Se comprendiamo come il nostro cervello costruisce la quotidianità, diventa più efficace intervenire sul comportamento e sul contesto, interrompendo gli stimoli associati alle vecchie abitudini e introducendo una maggiore o minore “frizione” tra noi e un comportamento problematico. Rivedere gli automatismi nei nostri comportamenti vale in particolare per due ambiti molto concreti: il rapporto con il cibo e la sedentarietà. Ciò che mettiamo abitualmente nel carrello e poi in tavola, le porzioni che ripetiamo senza interrogarci, il tempo trascorso seduti, l’ascensore preso per abitudine, i piccoli spostamenti che potremmo fare a piedi, il non dare troppo peso alla pubblicità. È proprio nella quotidianità che una scelta ripetuta può diventare una nuova consuetudine e migliorare la qualità della nostra salute prima che sia una malattia ad imporcela
◆ L’analisi di VITO AMENDOLARA
► Il rientro dalle ferie ha qualcosa di particolare. Riprendono lavoro, orari e impegni; cambiano i ritmi della giornata. È il momento in cui promettiamo di mangiare meglio, camminare di più, dormire prima. Poi arriva ottobre e spesso tutto torna come prima. Forse il problema non è la volontà: sopravvalutiamo quanto decidiamo consapevolmente ciò che facciamo ogni giorno. Una ricerca pubblicata nel 2025 su Psychology & Health da Amanda Rebar, Grace Vincent, Katya Kovac Le Cornu e Benjamin Gardner ha seguito 105 persone, interrogandole sei volte al giorno per una settimana. Il 65% dei comportamenti osservati risultava avviato abitualmente e l’88% eseguito in maniera abituale. Nel primo caso è l’abitudine che innesca l’azione; nel secondo riguarda il modo automatico con cui la portiamo avanti. Non significa che viviamo come automi: nello stesso studio il 76% delle azioni era coerente con le intenzioni. Significa però che una parte importante della quotidianità viene affidata ad automatismi. Wendy Wood e Dennis Rünger descrivono le abitudini come associazioni che si consolidano ripetendo uno stesso comportamento in contesti ricorrenti: ciò che ripetiamo abbastanza a lungo può richiedere sempre meno deliberazione cosciente.
Ed è qui che settembre diventa interessante, perché il ritorno dalle vacanze modifica orari, luoghi, impegni e sequenze della giornata, e quando cambia il contesto alcuni automatismi perdono parte della forza degli stimoli che normalmente li attivano. Una recente analisi di Wendy Wood sottolinea che modificare soltanto le intenzioni spesso incide poco sulle abitudini consolidate; può essere più efficace intervenire sul comportamento e sul contesto, interrompendo gli stimoli associati alle vecchie abitudini e introducendo una maggiore o minore “frizione” tra noi e un comportamento. C’è poi il “fresh start effect”, l’effetto del nuovo inizio. Hengchen Dai, Katherine Milkman e Jason Riis hanno osservato che alcuni confini temporali – l’inizio della settimana, del mese, dell’anno o di un nuovo periodo – possono aumentare la propensione a perseguire obiettivi personali. Settembre può essere letto così: non il mese dei sacrifici, ma un possibile punto di discontinuità.
Può essere più efficace scegliere un comportamento piccolo e ripetibile e legarlo a un momento preciso. “Farò più attività fisica” lascia tutto alla decisione del momento; “dopo pranzo cammino dieci minuti” associa invece l’azione a un segnale che esiste già. È ciò che gli psicologi chiamano implementation intention. Lo stesso vale per il cibo. “Devo mangiare meglio” è un’intenzione; predisporre gli alimenti che vogliamo consumare più spesso e rendere meno disponibili quelli che vogliamo limitare modifica l’ambiente nel quale scegliamo. È la logica della frizione: rendere più semplice ciò che vogliamo fare e meno semplice ciò che vorremmo evitare, senza affidare tutto alla forza di volontà. Ed è proprio qui che il “sano egoismo” smette di essere una formula e può diventare una pratica quotidiana, cambiando abitudini e intervenendo su quei comportamenti ripetuti quasi senza pensarci che, sommati giorno dopo giorno, finiscono per incidere sulla qualità della nostra vita.
Questo vale in modo particolare per due ambiti molto concreti: il rapporto con il cibo e la sedentarietà, non si tratta di inseguire la dieta del momento o di trasformarsi improvvisamente in sportivi ma riconoscere gli automatismi: ciò che mettiamo abitualmente nel carrello e poi in tavola, le porzioni che ripetiamo senza interrogarci, il tempo trascorso seduti, l’ascensore preso per abitudine, i piccoli spostamenti che potremmo fare a piedi, il non dare troppo peso alla pubblicità. È proprio nella quotidianità che una scelta ripetuta può diventare una nuova consuetudine. Mangiare in modo più equilibrato e mediterraneo o interrompere più spesso la sedentarietà non dovrebbero allora essere vissuti come prescrizioni da aggiungere alla giornata, ma come comportamenti da rendere progressivamente normali. È questa la differenza tra il buon proposito e l’abitudine: il primo richiede continuamente volontà; la seconda, quando si consolida, comincia a lavorare in nostro favore.
Il sano egoismo, allora, non significa mettersi al centro ignorando gli altri, ma dedicare attenzione alla propria salute prima che sia una malattia ad imporcela (prevenzione primaria). E forse il modo più concreto per farlo non è chiedersi quante cose dobbiamo cambiare, ma quale piccola abitudine siamo disposti a modificare e ripetere abbastanza a lungo da farla diventare parte della nostra vita. Settembre offre un confine e la ricerca ci suggerisce come utilizzarlo. Non servono grandi promesse: può bastare cominciare dal cibo che scegliamo ogni giorno e dal tempo che sottraiamo alla sedia per restituirlo al movimento. Due comportamenti apparentemente ordinari che, proprio perché quotidiani, possono incidere profondamente sul nostro benessere. Migliorare la qualità della vita, in fondo, significa anche questo: trasformare la cura di sé da eccezione a consuetudine. Un sano egoismo praticato, non proclamato.
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Fonti essenziali
Rebar AL, Vincent G, Kovac Le Cornu K, Gardner B., How habitual is everyday life? Psychology & Health, 2025 / Wood W, Rünger D., Psychology of Habit. Annual Review of Psychology, 2016;67:289–314 / Dai H, Milkman KL, Riis J., The Fresh Start Effect: Temporal Landmarks Motivate Aspirational Behavior. Management Science, 2014;60(10):2563–2582.
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