Può un genio come Armani influenzare la didattica scientifica? Per una fitopatologa di fama internazionale è avvenuto. Ce lo racconta qui Maria Lodovica Gullino, il giorno dopo i funerali del grande stilista in forma strettamente privata svolti ieri a Rivalta di Gazzola (Piacenza). «Giorgio Armani l’ho sempre così tanto apprezzato da citarlo nelle lezioni universitarie per raccontare ai miei studenti la peculiarità dell’agricoltura biologica. L’agricoltura biologica non è per tutti: da un lato richiede climi, suoli e ambienti adatti (non si può fare agricoltura biologica in suoli inquinati e/o vicino ad una autostrada!), dall’altro, producendo di meno, porta a prodotti con costi più elevati, non accessibili a tutti. Proprio come un abito di Armani». Poi, i veri maestri lasciano il segno e, dopo una sua sfilata, annota la professoressa Gullino, «case di moda più popolari traggono spunti e idee che ripropongono in abiti che hanno costi più accessibili». Anche nei laboratori di ricerca avviene spesso così
◆ L’articolo di MARIA LODOVICA GULLINO
► Cosa c’entra un fitopatologo, o, meglio, una fitopatologa con Giorgio Armani? Non l’ho mai conosciuto né incontrato né, per ovvie ragioni, ho mai partecipato a una sua sfilata. Eppure Giorgio Armani ha avuto una grande importanza nella mia vita. Alla fine degli anni 1970 ero una giovane borsista, piuttosto squattrinata. I miei sudati risparmi li spendevo a Torino, da Sem e, in casi eccezionali, a Milano da Fiorucci. Gli accessori, molto colorati, e non certo classici, erano di Avant de Dormir. Il risultato era che mia madre, donna molto elegante che vestiva abiti di sartoria, non approvava in silenzio e mio padre, quando mi incontrava in consessi pubblici (Accademie, per lo più) fingeva di non conoscermi. Il professore con cui lavoravo, nei viaggi di lavoro, osservava con malcelato disgusto il mio valigino tipo 24 ore di cartone plastificato a righe lilla e viola, che faceva pendant con quaderno e penna, arrivando a propormi di cedermi una delle sue tante 24 ore in pelle che riceveva in regalo. Offerta ovviamente rifiutata.

Il primo cambiamento avvenne quando la mia amica Laura mi propose di andare insieme a Chieri, allo spaccio del Gruppo Finanziario Tessile (Gft). Lì, in mezzo a capi belli e al tempo stesso accessibili, riaffiorò il gusto per l’eleganza che non poteva non esserci nel mio Dna. Il primo pezzo che acquistai fu una giacca azzurro intenso della linea donna Mani, di Armani. Seguirono, nel tempo, pezzi di Ferrè e di Krizia. Pochi, ma buoni. Era tutto ciò che potevo permettermi, a quei tempi. Un secondo momento di svolta fu quando, nel 1980, seppi che avrei tenuto la mia prima presentazione (a dire il vero le presentazioni erano due) a un Congresso internazionale. Il mio capo aveva infatti deciso che l’esordio avrebbe dovuto svolgersi direttamente in inglese. Io ero felice e comunicai la bella notizia a quella che fu la mia prima mentore, Jole Ceruti Scurti. Che mi chiese: «Cosa si mette?». Questa domanda, fatta da una persona così seria e rigorosa, mi stupì molto. La Scurti aggiunse: «Si ricordi che lei rappresenta la sua Università e il suo Paese!».
Tornai a casa dall’Orto Botanico percorrendo di corsa il Valentino, diedi una controllata ai miei risparmi e decisi di investirli in una giacca Armani. Non mi piacevano a quei tempi, lo confesso, le boutique bene torinesi, dove commesse ignorantelle e con la puzza sotto il naso ti squadravano con sufficienza se non eri una “madamin”. Per fortuna viaggiavo molto e a Roma comprai una giacca bellissima blu Armani. Ricordo l’emozione nell’indossarla: subito mi fece sentire protetta, dandomi un senso di sicurezza. Descrissi il mio acquisto a mia madre; oggi con i telefonini sarebbe stato più semplice. Al primo viaggio a Saluzzo mia madre mi fece trovare sul letto una sua gonna e due bellissime camicie, perfette per essere indossate con la giacca blu Armani.
