Le due colonne doriche del tempio a Poseidone; sotto il titolo, la portaerei Cavour esce dal bacino di carenaggio dell’Arsenale militare

Il parallelismo estetico del titolare della Difesa tra l’oggettiva “bruttura” del porto mercantile di Taranto, inselvatichito dalle mille rugginose gru del suo specchio di mare, e la pretesa (sic!) dei tarantini di non aggiungere altri sfregi paesistici a quelli già esistenti ha destato un qualche scalpore. Dalle istituzioni pubbliche, a queste terre è stato impedito, forse per sempre, quel sogno che era insito nella natura stessa del suo territorio. Quello di uno sviluppo armonico, volto alla valorizzazione dei suoi innumerevoli beni storici, architettonici, archeologici e paesaggistici che davvero avrebbero potuto disegnare un destino diverso per questo nostro Sud. Forse al ministro Crosetto questa sembrerà l’ennesima lamentazione della gente del Sud. E forse lo è. Ma, per una volta, potremmo chiedere di non essere più “agiti”, coartati dall’esterno, e di aiutarci a disegnare il nostro domani?


L’articolo di ARTURO GUASTELLA, da Taranto

C’È UNA FRASE, cara agli etnologi, ed è quella dell’essere “agiti”, che sta ad indicare un soggetto la cui volontà o le cui aspirazioni, suo malgrado, vengono coartate dall’esterno. Come non pensare, a questo punto, che Taranto, almeno nella sua storia recente, sia stata “agita” a più riprese? Ha destato scalpore lo sberleffo del ministro della Difesa, Guido Crosetto che si è lasciato andare ad una sorta di parallelismo estetico, tra l’oggettiva “bruttura” del porto mercantile (si fa per dire) di Taranto, inselvatichito dalle mille rugginose gru del suo specchio di mare, e la pretesa (sic!) dei tarantini di non aggiungere altri sfregi paesistici a quelli già esistenti. 

Ma il ministro non è solo in questa sua “intemerata estetica” a liquidare come danno irrimediabile il panorama portuale della città. Prima di lui, quando Taranto era una città “murata”, dove i ristagni atmosferici erano malsani per la salute dei cittadini, la civitas aveva chiesto a più riprese di rendere meno soffocanti le servitù militari, ed ecco come motivò il suo diniego il capitano Matteo Parente, reggente alla Sotto Direzione del Genio di Taranto, in una missiva lunga ben 24 pagine al Sotto Direttore del Genio di Bari. In questa lettera, l’ufficiale borbonico, partendo da lontano, dal periodo classico, affermava come fosse «la stessa posizione geografica di Taranto a comportare esalazioni mefitiche e che è lo stesso mare interno, a fungere quasi da specchio ustore, moltiplicatore di epidemie». 

Le emissioni fetide dei fumi letali dall’ex Ilva

Povero Falanto, che aveva creduto di trovare qui, dopo tanto peregrinare, “la terra felice” indicata dall’oracolo di Delfi. E, ancora, prosegue il capitano Parente: «Chiunque, non a digiuno della sua stessa storia, capirebbe che è l’occhio geografico sfavorevole a determinare febbri e malattie. Ciò appreso, qual sarà mai quella fronte che osi sostenere d’essere il muro, rialzato dal Genio lungo il Mar Piccolo, la causa delle malattie come quello che si è interposto alla libera circolazione dell’aria? O il raziocinio è perduto o le leggi fisiche non sono più vere». 

Già la città di Archita aveva subìto un’altra coartazione con la costruzione dell’Arsenale Militare. Se indubitabilmente esso aveva creato nuovi posti di lavoro, assecondandone in un certo senso la vocazione marinara, tuttavia il massiccio inurbamento che ne era derivato ne stravolse le connotazioni urbanistiche, relegando in un cassetto un piano regolatore ben redatto che aveva, tra le altre cose, previsto l’altezza massima delle costruzioni civili e il divieto di costruire opifici entro la cinta muraria, e, ad almeno «dieci chilometri» dal centro abitato. Una prescrizione che, successivamente, non è valsa per la costruzione del Centro Siderurgico più grande d’Europa, che ha stravolto tutte le connotazioni paesaggistiche e costiere della città, consegnandola ad un futuro malsano, mefitico e gravemente pericoloso per la salute dei cittadini. Le cui conseguenze sanitarie continuano ancora a costituire un autentico “vaso di Pandora”. 

Se ormai si è definitivamente infranto il sogno industriale del nostro Meridione, con il Polo Chimico a Brindisi, come a Priolo in Sicilia. A Pisticci e a Ferrandina le donne, dopo avere finalmente indossato il camice bianco o la tuta blu della fabbrica, sono ora tornate a cingersi il capo con lo scialle nero della cassa integrazione perenne e della disoccupazione senza fine. Di fronte a tante macerie industriali è chiedere troppo se quella “bruttura” sottolineata dal ministro fosse in qualche modo attenuata? A queste terre, a queste aree, è stato, forse per sempre, impedito quel sogno che era insito nella natura stessa del suo territorio. Quello di uno sviluppo armonico, volto alla valorizzazione dei suoi innumerevoli beni storici, architettonici, archeologici e paesaggistici che davvero avrebbero potuto disegnare un destino diverso per questo nostro Sud. 

Veliero nave-scuola della Marina Militare Italiana passa davanti al Castello aragonese (costruito da Francesco di Giorgio Martini per conto di Ferdinando I di Napoli e ultimato nel 1492, l’anno della scoperta dell’America) all’estremo angolo dell’isola su cui sorge il borgo antico della città di Taranto

Forse al ministro Crosetto questa sembrerà l’ennesima lamentazione della gente del Sud. E forse lo è. Ma, per una volta, potremmo chiedere di non essere più “agiti”, e di aiutarci a disegnare il nostro domani? E di ricordare, una volta per tutte, quelli che il filosofo francese della scienza, Emile Meyerson, chiamava «fenomeni non unificabili» e, perciò stesso, irrazionali. Il filosofo di Lublino si riferiva al principio di Carnot, riguardante l’irreversibilità delle trasformazioni termiche, che portavano sempre ad un mutamento e mai alla conservazione. Ora, di trasformazioni e di mutamenti ne abbiamo avuto a sufficienza, molte di queste, davvero irrazionali e disastrose. Potremmo finalmente aspirare ad un po’ di sacrosanta conservazione? © RIPRODUZIONE RISERVATA

Giornalista dal 1971. Ha alternato la sua carriera di biochimico con quella della scrittura. Ha diretto per 14 anni “Videolevante”, una televisione pugliese. Ha tenuto corrispondenze dall’Italia e dall’estero per “Il Messaggero”, “Corriere della Sera”, “Quotidiano”, “La Gazzetta del Mezzogiorno” per la quale è editorialista. Con la casa editrice Scorpione, ha pubblicato “Fatti Così” e, con i Libri di Icaro, “Taranto - tra pistole e ciminiere, storia di una saga criminale”, scritto a due mani con il Procuratore Generale della Corte d’Assise di Taranto, Nicolangelo Ghizzardi. Per i “Quaderni” del Circolo Rosselli, ha pubblicato, con Vittorio Emiliani, Piergiovanni Guzzo e Roberto Conforti, “Dossier Archeologia” e, per il Touring club italiano, i “Musei del Sud”.