
Il 33% del commercio globale dei fertilizzanti (zolfo e ammoniaca inclusi), secondo le analisi della Società Kpler, passa dallo stretto di Hormuz. Dal Golfo Persico, secondo l’agenzia Tass, passa il 31% dell’urea, il 44% dello zolfo, il 18% dell’ammoniaca e il 15% dei fosfati. In crisi anche l’esportazione delle nostre eccellenze ortofrutticole e dei prodotti freschi nei Paesi del Golfo e del Nord Africa con fatturati intorno al miliardo all’anno, particolarmente nel mercato delle mele, di cui l’Italia è il secondo esportatore al mondo. L’Arabia Saudita importa circa 187.000 tonnellate di mele, mentre gli Emirati Arabi arrivano a 225.000 tonnellate. A questi valori si aggiungono le 103.000 tonnellate in Iraq, 30.000 in Kuwait e 26.000 in Qatar. Col Golfo Persico in fiamme le mele Ambrosia di Cuneo devono circumnavigare l’Africa per arrivare in Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti. L’agricoltura, pilastro di ogni società, è intrinsecamente legata alla stabilità geopolitica. Il “Made in Italy” agricolo è un brand potente, ma la sua sopravvivenza dipende sempre più dalla capacità di navigare in in mari sempre più tempestosi
◆ L’analisi di MARIA LODOVICA GULLINO
► L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, iniziata due anni fa, ha squarciato il velo sull’interconnessione profonda del nostro mondo, rendendo evidente anche al grande pubblico la fragilità delle catene di approvvigionamento globali. Per la prima volta, milioni di persone hanno compreso l’origine dei cereali che quotidianamente trasformiamo in pane, pasta, biscotti, e come la loro mancanza o il rincaro potessero avere ripercussioni dirette sulle nostre tavole. L’Ucraina, “granaio d’Europa”, insieme alla Russia, rappresenta infatti una quota significativa delle esportazioni mondiali di grano, mais e olio di girasole, e il blocco o la difficoltà di queste rotte hanno innescato un’onda d’urto sui prezzi globali dei prodotti alimentari, minacciando la sicurezza alimentare in diverse regioni del mondo, in particolare in quelle più dipendenti dalle importazioni.
Il Medioriente, nuova frontiera dell’instabilità e riflessi sull’export italiano
Oggi, l’attenzione si sposta con crescente preoccupazione verso il Medio Oriente. Quello che sta accadendo in questa regione non è solo una crisi umanitaria, ma un potenziale nuovo epicentro di sconvolgimenti economici e commerciali che rischia di avere ripercussioni dirette e pesanti anche sulla nostra agricoltura. L’Italia, infatti, ha sviluppato negli anni un significativo flusso di esportazioni agricole verso i paesi arabi, che sono diventati mercati strategici per prodotti ad alto valore aggiunto come frutta fresca, verdure, e anche le nostre “insalate in busta” pronte al consumo. Luigi Chiarelli su Italia Oggi ha recentemente evidenziato come le tensioni geopolitiche non agiscano più come eventi isolati, ma creino un effetto domino sulle rotte commerciali, sui costi di trasporto (in particolare marittimi, che possono aumentare vertiginosamente a causa di rischi assicurativi e tempi di percorrenza allungati), e sulla capacità di acquisto dei paesi importatori, già provati da altre crisi. La paura è che l’escalation possa portare a barriere commerciali, ritardi significativi nelle consegne o, nel peggiore dei casi, all’interruzione di canali di distribuzione consolidati. Senza trascurare il fatto che sui mezzi tecnici per l’agricoltura, in particolare fertilizzanti, potrebbe scatenarsi una vera e propria tempesta perfetta. Il 33% del commercio globale dei fertilizzanti (zolfo e ammoniaca inclusi), secondo le analisi della Società Kpler, passa dallo stretto di Hormuz. Dal Golfo Persico, secondo l’agenzia Tass, passa il 31% dell’urea, il 44% dello zolfo, il 18% dell’ammoniaca e il 15% dei fosfati.
Allarmi da Coldiretti e Confagricoltura: la vulnerabilità del “Made in Italy” agricolo
I recentissimi report di Coldiretti e Confagricoltura dipingono un quadro di crescente allerta. Per frutta e verdura, il problema è l’export. I paesi del Golfo e del Nord Africa rappresentano un mercato di sbocco fondamentale per molte eccellenze ortofrutticole italiane. Coldiretti ha stimato, ad esempio, un valore delle esportazioni agroalimentari italiane nell’area Mena (Middle East and North Africa) in costante crescita negli anni pre-bellici, superando in alcuni comparti il miliardo di euro annuo. La frutta fresca, in particolare mele, pere e kiwi, insieme agli ortaggi, costituisce una parte preponderante di questo interscambio. Confagricoltura sottolinea come l’instabilità politica ed economica di questi Paesi possa ridurre la domanda interna e la capacità di spesa, oltre a rendere più difficile e costoso per i nostri produttori garantire la continuità delle forniture. Le aziende agricole italiane, spesso di piccole e medie dimensioni, sono particolarmente vulnerabili a queste fluttuazioni in termini di prezzi, logistica e tempi di incasso.
