«Dove sono il mio Zeus e il mio Eracle pensoso?»: ritorno a Taranto di Lisippo “il superbo”

L’atleta di Fano e, sotto il titolo, l’Eracle di Lisippo

Disorientato ma con una certa familiarità dei luoghi che percorre, si aggira per il dedalo di Taranto vecchia un turista greco. Il nostro acuto scriba è certo della provenienza grazie al modo di abbigliarsi. Tra una sua offerta di aiuto e la risposta raggelante del greco, tra un peccato di hỳbris e un altro, alla parola “toreutica” (l’arte di lavorare i metalli) il nervosismo del cronista si placa: è Lisippo, il grande scultore vissuto a Taranto per sei anni e ora in cerca di due sue opere. Si contraddistingue per risposte sferzanti e una certa superbia. Eppure c’è qualcosa che invidia a un certo Prassitele… la modella Frine!


Il racconto di ARTURO GUASTELLA, nostro inviato in Magna Grecia

POLVERI SOTTILI, parchi minerali scoperti e ciminiere ammorbanti, non è che Taranto sia, in questi ultimi anni, una regina dell’attrazione turistica. Così, vedere quel lungagnone che con l’aria spaesata si aggirava per i vicoli della città vecchia, cercando di orientarsi fra il dedalo di viuzze, con una sorta di bisaccia a tracolla, un mantello sulle spalle, che al vostro acuto cronista assomigliava, stranamente, ad un himàtion greco, e con un cappello di feltro che assomigliava, altrettanto stranamente, ad un pilòs macedone, divenne lampante che si trattava di un turista greco. Tuttavia, egli, il turista, sembrava non essere del tutto estraneo alla città. Questo, dal modo familiare con cui rimirava i due mari, di come scendeva giù nella marina, scegliendo il vicolo giusto, di come pareva conoscesse sufficientemente la planimetria dell’antica isola e, infine, di come fosse alla ricerca di qualcosa in particolare. Ce n’era a sufficienza per avvicinarlo e scambiarci due chiacchiere. 

Prassitele, l’Afrodite di Cnidia

«Kalispèra, kyrie, borò na sas voithìso?», si pavoneggia col suo greco il vostro scriba che, nell’augurargli buon pomeriggio, si offre di aiutarlo, mentre, nei fatti, muore dalla voglia di saperne di più. «Parla la tua lingua», lo gela lo stranissimo turista e, poi, rincarando la dose: «Dove siamo? in un negozio, dove non si fa a tempo ad entrare che subito qualcuno gli si precipita addosso, con il pretesto di rendersi utile?». Confesso che, a proposito di lingua, la sua iattanza mi aveva fatto venire sulla punta della mia lingua tre o quattro sanguinose ingiurie greche, che solo la sua aria sorridente era riuscita a farmi trattenere. «Vedo che hai usato un termine, iattanza, che ai miei tempi solevamo chiamare ybris, o hỳbris, se vuoi, e che caratterizzava coloro che, nella guerra o nelle arti, si ritenevano superiori agli dei, come Aracne, per esempio, nel ricamo, o me stesso, qualche volta, e che aveva il suo corrispettivo iconografico, nell’ascia bipenne di Cnosso», si mette improvvisamente a pontificare. 

Allora sei cretese, e in quanto alla hỳbris, hai dimenticato di dire che i numi punivano severamente chi azzardava simili paragoni. «Non l’ho dimenticato, e anche io sono stato talvolta castigato. E no, non sono cretese, anche se in quel museo c’è una mia opera; sono di Sicione, una nobile città del Peloponneso, ad un tiro di schioppo da Argo, Corinto, Micene, o Tirinto, di cui spero avrai sentito parlare…». Altro attacco di bile del vostro cronista, il cui travaso è stato impedito, però, dall’inusitata richiesta del mio interlocutore, di indicargli una bottega di “toreutica”. Toreutica, accidenti. L’arte antica di modellare i metalli, bronzo soprattutto, ma anche rame, elettro e argento, per farne statue, e pure armi e gioielli, come la “maschera funebre di Agamennone”, un rhyton di oro purissimo a Micene, come le tazze d’oro Vaphiò e di Midea, al museo di Atene; o, da noi, gli straordinari manufatti etruschi. Il fatto, poi, che in Grecia si siano dedicati alla toreutica scultori come Policleto e Fidia (sua la lampada d’oro dell’Eretteo, il tempio ionico dell’acropoli di Atene), mi lasciava senza fiato, facendomi sospettare di trovarmi di fronte ad un personaggio di gran nome. 

