Gli ebrei di Israele sono liberi e sicuri? Sì, lo sono. Israele è uno stato moderno e potente; dispone dell’arma atomica e di un esercito tra i più efficienti al mondo. I palestinesi sono un popolo, per lingua, tradizioni, religione, identità. Sono uomini, donne, bambini, case, famiglie, luoghi di culto. I palestinesi di Israele sono liberi e sicuri? No, non lo sono. E i palestinesi dei territori occupati, sono liberi e sicuri? No, non lo sono. Anzi, lo sono molto meno di quelli che vivono all’interno dei confini di Israele. E a Gaza, striscia di terra al confine con l’Egitto, sono forse liberi e sicuri i suoi abitanti? No. Gaza è una prigione a cielo aperto, sovraffollata da due milioni di abitanti (una densità 20 volte superiore a quella italiana)


L’analisi di STEFANO RIZZO

¶¶¶ I popoli sono uomini, donne, bambini, case, famiglie. Sono tradizioni, memorie, religione, identità individuali e collettive. Hanno diritti inalienabili alla sicurezza, alla dignità, a vivere la loro vita così come la immaginano e la sperano. Gli ebrei sono un popolo. Sono liberi e sicuri in Europa, in America, nel mondo arabo, nei paesi dove vivono da sempre? No, non lo sono. La  brutta bestia dell’antisemitismo, che nel Novecento li ha quasi sterminati, alligna ancora quasi ovunque, li minaccia, li discrimina.

Gli ebrei di Israele sono liberi e sicuri? Sì, lo sono. Israele è uno stato moderno e potente; dispone dell’arma atomica e di un esercito tra i più efficienti al mondo; è armato e sostenuto dagli Stati Uniti e gode della solidarietà dell’Europa e della comunità internazionale; ha concluso accordi di pace con quasi tutti i paesi arabi della regione. Ha un solo vero nemico che lo minaccia, l’Iran, ma che non ha la forza economica e militare per attaccare Israele, pena la propria stessa distruzione.

I palestinesi sono un popolo, per lingua, tradizioni, religione, identità. Sono uomini, donne, bambini, case, famiglie, luoghi di culto. I palestinesi di Israele sono liberi e sicuri? No, non lo sono. Pur essendo cittadini di Israele, sono discriminati nel lavoro, nell’istruzione, nella salute, nell’esercizio della loro religione. Non possono fare parte né della polizia né dell’esercito. Sono cittadini di serie B: nei loro confronti esiste una sorta di razzismo non diverso, anzi peggiore di quello che colpisce i neri d’America e d’Europa. 

E i palestinesi dei territori occupati, sono liberi e sicuri? No, non lo sono. Anzi, lo sono molto meno di quelli che vivono all’interno dei confini di Israele. Sono coloro che vivevano in Palestina prima della fondazione dello stato di Israele, e sono rimasti in quella parte, la Cisgiordania, che era stata assegnata loro dalla comunità internazionale perché potesse nascervi uno stato palestinese. Poi c’è stata la guerra del 1967 e poi un’altra guerra nel 1973, entrambe vinte da Israele, e la Cisgiordania è diventata “i territori occupati”. 

Contravvenendo alle risoluzioni dell’Onu e al diritto di guerra, anno dopo anno, il governo israeliano ha ritagliato fette sempre più consistenti di questi territori, appropriandosene. Poi, nel 1993, Israele ha concesso autonomia amministrativa a questi territori, ma il percorso iniziato a Oslo per la costruzione di uno stato palestinese non è mai stato completato; certo, per colpa anche degli stessi palestinesi, ma soprattutto perché la frammentazione del territorio in tante isole non comunicanti lo rende ormai impossibile.  

Di fatto Israele continua ad esercitare il controllo militare sui territori, ne controlla e ne strangola l’economia. La gente, il popolo palestinese, sopravvive solo grazie alla “carità internazionale”, cioè agli aiuti soprattutto dell’Unione europea. I palestinesi dei territori non sono liberi di muoversi; quelli che lavorano in Israele devono sottoporsi quotidianamente a umilianti controlli e restrizioni. I loro ospedali, le loro scuole, le loro strade e i mezzi di trasporto sono scadenti. L’unica cosa che funziona è la polizia palestinese che collabora con il governo israeliano per “mantenere la calma”.

E a Gaza, questa striscia di terra sul mare al confine con l’Egitto? Sono forse liberi e sicuri i suoi abitanti? No, lo sono ancora meno dei palestinesi di Israele e di quelli della Cisgiordania. Gaza è una prigione a cielo aperto, sovraffollata da due milioni di abitanti (una densità 20 volte superiore a quella italiana). Ci sono solo alcuni valichi che permettono di entrare e uscire e questi sono controllati e chiusi a piacimento dall’esercito israeliano. Anche a Gaza gli abitanti vivono della “carità” occidentale. Da quando l’esercito israeliano l’ha evacuata la Striscia è amministrata da Hamas che è sostenuto dalla maggioranza della popolazione, ma che gli Stati Uniti e l’Europa considerano un movimento terroristico con cui non si può neppure dialogare.

Come ci si può stupire che in questo contesto, in Israele, nei territori, a Gaza scoppino periodicamente moti di ribellione, più o meno violenti, repressi puntualmente e con brutalità militare dalle forze di sicurezza israeliane? Ci sono già state due o tre “intifada” (rivolte), ci sono state due o tre guerre di Gaza, con decine di morti da parte israeliana e migliaia di morti da parte palestinese. Altre ce ne saranno. 

La rivolta di questi giorni è iniziata quando l’esercito israeliano ha cacciato alcune famiglie palestinesi dalle loro case a Gerusalemme Est (la parte araba della città) per sistemarvi famiglie ebree, ed è continuata quando l’esercito ha impedito l’accesso alla spianata delle Moschee ai fedeli mussulmani in una delle loro più importanti festività, quella dell’Eid el Fitr. Poi il consueto barrage di razzi da Gaza, quasi tutti intercettati dalla contraerea israeliana, che hanno comunque provocato morti e feriti e terrorizzato la popolazione ebrea; e in risposta i micidiali bombardamenti da terra e dall’aria dell’esercito israeliano che ha demolito palazzi e ucciso centinaia di persone. Intanto, in svariate città israeliane sono scoppiati tumulti: caccia all’uomo, pestaggi, accoltellamenti, di israeliani contro palestinesi, di palestinesi contro israeliani.

Prima o poi anche questa ultima fiammata di violenza finirà. Ma si ripeterà, tra un mese, tra un anno, nessuno può dire quando. Si ripeterà finché non finiranno le cause che la provocano, finché il popolo palestinese, al pari di quello israeliano, non potrà vivere in sicurezza e con dignità. Senza sicurezza e dignità non c’è libertà e senza libertà nessun popolo può accettare di vivere in pace con i suoi vicini. I popoli non sono squadre di calcio. Per favore evitiamo stupide tifoserie. ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Foto: sotto il titolo: soldati israeliani fronteggiano un palestinese sulla spianata delle Moschee e il muro lungo la Cisgiordania; in alto, bandiere contrapposte lungo il confine israeliano; al centro, un militante palestinese all’attacco con la fionda, un ragazzo di Gaza davanti alla distruzione periodica della città; in basso, bombe su Gaza 

Giornalista, docente universitario, romanziere, ha insegnato relazioni internazionali all’Università la Sapienza di Roma. Ha collaborato con svariate testate a stampa e online scrivendo prevalentemente di politica e istituzioni degli Stati Uniti. E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)