Lezione della scuola pitagorica

«La filosofia nelle póleis era strettamente legata anche al culto, e tu dovresti ben saperlo, vista la presenza, in questi lidi, del tarantino Archito e del greco-crotoniate-metapontino Pitagora!» ribatte lo storico antico Marcel Detienne, in un dialogo immaginario con il nostro fantasioso cronista. Le teorie etiche del filosofo di Samo furono ispirate da Themistoclea, sacerdotessa di Delfi; Pitagora affidò i suoi scritti alla figlia Damo e pare che Platone avesse “sentito” da Mnesilla: «se l’anima non fosse immortale, la vita sarebbe davvero una festa per i malvagi che muoiono dopo aver vissuto una vita corrotta»


 Il racconto di ARTURO GUASTELLA, nostro inviato in Magna Grecia

Non tutte le donne, nell’antichità greca e magnogreca, erano dee o cortigiane. Se è vero, infatti, che esse, le divinità femminili, tranne Atena, Era, o Artemide che, nell’Olimpo, occupavano, scranni di tutto rispetto, le altre, che si chiamassero Cibele, Temi, Persefone, Eris, Nike o Teti, avevano un ruolo per così dire, ancillare. Tutte loro non avevano la possanza di un Ares, l’algida fierezza di un Febo, i deliranti poteri di un Dioniso, l’astuzia volpina di un Ermes, gli oscuri attributi (non in quel senso) di un Ade, o la squassante arroganza di un Poseidone. Mentre alla “silfica” Ebe, quasi una hostess dell’Empireo, toccava versare da bere ai suoi colleghi. Solo Afrodite, per la sua bellezza e per la carnalità delle sue movenze, era la Dea per eccellenza, l’oggetto del desiderio di tutti, perfino di suo padre Zeus e di quel fratello così versato nell’arte della guerra. Afrodite, inoltre, come era prevedibile, era la divinità dei talami, sia quelli dell’òikos (il focolare domestico) che delle alcove e degli anfratti, o delle lussuose dimore delle etere, che, poi, sarebbero le nostre “escort”. Chiedere, per conferma, ad Aspasia, che aveva messo al tappeto uno come Pericle, o a Frine, della quale si raccontava che Prassitele, per il quale posava nuda, avesse inventato la sinuosità delle sue statue, uscendo dagli arcaismi plastici di un Policleto o di un Mirone, toccando con mano le “curve” della sua modella. La Citerea (sempre Afrodite) era anche la musa di poetesse come Saffo o Corinna. 

Temistoclea di Delphi (dipinta da Michelangelo)

«Non starai mica pensando di rubarmi il mestiere?», mi apostrofa, preoccupato, un gentiluomo belga di bell’aspetto, quel Marcel Detienne che, in quanto a “narrazioni visionarie”, distanzia di molte leghe il vostro fantasioso cronista; egli è stato capace, nientemeno, che di raccontare la Vita quotidiana degli dei greci, come se si trattasse della saga dei Simpson. Tranquillo, monsieur, ritorni a spiare l’Olimpo, perché, malgrado lo strampalato incipit, è di filosofia che voglio raccontare. Di filosofia al femminile e, proprio qui, in riva allo Ionio. «Ma – ribatte lo storico antico – la filosofia nelle póleis era strettamente legata anche al culto, e tu dovresti ben saperlo, vista la presenza, in questi lidi, del tarantino Archita e del greco-crotoniate-metapontino Pitagora». E, prima che lo possa zittire, continua a pontificare, affermando che la venerazione per il sacro, si esprimeva con i termini “eusebeia” (pietà), “timè” (onorabilità), “nomos” (rispetto della tradizione) e “therapèia”, che sarebbe la sollecitudine servizievole. Allontanandosi, il mio amico Marcel (l’ho conosciuto in un lontano convegno sulla Magna Grecia) fa in tempo a gridarmi che la «threskèia non aveva, infine, per oggetto gli Dei, ma l’idea di osservanza dei precetti e dei comportamenti rituali». Precetti rituali? 

C’erano, in realtà, anche questi, oltre alla matematica, all’armonia musicale, alla geometria e alle straordinarie proprietà dei numeri, nella filosofia di Pitagora e, per estensione, anche in quella dei suoi discepoli. E discepole. E, per meglio sottolineare l’attributo al femminile delle scuole di Pitagora, ecco venire in soccorso un altro storico antico, Diogene Laerzio, il quale racconta addirittura che le teorie etiche del filosofo di Samo furono ispirate nientemeno che da una donna, la sacerdotessa di Delfi, Themistoclea. La stessa citata da Porfirio, col nome di Aristoclea. Del resto, è risaputo che Pitagora affidò i suoi scritti alla figlia Damo, che, alla morte del padre, ne andò spiegando i contenuti (in forma assolutamente iniziatica) nelle scuole di Metaponto e di Taranto.

