Una scena dello spot interpretato da Penelope Cruz che riprende la colonna sonora di Eyes wide shut; sotto il titolo, scena del film scritto e diretto da Stanley Kubrick

«Sì, sì la colonna sonora era di una compositrice britannica, ma per lui non c’erano stati dubbi su chi poteva aver inventato quel coro inquietante nella sua blasfema solennità, poco importa se poi degradato a sfondo sonoro di uno spot “red passion”. Un’evidenza confermata quando, in una ricerca di cui si sentiva orgoglioso e che condivideva con avara generosità, aveva scoperto che quel canto era un antico canone intonato da preti romeni…»  


Il racconto di HERR K.

ERA STATO UN INCONTRO un po’ all’ultimo momento. F., uno dei due che avevano lanciato la “Fusione Fredda” tanti anni prima, era di passaggio a Venezia e avevano convenuto di vedersi lì, quelli che potevano. Alle spalle, gli anni di sostanziali vituperi contro la FF, che era stata liquidata dal mainstream come “junk science, anche se qualcuno aveva ecceduto e i toni molto ‘CICAP’ usati da Repubblica erano stati puniti da una querela con tanto di risarcimento a carico del giornale.

In realtà F. non si era soffermato sulle abituali lamentele per le esclusioni della FF dal ‘salotto buono’ della ricerca — leggi: budget per sostenerla — ma era sembrato animato quasi dall’esigenza di scaricarsi un po’ del peso dell’aver assecondato la prassi di molti scienziati inglesi. Al ritorno da un qualche convegno scientifico all’estero ricevevano a casa la visita di un paio di compìti gentiluomini, che garbatamente s’informavano se non si fosse presentato in quella circostanza materiale di interesse per la sicurezza dei sudditi di Sua Maestà. Almeno, questa era l’impressione che lui aveva avuto.

Il clou era stato alla fine, quando F., accompagnando con uno disegnino a mano quel che stava dicendo, aveva posto l’interrogativo di che cosa sarebbe potuto accadere se l’Uranio, fissile, fosse stato “caricato” con idrogeno e sottoposto a una pressione “ultracritica”. Ça va sans dire, si sarebbe potuto realizzare in questo modo una ‘pistola atomica’, che, infatti, era stata puntualmente sperimentata negli ultimi giorni della Guerra del Golfo. Il lavoro giornalistico, all’inseguimento del militare Usa che era stato testimone diretto di una tale esplosione, si era concluso positivamente e aveva consentito, alcuni anni dopo quell’incontro, la pubblicazione di un libro per davvero interessante.

Giacomo Casanova (1725 -1798) nel ritratto eseguito dal fratello Francesco tra il 1750 -1755.

Ma questa era un’altra storia, che riemergeva inevitabilmente nel ricordo di quella circostanza. Già, ma poi, questa ‘altra storia’ era stata farina immateriale del suo sacco di ricordi o l’incrocio con una perlustrazione avventurosa nell’aliena community scientifica online, ricca però di articoli e saggi gratuiti che consentivano di simulare competenze anche a fantasiosi profani? Quel di cui era certo era che l’incontro c’era stato e che il suo genuino interesse era stato attratto dalla vivacità del racconto di uno dei presenti, pochi e la maggior parte in seguito defunti, che si era dichiarato socio di un Club intestato a “Giacomo Casanova”. Ed era venuta fuori non a caso la figura di Arthur Schnitzler. Che a Venezia fosse attivo un Club sul sedicente “Cavaliere di Seingalt”, patrimonio fulgente della “città di ogni sogno”, nessuno stupore. Oltre che mitico seduttore delle donne, che peraltro lo amavano e che lui trattava con rispetto, restava uno dei più avvincenti scrittori del Settecento, al punto che le pagine del suo Histoire de ma vie, in francese, per lungo tempo erano state erroneamente attribuite a Stendhal.

Schnitzler. Lo scrittore viennese, medico e bell’uomo un po’ corpulento, noto ai suoi tempi come un impenitente “fimminaro”, si era sposato, quarantenne, proprio per tentare di autoimporsi una vita più morigerata. Così almeno raccontavano nel Club. Il pettegolezzo ‘casanoviano’ gli aveva riportato alla mente quel libriccino dove Schnitzler, con prosa snella ed evocativa, narrava del Cavaliere, ormai al tramonto e di ritorno nella Serenissima, dov’era stato tortuosamente riammesso, e del suo incontro con un ‘lui da giovane’, un suo ‘doppio’. E del duello, sempre per una donna, concluso con la morte del giovane. Aνάγκη.

Le maschere del film indossate dagli attori durante le scene divenute una icona evocativa del lavoro di Kubrick

Forse affascinato dall’idea del ‘doppio’, Schnitzler aveva raccontato in un suo successivo romanzo di un ‘doppio sogno’, quella traumnovelle che aveva ispirato, proprio sullo scoccar della fine del secondo millennio l’ultimo film di Kubrick, Eyes wide shut. Vari anni prima dell’incontro di Venezia, che aveva generato in lui quella sarabanda di ricordi. In realtà il film riprendeva più che altro l’incipit del racconto, che era stato sviluppato come garbata e fantasiosa polemica di Schnitzler nei confronti di Freud. Con la cadenza avvincente di un romanzo, non quella noiosa di un saggio, gli pareva che Schnitzler avesse detto in sostanza: “Bada Sigmund, dai troppo peso all’inconscio a danno delle elaborazioni del dormiveglia, quando la mente, non ancora del tutto vigile, costruisce vicende oniriche sottratte però al dominio dell’inconscio e, al contempo, capaci di rilevanti condizionamenti”. E il racconto ne forniva un illuminante esempio.

