegni aggiuntivi, sia didattici che organizzativi, senza creare gerarchie».

Nella legge di Bilancio i problemi più urgenti sono insoluti: dal sovraffolamento delle classi pollaio, al precariato, fino alle retribuzioni umilianti per i docenti [credit GettyImage]

Nella legge di Bilancio non ci sono le risposte che attendevano i sindacati. Restano irrisolti i principali problemi: 1) il sovraffollamento di molti istituti, nonostante la pandemia abbiamo ancora “classi pollaio”, con più di 30 alunni, rese possibili dal Dpr n.81/09, per la sciagurata “riorganizzazione” del personale e della rete scolastica, voluta dal governo Berlusconi e dai ministri Gelmini-Tremonti; 2) in alto mare il rinnovo del contratto di lavoro dei docenti, scaduto da anni, insufficienti i fondi per un adeguamento salariale dignitoso; 3) manca il fondo per la valorizzazione professionale dei docenti; 4) non è stato prorogato l’organico Covid anche per gli Ata, indispensabile per l’attuale emergenza; 5) zero interventi per combattere la piaga del precariato; 6) investimenti inadeguati per la didattica, per l’aggiornamento, l’edilizia, il sostegno e la lotta alla dispersione; 7) irrisolta l’annosa questione dei presidi “facenti funzioni”; 8) nessuna semplificazione del lavoro amministrativo a carico dei dirigenti e delle segreterie.  

Ma torniamo al nodo dei salari. Sono insoddisfacenti le offerte per il rinnovo del contratto di lavoro degli insegnanti e aumenta ulteriormente il divario con l’Europa. Categoria da sempre penalizzata, in Italia un professore guadagna la metà di chi, a parità di titolo di studio, sceglie un’altra professione. Gli stipendi iniziali dei docenti da noi oscillano tra 24.000 e 29.000 euro lordi annui, con incrementi stipendiali modesti nel corso degli anni; mentre in gran parte dei Paesi Ue gli stipendi già in partenza sono il doppio, con cifre tra 45 e 50.000 euro, che i nostri insegnanti raggiungono quasi a fine carriera, dopo 35 anni di servizio.

Un docente italiano appena assunto guadagna la metà degli insegnati nei principali Paesi europei

Non solo. In Italia si aggiunge un divario di circa 350 euro tra i salari della scuola e quelli del resto del pubblico impiego, pur con titoli di studio equivalenti. È di fatto una svalutazione, è come dire l’insegnante possiamo pagarlo meno, disconoscendo il ruolo fondamentale che svolge nella formazione delle giovani generazioni, fingendo anche di ignorare la funzione strategica della scuola nello sviluppo dell’economia. Da mesi i sindacati chiedono nuove risorse per il rinnovo del contratto della scuola, senza vincoli di premialità o peggio di “dedizione. E incalzano il governo: «La scuola è sempre più povera, non c’è la svolta che era stata promessa. Dopo decenni di tagli e due anni di emergenza l’esecutivo Draghi con la legge di bilancio prosegue in linea con i governi precedenti: scarsi investimenti, diritto allo studio a rischio, e alla classe docente non viene dato il giusto riconoscimento economico. Se è vero che la scuola è il motore del Paese lo si dimostri con la manovra». Ma l’aumento a tre cifre richiesto, almeno 100 euro, non sembra nelle intenzioni del governo. Infine,  sembra certo che il rinnovo del contratto (scaduto dal 2016) non potrà avvenire nel mese di dicembre, bisognerà attendere febbraio o marzo del nuovo anno, sempre che si trovino le risorse finanziarie per proporre l’accordo. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista professionista, ha lavorato al “Messaggero” dal 1986 al 2010. Prima la “gavetta” in Cronaca di Roma, fondamentale palestra per fare esperienza e imparare il mestiere, scelto per passione. Si è occupata a lungo di degrado della città, con inchieste sugli abusi che hanno deturpato il centro storico. Dal 1997 ha lavorato alle Cronache italiane, con qualifica di vice caposervizio, continuando a scrivere. Un filo rosso attraversa la sua carriera professionale: scuola, università e ricerca per lei hanno sempre meritato attenzione, con servizi e numerose inchieste.