Apoxyomenos, particolare del volto

Forse che? «Si, hai indovinato, sono Lisippo, e torno nella città dove ho abitato per ben sei anni (nel IV secolo a.C., ndr), anche se non trovo più né la mia antica bottega, né quelle mie due opere che, al pari del colosso di Rodi, o dello Zeus crisoelefantino (d’oro e di avorio) del Partenone, erano strafamose nell’antichità greca e magnogreca». Proprio “magnogreca” ha detto Lisippo, facendomi sospettare che quel termine, inventato − a suo dire − dal grande archeologo francese, François Lenormant, non fosse poi così nuovo. Lisippo, perbacco. Ma lo sai che qui ti hanno dedicato un liceo artistico? «So che, finalmente ‒ mi liquida ‒, gli hanno trovato una sede adeguata. Ma non tergiversare, dove sono finiti il mio Zeus e il mio Eracle pensoso?» Prima di risponderti, mi piacerebbe sapere qualcosa sulla tua arte, per fare contenti i miei amici docenti nel tuo liceo, e sulla tua venuta a Taranto, dall’Acarnania in cui ti trovavi. «I tuoi amici – risponde indisponente – possono trovare tutto quello che mi riguarda su qualunque libro di storia dell’arte, anche se io mi sento di suggerire i testi di Giulio Carlo Argan o di Roberto Longhi, mentre per la mia bottega a Taranto ricorda che Sicione si trova nel Peloponneso, come anche i lacedemoni di Sparta, per cui i tarantini erano e sono miei compatrioti. E, poi, mi hanno pagato molto bene». 

Ma è vero, come raccontano Lucilio, Plinio, ma anche quel gran viaggiatore greco che era Pausania (ma il Periegeta, come lo chiamavano, aveva solo sentito parlare, delle statue tarantine di Lisippo), il tuo Zeus era alto quaranta cubiti (circa 18 metri), aveva una proporzione giusto il canone di Policleto, in quanto la misura dei quaranta cubiti è ottenuta moltiplicando il modulo naturale di quattro cubiti per il numero perfetto di dieci? Era collocato nell’agorà (la piazza principale della pòlis), con il dio rappresentato nell’atto di scagliare una saetta e con un pilastro, posto a breve distanza, per garantirne la stabilità ai venti? Dotato inoltre di una base mobile, consentiva alla statua non solo di poter girare su se stessa, ma di essere anche funzionale alla corretta distribuzione statica delle forze, in un sistema di equilibrio tale da permettere alla colossale opera di oscillare sotto la semplice pressione di una mano, ma al tempo stesso di resistere alle tempeste? E, che, invece, il tuo Eracle, alto cinque metri, era collocato sull’Acropoli? «Ma che domande, neanche gli studenti del primo anno al mio Liceo…». 

L’etèra Phryne, di Elias Robert, 1855, Palazzo del Louvre,

Eccoti, allora, come la tua incommensurabile Ybris sia stata punita dagli dei. Neppure una tua sola opera ci è giunta. Ma solo copie romane. E sì, i romani hanno fuso (e che siano esecrati nei secoli) il tuo Zeus, hanno portato, nel 206 a.C., dopo il sacco della città, il tuo Eracle a Roma, alla Terme di Caracalla, e poi, se ne sono perse le tracce. Un velo di tristezza sembra oscurare il bel volto di Lisippo, al quale deve essere arrivata voce che anche il suo Apoxyómenos, la statua bronzea dell’atleta che si deterge il sudore con lo strigile − e che rappresentava la sua opera fondamentale −, dopo essere stata a lungo conservata nelle terme di Agrippa, a Roma, è poi sparita nel nulla. Inoltre, per gli storici dell’arte, l’Apoxyómenos, insieme all’Afrodite cnidia, di Prassitele, per la sinuosità delle movenze e per la ripartizione spaziale degli elementi, ha rappresentato la vera, profonda innovazione della statuaria ellenistica, ripresa, poi da scultori di ogni epoca, fra cui, il nostro, enorme, Antonio Canova. «A Prassitele − conclude sarcastico Lisippo ‒ mi sento di invidiare soltanto una cosa: la sua modella, Frine». 

E bravo, il nostro peloponnesiaco tarantino di Sicione, che ha voluto lanciare uno strale avvelenato al suo collega ateniese, visto che la bellissima Frine, oltre alle pose nell’atelier dello scultore, arrotondava le già lautissime entrate, con la sua professione di “etera” (una sorta di escort, diremmo oggi), tanto da subire un processo nell’Areopago di Atene, il massimo tribunale della città. Questo, per essersi creduta essa stessa una dea e, quindi, potersi impunemente bagnare nelle sacre acque di Eleusi: una sorta di hỳbris (rieccoci!), punibile con la morte. Accusa che aveva toccato anche Prassitele. Tuttavia, il suo avvocato difensore, con una mossa a sorpresa, aveva denudato Frine, davanti ai giudici, dicendo che davvero ella era l’incarnazione di Afrodite. I giudici, naturalmente, abbagliati dalla sua bellezza, la mandarono assolta. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista dal 1971. Ha alternato la sua carriera di biochimico con quella della scrittura. Ha diretto per 14 anni “Videolevante”, una televisione pugliese. Ha tenuto corrispondenze dall’Italia e dall’estero per “Il Messaggero”, “Corriere della Sera”, “Quotidiano”, “La Gazzetta del Mezzogiorno” per la quale è editorialista. Con la casa editrice Scorpione, ha pubblicato “Fatti Così” e, con i Libri di Icaro, “Taranto - tra pistole e ciminiere, storia di una saga criminale”, scritto a due mani con il Procuratore Generale della Corte d’Assise di Taranto, Nicolangelo Ghizzardi. Per i “Quaderni” del Circolo Rosselli, ha pubblicato, con Vittorio Emiliani, Piergiovanni Guzzo e Roberto Conforti, “Dossier Archeologia” e, per il Touring club italiano, i “Musei del Sud”.