“Ritorna la libertà di stampa”: un libro di Giancarlo Tartaglia …per sognare sul presente

Copertina del ponderoso lavoro di un infaticabile documentatore

Il ponderoso lavoro di un infaticabile documentatore della storia del giornalismo italiano racconta i radicali mutamenti nel mondo dell’editoria giornalistica. Soffocata da Benito Mussolini, la “cura fascista” dell’informazione fu affidata al fratello Arnaldo messo a presiedere l’Albo con cui il regime esclude dalla professione i giornalisti fascisti o afascisti. Passo passo, e con minuzia, il volume ricostruisce la ricomparsa sotto diversa testata dei vecchi giornali strettamente controllati dagli Alleati, man mano che le truppe anglo-americane risalgono la penisola


La recensione di VITTORIO EMILIANI

“RITORNA LA LIBERTÀ DI STAMPA”, vien da sognare a leggere questo titolo. Purtroppo Giancarlo Tartaglia, infaticabile documentatore della storia del giornalismo, parla in questo ponderoso volume di 617 pagine,134 di note, edito dal Mulino (42 euro) del periodo che va dalla caduta del fascismo alla Costituente (1943-1947). Periodo di radicali mutamenti nel mondo dell’editoria giornalistica che Benito Mussolini, col valido aiuto del fratello Arnaldo messo a presiedere l’Albo che esclude dalla professione i giornalisti antifascisti o solo afascisti, ha stravolto espropriando tutti i legittimi proprietari, gli Albertini del ”Corriere della Sera”, i Frassati della “Stampa”, i Bergamini del “Giornale d’Italia” e così via, salvando soltanto quelli, come i Perrone del “Messaggero” e i Perrone-Brivio del “Secolo XIX” che hanno chinato il capo, di malavoglia ma l’hanno chinato promuovendo direttori sempre più fascisti o fascisti modernizzatori (vedi Malgeri) e però fascisti. Mussolini arriverà al punto di nominare alla vigilia del 25 luglio ’43 il più fedele dei gerarchi, Alessandro Pavolini, per un giorno o due appena alla direzione di via del Tritone.

I quotidiani di provincia e regione erano una fetta consistente della stampa italiana

Tartaglia non trascura i numerosi quotidiani di provincia o di regione (come il “Gazzettino” veneto o il “Mattino” di Napoli). Un settore che già nel 1938 vende 4.800.000 copie (e a quella cifra rimarremo fermi per decenni) con squilibri fra Centro-Nord, soprattutto Nord se si esclude Roma, e profondo Sud, veramente drammatici. Tartaglia segue passo passo, con minuzia, la ricomparsa sotto diversa testata dei vecchi giornali strettamente controllati dagli Alleati, man mano che le truppe anglo-americane risalgono la penisola (con l’incredibile arresto sulle colline sopra Bologna già ribellatasi ai nazi-fascisti dopo l’annuncio, pazzesco, del generale Harold Alexander: «partigiani tornate alle vostre case»…). 

Impossibile riassumere quanto Tartaglia indaga, documenta (ecco un punto di forza essenziale della sua fatica) e racconta. I difficili rapporti all’interno del Cln e dello stesso Pci fra togliattiani e secchiani, questi ultimi fin dalla “svolta” staliniana del ’30 appiattiti su quella analisi totalmente errata che dà per spacciato il capitalismo, e quindi esorta i dirigenti comunisti in esilio a rientrare in Italia col risultato di farli arrestare tutti (in Francia rimangono Dozza e Sereni) e di provocare l’espulsione della “banda dei tre” (Leonetti, Tresso e Ravazzoni). E, peggio ancora, di Camilla Ravera e di Umberto Terracini, riespulsi per aver dissentito dall’infame patto Ribbentrop-Molotov del ’38, che schiaccia la Polonia. 

Un primo piano di Giancarlo Tartaglia

Ma Togliatti, nel suo cinismo, sarà così acuto da chiamare proprio Terracini mai ufficialmente riammesso nel partito a guidare il gruppo comunista alla Costituente di cui diverrà presidente quando Saragat andrà a Parigi come ambasciatore, mentre nella sede più ostile, cioè Londra (Churchill è il più anti-italiano dei Grandi), andrà il liberale Niccolò Carandini poi radicale. Resta storica la frase d’esordio di De Gasperi, grande statista: «So che in quest’aula tutto è contro di me tranne la vostra personale cortesia». Sarà quindi il pluriespulso Terracini ad apporre la propria firma di presidente al testo di una Costituzione dove le diverse posizioni si sono quasi miracolosamente ricomposte sui temi di fondo. Ma la strada è ancora lunga e accidentata.Come Tartaglia documenta raccontando anche le vicende dell’ex Eiar, poi Rai, il cui primo presidente è, udite udite, un intellettuale della qualità straordinaria di Arturo Carlo Jemolo. Che distanza siderale dai tempi che viviamo. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Direttore onorario - Ha cominciato a 21 anni a Comunità, poi all'Espresso da Milano, redattore e quindi inviato del Giorno con Italo Pietra dal 1961 al 1972. Dal 1974 inviato del Messaggero che ha poi diretto per sette anni (1980-87), deputato progressista nel '94, presidente della Fondazione Rossini e membro del CdA concerti di Santa Cecilia. Consigliere della RAI dal 1998 al 2002. Autore di una trentina di libri fra cui "Roma capitale Malamata", il Mulino.