Platone

L’etimo della parola deriva dall’unione del francese bureau (ufficio) e del greco omerico, kratos, che significa, per l’appunto, potere. Con l’orecchio che scandisce i minuti di attesa, mi metto ad almanaccare sui diritti dei cittadini e sulla giustizia negata. Come al solito a noi, gente comune. E mi torna in mente Platone, che, nel primo libro della Repubblica, attribuisce al sofista Trasimaco la tesi radicale di come «la giustizia sia l’utile del più forte». Nell’attesa sempre più scalpitante (nel senso che proprio non riesco a tenere fermi i piedi), mi chiedo se gli strumenti digitali che sembrano averci letteralmente sommersi (Pec, Id Spid, Green pass, keyword, nickname) non meritino una rivoluzione dal basso con azioni volontarie collettive e di massa


L’articolo di ARTURO GUASTELLA

MAI AVREI, AVREMMO creduto di poter rimpiangere l’adusata risposta del “dottore è fuori stanza”, quando per necessità o per ottenere qualche informazione da uno qualsiasi degli Enti pubblici, al telefono ci sentivamo rispondere che, purtroppo, l’interlocutore più adatto a soddisfare la nostra richiesta, si era momentaneamente allontanato dalla sua scrivania. Almeno allora c’era la speranza che il dottore, sorbito il suo cappuccino, magari poco prima di andare a pranzo, riuscisse a darci qualche minuto del suo prezioso tempo. Ora il solito dottore forse c’è ancora, ma a risponderci è una voce anonima, metallica che, nell’informarci che la nostra telefonata potrebbe essere registrata, ci porta a confusione, invitandoci a premere i tasti, 1,2,3,4 (per i ministeri si arriva fino a 5), a seconda del tipo di domanda che vogliamo fare o del tipo di ufficio che vogliamo contattare. Facendoci la concessione alla fine, quando ci siamo già smarriti nella tastiera e avere puntualmente dimenticato a quale tipo di ufficio o di domanda corrispondesse il numero indicato, di rimanere in silenzio che “risponderà il primo operatore disponibile”. 

Mezzorate in ascolto con una musichetta che sembra un canto gregoriano, intervallato da offerte vantaggiose (se di tratta di aziende), e, poi, la sentenza inappellabile del call center: “tutti gli operatori sono momentaneamente occupati, si prega di ritelefonare più tardi”

Minuti, mezzorate in ascolto religioso, con una musichetta che sembra un canto gregoriano, intervallato, naturalmente, da offerte vantaggiose (se di tratta di aziende), e, poi, la sentenza inappellabile: “tutti gli operatori sono momentaneamente occupati, si prega di ritelefonare più tardi”. Se si trattasse del vecchio telefono a disco, la cornetta sarebbe già andata in orbita, magari a far compagnia alla nostra brava Samantha Cristoforetti. Ma con il cellulare non si può. Intanto, perché costa un occhio della testa, e, poi, perché è magari un regalo dei tuoi figli, o della tua nipotina. E allora? Si tratta di una nuova forma di burocrazia? Possiamo chiamarla digitale? Un nuovo, incontrollabile potere? E, del resto, l’etimo della parola deriva dall’unione del francese bureau (ufficio) e del greco omerico kratos, che significa, per l’appunto, potere. E, con l’orecchio che scandisce i minuti di attesa, mi metto ad almanaccare sui diritti dei cittadini e, dato che ci sono, sulla giustizia negata. Come al solito a noi, gente comune. 

E mi torna in mente Platone, che, nel primo libro della Repubblica, attribuisce al sofista Trasimaco la tesi radicale di come «la giustizia sia l’utile del più forte». E poco importa che questo personaggio, Trasimaco, abbia una identità storica alquanto incerta. Quel che più mi intriga, nella circostanza, è la sua perentoria richiesta — è sempre Platone a raccontarlo — di una definizione esplicita del giusto, senza cadere nel rinvio ambiguo a nozioni quali l’opportuno, il giovevole, il vantaggioso, il profittevole o l’utile. Opportuno, giovevole, vantaggioso, eccetera, eccetera, tutti aggettivi che mi suonano vuoti mentre rimango con l’orecchio incollato al telefono, e continuo ad aspettare che un operatore si degni di rispondere. Insomma, aveva ragione Vincent de Gournay, cui si deve il conio del termine “burocrazia”, quando temeva che il «dare il potere a funzionari e scribi avrebbe irretito il corpo sociale in una pania vischiosa». E che dire, poi, di Max Weber che, nei primi del secolo scorso, avvertiva come «essa con il tempo avrebbe spinto i sistemi sociali fino a imprigionare gli uomini in una rete di regole minuziose e a sottometterli alla potenza anonima, irresponsabile e ogni giorno più necessaria degli apparati burocratici». 

Gli strumenti digitali nell’ultimo decennio sembrano averci letteralmente sommersi (Pec, Id Spid, Green pass, keyword, nickname) e dilatano il potere di questa nuova burocrazia senza volto

Intanto, per l’ennesima volta, cade la linea telefonica. O, forse, maliziosamente, l’operatore che si era liberato ha avuto un altro impegno urgente. E, allora, nell’attesa sempre più scalpitante (nel senso che proprio non riesco a tenere fermi i piedi), mi chiedo se gli strumenti digitali che, nell’ultimo decennio, sembrano averci letteralmente sommersi (Pec, Id Spid, Green pass, keyword, nickname, et similia), non siano stati fatti apposta per dilatare il potere di questa sorta di burocrazia digitale. E non meritino una rivoluzione dal basso. Come quella che avvenne in Calabria, nel 1848: la cosiddetta revindica, un movimento popolare di ribellione nei confronti di quei burocrati che, dando vita ad una vera e propria violenza sociale, avevano portato a numerosi episodi di occupazione di terre, foreste, miniere e, perfino, di abitazioni. Allora le revindiche si configurarono come un insieme di azioni volontarie collettive e di massa, che portarono all’occupazione fisica e simbolica di beni (terre, foreste, miniere) ritenuti “usurpati” e percepiti come sottratti all’uso pubblico della comunità. Solo che allora c’era qualcosa da occupare in segno di protesta, mentre ora la burocrazia digitale è anonima, e, certo, più che chiudere il telefonino o il computer, non rimane altro da fare. 

Rassegnarsi dunque? Forse, anche se, per dirla con il Manzoni, «Noi uomini siam in generale fatti così: ci rivoltiamo sdegnati e furiosi contro i mali mezzani e ci curviamo in silenzio sotto gli estremi; sopportiamo, non rassegnati, ma stupidi, il colmo di ciò che da principio avevamo chiamato insopportabile». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista dal 1971. Ha alternato la sua carriera di biochimico con quella della scrittura. Ha diretto per 14 anni “Videolevante”, una televisione pugliese. Ha tenuto corrispondenze dall’Italia e dall’estero per “Il Messaggero”, “Corriere della Sera”, “Quotidiano”, “La Gazzetta del Mezzogiorno” per la quale è editorialista. Con la casa editrice Scorpione, ha pubblicato “Fatti Così” e, con i Libri di Icaro, “Taranto - tra pistole e ciminiere, storia di una saga criminale”, scritto a due mani con il Procuratore Generale della Corte d’Assise di Taranto, Nicolangelo Ghizzardi. Per i “Quaderni” del Circolo Rosselli, ha pubblicato, con Vittorio Emiliani, Piergiovanni Guzzo e Roberto Conforti, “Dossier Archeologia” e, per il Touring club italiano, i “Musei del Sud”.