L’onirologo e la fabbrica dei sogni sempre aperta


Racconto semiserio di ARTURO GUASTELLA

Il carabiniere? 70. Se poi è a cavallo, il numero è 25. Il ladro, o’ mariuolo, fa, invece, 79, mentre il caciocavallo fa 88, la sciantosa 78. Le zitelle 66, e il quaquaraquà (l’ommo e m.) 71. Forse che al vostro cronista i fumi delle ciminiere del Golem siderurgico, e la paura del virus cinese, gli hanno talmente scombussolato i sentimenti (leggi raziocinio) che si è messo a dare i numeri? Tranquilli. Ancora i veleni industriali non sono riusciti a tanto, anche perché, mi piace pensarlo, a forza di inalarli, mi sono forse immunizzato, mentre, per il Covid, è difficile che il virus si arrampichi sul balcone di casa.

L’incipit numerologico, invece, è per raccontare ai più giovani che un tempo, in tutte le nostre città, ma proprio in tutte, paesi, borgate, rioni o casupole sparse che fossero, c’erano delle “bottegucce”, quasi sempre in penombra e male illuminate. Dietro ad un bancone, con carta e matita penzolante da un orecchio, sedeva un signore attempato (meglio se un po’ gobbo), o una signora, la quale non era difficile immaginarla con una scopa a svolazzare, la notte del 6 gennaio (l’Epifania), in prossimità della luna piena. La bottega, era, invece, un’autentica “fabbrica dei sogni”. Dove, cioè, si andava a chiedere il corrispettivo in numeri ai propri sogni, per giocarseli, poi, sulla ruota di Bari, di Palermo, di Venezia, o delle ruote che preferite, in ambi, terni, quaterne, o cinquine.

Insomma, una sorta di Artemidoro di Daldi, che, pur essendo anch’egli un greco di Efeso, non va confuso con il suo concittadino e coevo (II sec. avanti Cristo) Artemidoro, di professione geografo. Il nostro aveva scritto addirittura un trattato, Onirocriticon, sull’interpretazione dei sogni. E se il vostro modernismo vi fa volgere lo sguardo con sussiego alla storia dei vostri antenati, e siete appassionati di psicanalisi, bene, dietro al bancone della “putèa”, c’era nientemeno che il dottor Sigmund Freud, anch’egli appassionato di sogni. E se ancora non vi basta, e volete la scientificità a tutti costi, allora gli impiegati del botteghino del Lotto, erano niente di meno che ingegneri informatici. Possedevano uno straordinario “algoritmo” che trasformava, immediatamente, anche i sogni più complicati, in numeri da offrivi, poi, per le vostre giocate, sulla ruota di Palermo, di Napoli e sulla ruota che più vi aggrada.
Io, il vostro cronista, queste botteghe le ha viste. Non solo. Non raramente, gli era consentito di sedere in un angolo ed ascoltare l’oniro-interprete (il termine l’ho coniato all’occorrenza) spiegare pazientemente alla vedova che il “buonanima”, stavolta, aveva voluto farle un vero regalo e le aveva mandato un sogno completo, dove c’erano i numeri per un buon terno secco, «o, se potete, anche per una quaterna sulla ruota di Napoli». Ed allora, giù con la bella calligrafia di una volta, prendere la matita dall’orecchio e scrivere i numeri sulla schedina. Quando, e solo quando, il giocatore era convinto, allora lo “smorfiatore”, ricalcava, stavolta con la penna, i numeri sulla schedina.
Capitava talvolta − ed io ne sono stato testimone − che qualcuno cercava consigli dal paziente impiegato/a psicologo/a, per un sogno terribile foriero di disgrazie sicure, avendo, nel sogno, perduto un dente. La “cabala” lo indicava come la certa dipartita di un parente stretto. «Non è detto − rispose quella volta l’onirologo −; la cabala fa distinzione fra dente e dente, se è malato o se è sano, o se si tratta del dente di giudizio». E così venni a sapere che il canino fa 27, 90 il dente del giudizio e 55 i denti cariati. L’interpellante in questione aveva sognato la caduta di un dente, ma non sapeva quale, ed allora, immediatamente, l’algoritmo personificato gli suggerì un terno secco sulla ruota di Firenze (chissà perché): 50-73-84, con il primo numero ad indicare un dente generico, il 73 perché prima di cadere aveva dondolato, e l’ultimo numero perché il sogno era stato così vivido, che si era alzato con un forte mal di denti. Inutile dirvi che il vostro cronista, senza dare nell’occhio, si precipitò in un altro botteghino (la ricevitoria era di là da venire), e si giocò i tre numeri. Solo che mi uscì un ambo…
Il discorso sulla “Cabala”, però, mi aveva interessato, anche perché, in famiglia, per lontana discendenza ebraica, il termine non era nuovo. Così compulsai − è il verbo adatto, perché i libri erano tanto voluminosi che il polso ne risentiva a reggerli − e venni a sapere che la Qabbalah era una complicatissima e difficile dottrina ebraica, con migliaia e migliaia di scritti cabalistici. Schematizzando al massimo, essi sono tutti tesi all’esegesi (interpretazione) della Torah, che sarebbe, poi, il Pentateuco.
C’è, nella Qabbalah, anche una parte dedicata all’interpretazione dei sogni, ma è così difficile che è meglio dimenticarsi il sogno. Tuttavia, forte di questa scoperta della qabbalah, non mi parve vero di accennarlo a mastro Aniello (questo il nome dell’onirologo); per essere napoletano era l’unico a poter smorfiare i sogni. «Ma che cabbala e cabbala − fu la sua sorprendente risposta −, la Smorfia viene da Morfeo, il Dio del sonno. Ed io, modestamente, insieme ai colleghi ne siamo i suoi sacerdoti». Voi che avreste fatto? Io mi sono fiondato in una ricevitoria (ma non vi dico quale) e mi sono giocato, su tutte le ruote, 22-71-45. Sacerdote, cioè, nume pagano e sonno agitato. Che è, poi, quello che farò se non esce il terno. ◆

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Giornalista dal 1971. Ha alternato la sua carriera di biochimico con quella della scrittura. Ha diretto per 14 anni “Videolevante”, una televisione pugliese. Ha tenuto corrispondenze dall’Italia e dall’estero per “Il Messaggero”, “Corriere della Sera”, “Quotidiano”, “La Gazzetta del Mezzogiorno” per la quale è editorialista. Con la casa editrice Scorpione, ha pubblicato “Fatti Così” e, con i Libri di Icaro, “Taranto - tra pistole e ciminiere, storia di una saga criminale”, scritto a due mani con il Procuratore Generale della Corte d’Assise di Taranto, Nicolangelo Ghizzardi. Per i “Quaderni” del Circolo Rosselli, ha pubblicato, con Vittorio Emiliani, Piergiovanni Guzzo e Roberto Conforti, “Dossier Archeologia” e, per il Touring club italiano, i “Musei del Sud”.