A Patrasso tutto andò a meraviglia: l’argomento della mia lecture era molto interessante e io, di fronte ai grandi nomi della mia disciplina, mi sentivo sicura e a mio agio. Quella giacca Armani divenne il pezzo forte dei miei viaggi e congressi internazionali. Devo dire che in quegli anni il mondo scientifico che frequentavo era prettamente maschile. E i colleghi maschi notano, talora, l’eleganza, ma per fortuna non ricordano di avere già visto lo stesso capo! I miei anni 1980 furono molto americani e lì riuscii ad acquistare, scoprendo gli outlet, i primi abiti di una Donna Karan ancora poco conosciuta. E poi tante camicie di Ralph Lauren! Un altro momento magico fu quando, a inizio anni 1990, andai a Cuneo per presentare a una Fondazione bancaria locale un progetto sulla didattica a cui tenevo molto. Il Presidente ne fu entusiasta e non solo finanziò il progetto, ma triplicò la cifra che io avevo richiesto. Una cosa così non mi capitò mai più nella vita e, con il senno di poi, feci bene a festeggiare subito. Non so come attraversai la strada (per fortuna i cuneesi sono guidatori prudenti e cortesi) ritrovandomi nella boutique di fronte: questa volta, forte di un maggiore benessere, mi regalai un giaccone Emporio Armani, beige con collo di volpe, che porto ancora oggi. E l’acquisto di un bel capo Armani in occasioni speciali (un premio, un progetto particolarmente significativo, un momento speciale) è diventato per me una tradizione.

I suoi capi eleganti e perfetti, certamente frutto della conoscenza dell’anatomia, quelle spalle larghe che oggi tutti celebrano hanno dato tanta sicurezza alle donne normali della mia generazione che hanno dovuto farsi largo in mondi tipicamente maschili, senza quote rosa, ma solo a colpi, quando necessario, di eleganti spallate, verrebbe da dire. E io Giorgio Armani l’ho sempre così tanto apprezzato da citarlo nelle lezioni universitarie per raccontare ai miei studenti la peculiarità dell’agricoltura biologica. Spiegando loro che l’agricoltura biologica non è per tutti, perché da un lato richiede climi, suoli e ambienti adatti (non si può fare agricoltura biologica in suoli inquinati e/o vicino ad una autostrada!) e, dall’altro, producendo di meno, porta a prodotti con costi più elevati, non accessibili a tutti. Proprio come un abito di Armani. Speciale nel taglio e nei tessuti, che fa sognare, ma non può essere per tutti.
Ma, al tempo stesso, dopo una sfilata di Armani, anche case di moda più popolari traggono spunti e idee che poi ripropongono in abiti che hanno costi più accessibili. Lo stesso succede ad alcune tecniche utilizzate in agricoltura biologica (ad esempio prodotti innovativi per la difesa dai parassiti) che in seguito vengono adottate in agricoltura convenzionale. Un paragone forse azzardato, certamente inusuale, che un collega maschio non si sarebbe mai sognato di utilizzare. Ma che si lega alla sostenibilità sempre praticata da Giorgio Armani, nella scelta dei tessuti, nel produrre capi che durano una vita, rivoluzionando la moda ed educando al gusto generazioni di persone. La sua eredità non è, infatti, solo tessuti e tagli perfetti, ma un’intramontabile visione che invita a coltivare un gusto raffinato e una consapevolezza del mondo, proprio come un campo ben curato. Ecco perché anche una semplice fitopatologa deve molto al genio di Giorgio Armani. © RIPRODUZIONE RISERVATA
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