Si vota fra sette giorni nelle due regioni più grandi, ma senza le risse e le grida delle elezioni più recenti. Eppure in questo passaggio alle urne ci sono alcune novità. Vince la politica “liquida” dove le alleanze cambiano a seconda dei contesti, almeno a sinistra. E l’apparente granitica formazione di centrodestra soffre il cambiamento di rapporti di forza al suo interno. Ma ci sono altri segnali importanti: i Cinque stelle che diventano partito, la Cgil che si riposiziona, la conferma di un disegno della Meloni che guarda a un “campo largo” per la nuova destra, dove i riferimenti non sono gli attuali alleati


L’analisi di FABIO MORABITO
CI SI AVVICINA a fari spenti alle elezioni regionali in Lazio e Lombardia (seggi aperti domenica 12 febbraio e la mattina di lunedì 13), eppure mancano solo pochi giorni. Quasi sembrano più interessare le primarie del Pd, che sono stata posticipate a due settimane dopo. Eppure questo appuntamento è in calendario ad appena dieci giorni dall’approvazione in Consiglio dei ministri del disegno di legge sulla cosiddetta “autonomia differenziata” regionale, voluto dalla Lega. Con Lombardia e Lazio che da sole rappresentano più del 30% del Prodotto interno lordo del Paese (e circa un quarto della popolazione). I sondaggi condizionano molto le attese, e le loro indicazioni — così nette — farebbero diventare una sorpresa un verdetto diverso da quello che è stato sempre ribadito in queste settimane.
Francesco Rocca, Attilio Fontana e Alessio D’Amato

Attilio Fontana, superate polemiche e difficoltà nate durante la gestione della pandemia, è dato per riconfermato alla guida della Lombardia. Francesco Rocca è favoritissimo come Governatore della Regione Lazio. Entrambi sono i candidati del centrodestra. Che alle elezioni si presenta sempre compatto. Diversamente dal centrosinistra. In Lombardia però Partito democratico e Cinque stelle hanno trovato l’intesa, e il candidato è Pierfrancesco Majorino (Pd), ma l’alleanza quasi certamente non sarà sufficiente per ribaltare i pronostici: l’ultimo sondaggio prima del voto, dell’Ipsos per il Corriere della Sera, lo dà distaccato di oltre 11 punti da Fontana, accreditato del 45% dei consensi. Dove invece un’intesa tra i due grandi partiti sarebbe stata decisiva è nel Lazio, dove il Pd ha scelto Alessio D’Amato, assessore regionale uscente alla Sanità, il primo a dichiararsi in corsa.

I Cinque stelle puntano invece su Donatella Bianchi, giornalista Rai ora in aspettativa, conduttrice di “Linea blu”, indipendente, che nel curriculum vanta un passaggio da Presidente del Wwf Italia. Insieme, per la rilevazione Ipsos/Corsera, valgono oltre il 53% dei consensi; divisi sono 34,1% il primo, 19,6% la seconda, quindi ampiamente dietro Francesco Rocca (accreditato del 41,2%). Si corre a turno unico, maggioritario, chi arriva primo anche se con poco più del trenta per cento potrà governare, perché se l’80% dei seggi (40 consiglieri su 50) sarà assegnato in proporzionale fra tutti, un altro 20% — però fino a un massimo totale del 60% — è la “riserva” come premio di maggioranza al vincitore. Un premio diviso tra le liste che lo appoggiano (senza più il vecchio “listino”, abolito dalla nuova legge del 2017, con il quale l’eletto si trascinava un gruppo di dieci prescelti). E Rocca — considerati attendibili i sondaggi — può ragionare quindi su un 60% di consiglieri schierati con lui.

Donatella Bianchi assieme al presidente dei Cinque stelle Giuseppe Conte
Rocca, avvocato penalista, per entrare in politica si è dimesso da Presidente della Croce Rossa italiana. È formalmente una candidatura della “società civile”, ma legato nei fatti a Fratelli d’Italia già da quando era ragazzo e il partito si chiamava Movimento sociale. Scegliere lui anziché uno degli storici capi del partito (come Fabio Rampelli) risponde a una visione che Giorgia Meloni sta perseguendo da un po’, quando la vittoria alle Politiche era ancora lontana. Quella di tendere ad allargare l’area del consenso – e dei dirigenti – anche verso il mondo cattolico, fuori dal perimetro dell’estrema destra. Nel Lazio il Presidente uscente è Nicola Zingaretti, Pd. Si è dimesso perché ha scelto di candidarsi alle Politiche, e ora è deputato. L’intesa con i Cinque stelle qui non c’è stata. Per due motivi. La scelta del termovalorizzatore, un inceneritore che bruciando i rifiuti produce energia, voluto fortemente dal sindaco di Roma Roberto Gualtieri (Pd). Verrà costruito a Santa Palomba, periferia sud della città in direzione Castelli Romani, e sarà pronto — se i tempi  del crono-programma verranno rispettati — alla fine del 2026. Per il Pd è l’impianto necessario per risolvere l’emergenza rifiuti della Capitale. Per i Cinque stelle è una risposta obsoleta e inquinante. Il secondo motivo di divergenza è che il Pd si è mosso — verso questo voto — con la volontà di imporre comunque un suo uomo per la presidenza, così come ha fatto in Lombardia, dove però i Cinque stelle hanno un seguito marginale.
I tre candidati principali per le regionali lombarde: Majorino, Moratti e Fontana

