L’Italia “imperiale” razzista e cialtrona, il fascismo becero che dura e perdura

“Porteremo a quella gente / molte casse di sapon / per levargli intieramente quell’odore di capron / Con la barba folta e riccia dell’imperiale Hailè / ne faremo una pelliccia per donarla al nostro Re!”: il colonialismo cialtrone e crudele del regime fascista nei versi della canzone di Mario Latilla. Della pelliccetta non s’è più parlato. Però il fascismo più becero dura e perdura


di VITTORIO EMILIANI

¶¶¶ “Porteremo a quella gente / molte casse di sapon / per levargli intieramente quell’odore di capron / Con la barba folta e riccia dell’imperiale Hailè / ne faremo una pelliccia per donarla al nostro Re!”. È la frase musicale più ridicola di una canzone composta e cantata con grande serietà da Mario Latilla, cantante e musicista, padre del più noto Gino, pilastro nel dopoguerra dell’orchestra Angelini con Nilla Pizzi. Vabbè che Vittorio Emanuele III era alto 1,51, ma pensare di fargli una pelliccetta con la barba del Negus è di un ridicolo senza fine. Inoltre quell’inizio sul sapone da portare agli Etiopi allora chiamati Abissini è di un razzismo più che squallido.

Del resto quella guerra d’Africa fu vinta dall’Italia fascista con l’uso dei gas e delle bombe all’iprite. Per decenni lo si è negato sdegnosamente. Finché nel 1996, sollecitato da Angelo Del Boca primo vero storiografo della Libia e dell’Africa Orientale, non presentai con altri deputati una precisa interrogazione al ministero della Difesa e a quello degli Esteri chiedendo una risposta dettagliata ricavata dalle carte d’archivio di quegli anni finalmente desecretate. E le risposte confermarono l’utilizzo da parte italiana delle micidiali bombe e granate all’iprite dando pienamente ragione ad Angelo Del Boca che, classe 1925, ancora campa nella sua Torino. Auguri Angelo! 

Un fondato dubbio l’aveva espresso anche Italo Pietra ufficiale degli Alpini. Il quale, un giorno, si vide convocato assieme ad un collega e incaricato di scalare con scarpe di gomma l’Amba. «In pratica ci venne promessa la medaglia al valore − raccontava − perché era praticamente certo che là sopra ci fosse l’esercito etiope». Si arrampicarono, si può immaginare con quale animo; ma, arrivati in cima, trovarono soltanto un gruppo di lebbrosi che era stato abbandonato là, in un gran silenzio.

Come si sa il generale Badoglio, lo stesso del colpo di stato monarchico contro Mussolini, entrò in Addis Abeba su un cavallo bianco. Chissà se aveva al seguito le “molte casse di sapon” promesse da Mario Latilla per togliere ai “negri” quell’afrore di “capròn”. Della pelliccetta non s’è più parlato. Però il fascismo più becero dura e perdura. ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Foto: sotto il titolo, Etiopia 1936, mitraglieri Fiat-F nel Tembien; in alto, Indro Montanelli e la piccola Destà, con cui stipulò un regolare “contratto” di matrimonio, altrimenti definito “madamato”; in basso, l’esaltazione del Corriere della Sera (4 maggio 1936) per l’ingresso del generale Pietro Badoglio ad Addis Abeba

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Direttore onorario - Ha cominciato a 21 anni a Comunità, poi all'Espresso da Milano, redattore e quindi inviato del Giorno con Italo Pietra dal 1961 al 1972. Dal 1974 inviato del Messaggero che ha poi diretto per sette anni (1980-87), deputato progressista nel '94, presidente della Fondazione Rossini e membro del CdA concerti di Santa Cecilia. Consigliere della RAI dal 1998 al 2002. Autore di una trentina di libri fra cui "Roma capitale Malamata", il Mulino.