Pitagora e Theano di Metaponto, seduta alla sua sinistra

Ma chi erano queste filosofe pitagoriche? Eccovi qualche nome, per confondere vieppiù le acque, raccomandandovi, però, di non consultare Wikipedia per saperne di più, ma la Treccani, l’Enciclopedia Britannica, e, se ne siete capaci, la Suda bizantina, una copia della quale potrete trovare nella Biblioteca Alessandrina di Roma. Nomi, dunque. Abrotelia e Pisirrode di Taranto, Theano di Metaponto, le figlie di Pitagora, filosofe anch’esse, Myia, Arignote e Damo, con quest’ultima che, a quanto pare, prese la direzione di tutte le scuole degli allievi del grande padre. E, a proposito della serietà di queste intellettuali magnogreche, significativo il racconto di Plutarco sulla filosofa metapontina: «Theano – racconta il celeberrimo autore delle Vite Parallele  –  avvolgendosi nel suo manto, lasciò scoperto un braccio. Qualcuno esclamò che era un braccio amabile, e Theano rispose che esso, il braccio, era solo un’esteriorità, non destinato al pubblico, come non erano per tutti le speculazioni della sua mente e gli insegnamenti del suo maestro».

Il culto misteriosofico, dunque. Roba per iniziati, insomma, come certe decisioni di alcuni nostri amministratori municipali… Anche la moglie di Archita era una filosofa di ottima fama e, quel che non guasta, era anche molto bella. Non quanto Mnesilla, però, della quale si narra che Platone, passato da Taranto per salutare il suo amico Archita, prima di proseguire per Siracusa, invitato dal tiranno Dioniso I, avesse confidato ad un amico che «se potesse avvenire, come si augurava Socrate, che la virtù si mostrasse sotto forme mortali, essa avrebbe avuto le sembianze di Mnesilla». E, sempre Platone, venne favorevolmente colpito da una riflessione di questa ragazza. La quale, al filosofo ateniese, ebbe a dire che «se l’anima non fosse immortale, la vita sarebbe davvero una festa per i malvagi che muoiono dopo aver vissuto una vita corrotta…». 

Damo con le tavole pitagoriche del padre

Pitagora, inoltre, sul letto di morte a Metaponto (pare per un incendio doloso), nei pressi dell’Heraion, più conosciuto come Tavole Palatine, affidò alla figlia Damo i suoi scritti, raccomandandosi di non divulgarli a nessuno all’infuori dei discepoli delle sue scuole. Pare inoltre, secondo Clemente Alessandrino, che questi scritti, oltre alle sue speculazioni matematiche e geometriche, contenessero anche un discorso sacro sui Riti di Demetra, un altro sui Riti di Dionysos e dei commentari sull’essenza dei Numi. A questo punto, se contate i nomi che vi ho sciorinato, vi accorgerete che le «locuzioni, i rimandi, e le glosse, e i chiasmi» contenuti nel Nome della Rosa di Eco impallidiscono davanti a questa fervida prosa del vostro cronista. E non è tutto. 

Scoperta, infatti, la scuola pitagorica a Taranto (nei pressi dell’attuale via di Mezzo), dove queste “filosofanti” solevano riunirsi, non restava al vostro cronista che imbucarsi, o, quantomeno, mettersi ad origliare dal buco della serratura per vedere chi erano e come filosofavano. Ecco, dunque, come Arignote concionava le adepte: «L’eterna essenza del numero è la causa più provvidenziale dell’intero cielo, della terra e della regione in mezzo a queste due. Allo stesso modo, è la radice della continua esistenza di Dei e Dàimones, come anche degli uomini divini». Io, come volgarmente suol dirsi, non sono riuscito a capirci una beneamata mazza. Non così la moglie e la figlia di Archita. La bella tarantina Mnesilla, le crotoniate Timicha e Philtis, le lacedemoni Chilonis e Cratesiclea, e Abrotea di Fliunte, e Abrotelia tarantina, la sibarita Tyrsenis, l’argiva Bryo e, persino, Myia, sposa del famoso Milone, il più medagliato campione olimpico di tutta la Magna Grecia. 

Mi rendo conto che è il caso di dire basta ai suggerimenti di un certo Filocoro di Atene, che vorrebbe riportassi l’intero suo volume sulle filosofe della Grecia e di casa nostra. Se non lo faccio, è perché non voglio rovinarvi questi primi giorni di Italia in giallo. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Giornalista dal 1971. Ha alternato la sua carriera di biochimico con quella della scrittura. Ha diretto per 14 anni “Videolevante”, una televisione pugliese. Ha tenuto corrispondenze dall’Italia e dall’estero per “Il Messaggero”, “Corriere della Sera”, “Quotidiano”, “La Gazzetta del Mezzogiorno” per la quale è editorialista. Con la casa editrice Scorpione, ha pubblicato “Fatti Così” e, con i Libri di Icaro, “Taranto - tra pistole e ciminiere, storia di una saga criminale”, scritto a due mani con il Procuratore Generale della Corte d’Assise di Taranto, Nicolangelo Ghizzardi. Per i “Quaderni” del Circolo Rosselli, ha pubblicato, con Vittorio Emiliani, Piergiovanni Guzzo e Roberto Conforti, “Dossier Archeologia” e, per il Touring club italiano, i “Musei del Sud”.

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