Intorno a questi due schemi, che stanno favorendo il centrodestra, ci sono alcune novità in scena. In Lombardia a incrinare i fronti ci ha pensato Letizia Moratti, che avrebbe voluto essere la candidata del centrodestra, sua area politica di riferimento. Non essendoci riuscita si è messa in proprio, subito appoggiata da Carlo Calenda e la sua “Azione” (con Matteo Renzi formalmente insieme, ma assai meno esposto). Si è aperto un rapido dibattito del Pd tra chi avrebbe voluto allinearsi, provando a vincere, e chi invece non intendeva esagerare in una rinuncia all’identità. Con il segretario Enrico Letta contrario, il Pd ha scelto di correre con Majorino, e ha trovato con facilità l’appoggio dei Cinque stelle, cercato dal candidato stesso. La partita di Roma vede un nuovo attore, il “Polo progressista”, creatura di Stefano Fassina, già sottosegretario all’Economia nel governo Enrico Letta con il Pd, da cui è uscito dalla porta sinistra. Una lista che ha trovato come riferimento i Cinque Stelle, e appoggia quindi la candidatura Bianchi. L’esito dalle urne per questo nuovo Polo sarà con tutta probabilità minimo, ma la particolarità è la scelta della capolista: Tina Balì, una dirigente nazionale della Cgil. Il che è stato interpretato come un nuovo segnale di avvicinamento del segretario generale Maurizio Landini a Giuseppe Conte. Con prudenza, quindi senza presentare la candidata nella lista del Movimento, che movimento non è più, ma è diventato partito politico a cominciare dall’adesione ai finanziamenti del 2 per mille.

I candidati lombardi del partito della premier Meloni

La trasformazione del gruppo inventato da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio segna in queste regionali un altro passaggio importante. Non ci sono state primarie online, la candidata presidente è stata scelta direttamente da Conte. Si voleva una donna, con particolare attenzione alle giornaliste. La prima scelta infatti sarebbe stata Bianca Berlinguer. Che soddisfazione sarebbe stata anteporre al Partito democratico il nome Berlinguer. Bianchi ha invece accettato, da candidata indipendente, consapevole di una corsa senza chance di successo. Poi tornerà a lavorare in Rai, restando in credito con Conte. Il prossimo anno ci sono le Europee, e potrebbe correre come capolista con i Cinque stelle. Un’altra novità, dopo tante competizioni gridate, è il profilo basso. Non ha interesse ai riflettori un Pd che si sta curando le ferite e sta vivendo una delle sue tante dolorose crisi di passaggio, verso l’ennesimo nuovo segretario. Non ne hanno interesse i Cinque stelle, destinati ad essere comprimari, come nelle amministrative succede loro spesso. Non c’è un Matteo Salvini urlante, perché sa che il suo candidato è favorito in Lombardia, ma i rapporti di forza con Fratelli d’Italia saranno ribaltati. Anche se qualcuno lo dirà lo stesso queste elezioni non sono viste come un test sul governo nazionale. Semmai sulla leadership di Giorgia Meloni che però non è in discussione. Ma lei non ha interesse ad apparire troppo, anche se certamente il suo partito si comporterà da cannibale (dei consensi) con gli alleati. Volendo governare per cinque anni non è prudente far venire ai compagni di viaggio crisi di sopravvivenza. E anche per questo le fa gioco nel Lazio una candidatura formalmente fuori dai ranghi di partito. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Caporedattore - Giornalista, primo articolo pubblicato a quindici anni sul "Calcio illustrato". Un libro a vent'anni sulla storia del Partito radicale da Pannunzio a Pannella. Due contratti in Rai, collaborazioni con radio e tv private, migliaia di articoli in una ventina di testate diverse in Italia e all'estero. Oltre trent'anni di lavoro al Messaggero, dove si è occupato di cronaca, politica, sport, interni, esteri. È stato presidente dell'Associazione stampa romana e componente di Giunta della Fnsi, il sindacato nazionale dei giornalisti. Ha coordinato e condotto decine di corsi di formazione professionale