Il caso studio delle mele: eccellenze minacciate e la sfida dell’export premium
Tra i comparti agricoli più esposti c’è quello frutticolo, in particolare il mercato delle mele, di cui l’Italia è il secondo esportatore al mondo. Secondo i dati di Confagricoltura, il Medio Oriente rappresenta uno sbocco commerciale fondamentale: l’Arabia Saudita importa circa 187.000 tonnellate di mele, mentre gli Emirati Arabi arrivano a 225.000 tonnellate. A questi valori si aggiungono le 103.000 tonnellate in Iraq, 30.000 in Kuwait e 26.000 in Qatar. Per comprendere appieno l’impatto di queste dinamiche, permettetemi uno sguardo particolare a un prodotto a me molto caro: le mele cuneesi. Cuneo è uno dei distretti melicoli più importanti d’Italia, con una produzione di eccellenza che lo colloca tra i leader europei. Gran parte di questa produzione è destinata all’export, e i mercati mediorientali, in particolare Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, rappresentano destinazioni cruciali. Qui entra in gioco un’eccellenza come la mela Ambrosia. Questa varietà, dal colore dorato-rosato, polpa croccante e sapore dolce-aromatico, è considerata un prodotto premium, una vera ambasciatrice del “Made in Italy” di alta gamma nel settore ortofrutticolo. Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, con la loro clientela esigente e ad alto potere d’acquisto, sono un mercato di riferimento per le Ambrosia, tanto che esse vengono spesso spedite anche per via aerea per garantirne la massima freschezza e un arrivo rapido sugli scaffali dei supermercati e nelle cucine dei ristoranti più esclusivi.
Recentemente, Cia (Confederazione Italiana Agricoltori) Cuneo ha messo in luce le preoccupazioni concrete dei produttori. evidenziando come l’instabilità nell’area medio-orientale abbia già generato incertezze negli ordini, ritardi nei pagamenti e un aumento esponenziale dei costi di spedizione. Molte spedizioni vengono dirottate circumnavigando l’Africa. Ma allungare il viaggio di quasi venti giorni non solo comporta un forte aggravio dei costi, ma anche espone merce deperibile al rischio di andare incontro a marciumi. Per prodotti come l’Ambrosia, dove il fattore tempo è ancora più critico, il rincaro del trasporto aereo, anch’esso peraltro scombussolato dalla crisi, è vertiginoso. Un chilogrammo di mele che viaggia via cargo può vedere i suoi costi logistici triplicare in poche settimane a causa del caro-carburante, dell’aumento delle tariffe assicurative e della ridotta disponibilità di voli per determinate rotte. Questo erode drammaticamente i margini di profitto già esigui e rende la nostra mela, per quanto pregiata, meno competitiva rispetto ad alternative locali o di produttori che non subiscono gli stessi costi di trasporto o rischi geopolitici. La qualità eccellente delle mele cuneesi (e italiane in generale), frutto di anni di investimenti e innovazione, rischia di non bastare se la strada per i mercati esteri diventa troppo ardua o costosa, mettendo a rischio il posizionamento strategico di prodotti di nicchia e di alto valore.
Conclusioni e prospettive future
Le guerre, vicine o lontane, ci ricordano che l’agricoltura, pilastro di ogni società, è intrinsecamente legata alla stabilità geopolitica. Per l’Italia, nazione vocata all’export agroalimentare, la sfida è duplice: da un lato, rafforzare la resilienza delle proprie filiere e diversificare i mercati di sbocco, esplorando nuove opportunità in Asia o nelle Americhe; dall’altro, continuare a investire in innovazione e sostenibilità per mantenere un vantaggio competitivo. Il “Made in Italy” agricolo è un brand potente, ma la sua sopravvivenza e prosperità dipendono sempre più dalla capacità di navigare in un mare globale sempre più tempestoso. La guerra in Ucraina e le tensioni in Medio Oriente non sono solo tragedie umane, ma severe lezioni sulla necessità di strategie lungimiranti per l’intero settore agroalimentare. © RIPRODUZIONE RISERVATA