Arthur Schnitzler (1862 – 1931) nel 1912

Non gli importava tanto chi potesse aver ragione, secondo lui Schnitzler, quanto, nella matrioska dei ricordi, il peso dato da Freud a Schnitzler. Come era emerso con evidenza totale nella famosa lettera che Freud aveva scritto al suo concittadino confessando di averlo fino ad allora evitato «per una specie di timore di incontrare il mio ‘doppio’». Aggiungendo «quando mi sono abbandonato alle Sue belle creazioni, ho creduto di trovare dietro la loro parvenza poetica gli stessi presupposti, interessi e risultati che conoscevo miei propri … così ho avuto l’impressione che Ella sapesse per intuizione — ma in verità a causa di una raffinata autopercezione — tutto ciò che io con un lavoro faticoso ho scoperto negli altri uomini». Scontato, poi, in quella lettera, il rimando ad Al di là del principio di piacere, uscito da poco (1920) e che veniva citato come «qualcosa di incredibilmente familiare» con la visione del destinatario, in particolare con la polarità di amore e morte. Una testimonianza che batteva in breccia come fatua la querelle del a chi spettasse tra i due l’aver per primo intuito la possibilità della psicoanalisi come scienza.

Oddio, sicuramente fatua la querelle, quanto poi a dare per scontata la psicoanalisi come scienza, su questo aveva delle sue radicate e ben motivate divergenze. Ma il punto, nella carrellata delle evocazioni, diventava un altro. “Occhi spalancati chiusi” come quelli che si ostinano a non vedere una realtà evidente. Riferito al voler/non voler vedere, da parte della coppia dei protagonisti di Eyes wide shut, le fantasie sessuali che li turbano. O, forse meglio: “Guardare a occhi chiusi per vedere meglio la realtà”, che nel film di Kubrick si caratterizza per un’impietosa descrizione classista della società dove denaro e potere esercitano sui corpi delle donne e dei poveri un dominio inumano, segnalato dall’alternarsi manicheo dei colori chiari con quello ‘scuro notte’ delle orge celebranti il potere.

Un’altra scena dell’ultimo film girato da Stanley Kubrick nel 1999

“Il più politico” dei film di Kubrick, «sostenuto da quel moralismo laico, materialista, settecentesco che l’ha sempre guidato» nell’esplorare, in questo caso, “la frontiera tra realtà e sogno”. Tutto vero, pensava, all’insegna di quel Vida es sueñoin cui già trecento e passa anni prima Calderon aveva coniugato sogno e realtà, del potere ma non solo.

Rimaneva però stupito del carattere in qualche modo metafisico che il grande regista aveva voluto conferire all’orgia nella sontuosa villa, dove lo sguardo del protagonista scorre nelle varie sale su azioni di una sessualità ipostatizzata in gesti. Una metafisica quasi dantesca, coronata dal coro cupo che i partecipanti al rito intonano nel salone, e disvelata dall’invenzione che solo la geniale maniacalità di Kubrick aveva potuto concepire. Sì, sì la colonna sonora era di una compositrice britannica, ma per lui non c’erano stati dubbi su chi poteva aver inventato quel coro inquietante nella sua blasfema solennità, poco importa se poi degradato a sfondo sonoro di uno spot “red passion. Un’evidenza confermata quando, in una ricerca di cui si sentiva orgoglioso e che condivideva con avara generosità, aveva scoperto che quel canto era un antico canone bizantino intonato da preti romeni. Ma inciso al contrario. Quel che per diretto era un inno sacro, invertito diveniva un’espressione del male. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Non ha mai amato la poesia, in particolare quella contemporanea. Archiloco, Saffo, Lucrezio, Dante, Ariosto, Shakespeare e Leopardi, stop. Per questo, forse, si diletta a cimentarsi con racconti brevi, il romanzo non è nelle sue corde e nemmeno alla sua portata. Fascinato dalla Mitteleuropa di Hofmannsthal, Schnitzler, e sì, pure Roth. Ha un sano disprezzo per quell’orda di umanisti — tutti hanno sicuramente scritto poesie anche dopo i vent'anni — che infesta l'amministrazione pubblica ed è colpevole di linguaggio e procedure, che in nome di Sicurezza e Privacy bastonano impietosamente le parti basse degli utenti; e che vanificano gli sforzi per far risalire l’Italia dall’attuale ultimo posto nella Ue per digitalizzazione. Promette di lardellare con excursus scientifici, episodicamente, qualche racconto. Per contribuire a superare il gap che ha la letteratura italiana, fatti salvi Gadda, Calvino e, in parte, Eco ?. Ma sta anche valutando se non tralignare con un po’ di esoterismo

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