Mai come in questi ultimi anni il cibo è al centro della conversazione pubblica, eppure l’abbondanza di informazioni anziché accrescere la conoscenza, rischia di alimentare confusione e disorientamento. La velocità dei social e il potere dei like finiscono spesso per mettere sullo stesso piano competenze, opinioni personali, mode e slogan corroborati dalla pubblicità spesso ingannevole. Per creare gli strumenti culturali affinché ciascuno sappia distinguere un’informazione fondata da una suggestione, una conoscenza da una tendenza del momento, il giornalismo può svolgere un ruolo decisivo. Senza sostituirsi agli specialisti e neppure trasformarsi in un dispensatore di diete e prescrizioni. La cultura del cibo dovrebbe entrare con naturalezza nei diversi ambiti dell’informazione: quando si parla di famiglie, di territorio e produzioni agricole, di prezzi e consumi, di scuola, di turismo, di ristorazione, di ambiente o di prevenzione primaria. Raccontare il cibo, significa raccontare il modo in cui vogliamo vivere e la buona informazione può aiutarci a trasformare la consapevolezza in cultura quotidiana
◆ L’analisi di VITO AMENDOLARA
► Per anni un pezzo importante nel racconto del cibo ha oscillato tra due estremi: da una parte il desiderio, alimentato da ristoranti esclusivi, ingredienti ricercati ed esperienze da inseguire; dall’altra l’allarme, con alimenti che di volta in volta diventano nemici da evitare alimentando la moda dei prodotti “senza”. Il risultato è che, tra sogno e paura, si rischia di perdere proprio ciò che più serve alle persone: la capacità di orientarsi. Non è retorica, ma mai come in questi ultimi anni il cibo è al centro della conversazione pubblica, eppure l’abbondanza di informazioni anziché accrescere la conoscenza, rischia di alimentare confusione e disorientamento, perché oggi, quando si parla di cibo, le voci si moltiplicano: nutrizionisti e medici, chef e gastronomi, ma anche influencer, tiktoker, personaggi dello spettacolo e comunicatori improvvisati. Mai abbiamo avuto tante informazioni a disposizione.
La velocità dei social e il potere dei like finiscono spesso per mettere sullo stesso piano competenze, opinioni personali, mode e slogan corroborati dalla pubblicità spesso ingannevole. Il problema non è impedire a qualcuno di parlare di alimentazione, ma creare gli strumenti culturali perché ciascuno sappia distinguere un’informazione fondata da una suggestione, una conoscenza da una tendenza del momento. In questo il giornalismo può svolgere un ruolo decisivo, senza sostituirsi agli specialisti e neppure trasformarsi in un dispensatore di diete e prescrizioni. Può fare qualcosa di diverso e forse di più importante: “tradurre” le conoscenze, dare loro contesto, collegarle alla vita reale e trasformarle progressivamente in cultura diffusa. Il cibo, infatti, non appartiene soltanto alla medicina o alla gastronomia, esso attraversa la salute, l’ambiente, l’economia, l’agricoltura, il turismo, la scuola, la famiglia, la ristorazione, la convivialità e, in definitiva, la nostra quotidianità.
Per tutte queste ragioni sarebbe riduttivo lasciare il racconto dell’alimentazione soltanto alle pagine specialistiche. La cultura del cibo dovrebbe entrare con naturalezza nei diversi ambiti dell’informazione: quando si parla di famiglie, di territorio e produzioni agricole, di prezzi e consumi, di scuola, di turismo, di ristorazione, di ambiente o di prevenzione primaria (quando se ne parla). Scegliere un alimento al supermercato, decidere cosa cucinare, ordinare un piatto al ristorante o preparare la merenda di un bambino sono gesti apparentemente semplici, ma ripetuti ogni giorno costruiscono il nostro stile di vita, e le scelte in tale direzione non possono essere delegate ad improbabili App costruite dagli algoritmi. La questione più difficile, tuttavia, è cambiare le abitudini. Con le dovute proporzioni, torna alla mente il mito della caverna di Platone: ciò che conosciamo, anche quando non è necessariamente la scelta migliore, ci appare rassicurante perché è familiare. Uscire dalla caverna significa modificare il punto di vista, confrontarsi con qualcosa di nuovo e abbandonare automatismi consolidati.
Non basta quindi dire alle persone ciò che fa bene o ciò che fa male occorre farne comprendere il senso. È qui che un giornalismo chiaro, continuo e a tutto tondo può produrre un cambiamento culturale. Se il rapporto tra cibo, movimento, salute, ambiente e qualità della vita viene raccontato non soltanto in occasione dell’ultima ricerca scientifica o dell’ennesima polemica social, ma diventa parte stabile della narrazione quotidiana, può nascere nel tempo un sentiment collettivo diverso: una sensibilità condivisa verso un nuovo modo di intendere il benessere. Non si tratta di costruire una società ossessionata dalla salute, perché il vivere bene non può diventare un’altra fonte di stress, fatta di divieti, conteggi, rinunce e sensi di colpa; il punto è esattamente l’opposto: si tratta di rendere la scelta salutare progressivamente più semplice, spontanea e naturale. Mangiare bene, muoversi, scegliere con maggiore consapevolezza un prodotto o un ristorante, dedicare tempo alla convivialità non dovrebbero essere percepiti come sacrifici imposti da uno “stile di vita sano”, ma come componenti normali della vita.
È questa forse la vera sfida: trasformare la prevenzione, in particolare quella primaria, da prescrizione a cultura. Nessuno vive pensando continuamente alle ragioni per cui si lava i denti o allaccia la cintura di sicurezza; sono comportamenti entrati nella normalità perché nel tempo ne abbiamo compreso e condiviso l’utilità, l’importanza e la necessità. Anche il rapporto con il cibo e con il benessere può seguire un percorso simile, se intorno ad esso si costruisce una consapevolezza collettiva sufficientemente forte. Il giornalismo può svolgere un ruolo decisivo perché parla a tutti e può mettere in relazione competenze e linguaggi diversi senza aggiungere un’altra voce al rumore di fondo, ma, soprattutto, può trasformare la conoscenza in un linguaggio capace di entrare nella vita quotidiana, consolidando gesti naturali e consapevoli, senza trasformare il benessere in un insieme di obblighi e rinunce. Raccontare il cibo, significa raccontare il modo in cui vogliamo vivere e la buona informazione può aiutarci a trasformare la consapevolezza in cultura quotidiana rendendo naturale il vivere in salute. Vivere in salute è una scelta che diventa abitudine.
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