L’Italia può arrivare a un sistema energetico interamente rinnovabile e a emissioni zero nel 2045, cinque anni prima dell’obiettivo europeo. È la tesi di uno studio di prossima pubblicazione firmato da Aurelio Angelini e Federico Maria Butera. “Una tesi, non un’ipotesi”, scrivono gli autori nell’introduzione del libro che abbiamo letto in anteprima: «La tesi è netta. Integrando correttamente le fonti rinnovabili, consumando meglio, elettrificando tutti gli usi oggi alimentati da combustibili fossili e ricorrendo all’idrogeno verde nei contesti complessi, l’Italia può completare in meno di due decenni la conversione a un sistema energetico interamente rinnovabile». Lo studio non è un manifesto contro una tecnologia né un esercizio di ottimismo tecnologico. È un’argomentazione che intreccia dati fisici, economici, sociali e istituzionali, verificabile passo per passo. I due autori argomentano, inoltre, perché il nuovo nucleare non è necessario e, soprattutto, «non arriverebbe in tempo»: dovrebbe ripartire da zero, costruendo filiera, competenze, autorità di controllo e consenso

◆ L’articolo di IGOR STAGLIANÒ
► C’è un modo di parlare della transizione energetica che la condanna in partenza: presentarla come un auspicio, uno scenario tra i tanti, una speranza da affidare alla buona volontà dei governi. La ricerca che Aurelio Angelini e Federico Maria Butera stanno per pubblicare, Energia 100% rinnovabile. Strategie politiche, economiche, sociali e governance, rovescia questa impostazione fin dal titolo della sua introduzione: “Una tesi, non un’ipotesi”. La tesi è netta. Integrando correttamente le fonti rinnovabili, consumando meglio, elettrificando tutti gli usi oggi alimentati da combustibili fossili e ricorrendo all’idrogeno verde nei contesti complessi, l’Italia può completare in meno di due decenni la conversione a un sistema energetico interamente rinnovabile. Può farlo entro il 2045, anticipando di cinque anni l’obiettivo europeo di neutralità climatica.
Non una speranza, ma una conclusione
Gli studiosi lo sostengono senza giri di parole: il 100% rinnovabile al 2045 “non è una speranza, non è uno scenario fra i tanti possibili: è la conclusione a cui conduce, con rigore, l’insieme delle evidenze disponibili”. Non è un manifesto contro una tecnologia né un esercizio di ottimismo tecnologico. È un’argomentazione che intreccia dati fisici, economici, sociali e istituzionali, verificabile passo per passo. Il punto di partenza è misurato con precisione. Nel 2025 le rinnovabili hanno coperto il 41% del consumo elettrico nazionale, con 132,3 TWh prodotti. Solare ed eolico hanno raggiunto i 57 GW installati, contro i 107 GW che il Pniec fissa al 2030. Il divario, circa 50 GW in cinque anni, non viene né minimizzato né drammatizzato: è la misura esatta dello sforzo da compiere, non un giudizio sulla fattibilità. Il dato più solido viene dal confronto con la letteratura. Otto studi indipendenti sul sistema energetico italiano convergono sugli stessi ordini di grandezza: 300-400 GW di capacità rinnovabile complessiva, di cui 180-220 GW di fotovoltaico e 90-130 GW di eolico, con 150-600 GWh di batterie. Il disaccordo tra gli scenari, osservano i ricercatori, riguarda la flessibilità, non la fattibilità. E la definizione di successo è rigorosa: copertura rinnovabile del consumo finale su base annua, ma con un controllo orario dell’adeguatezza del sistema, senza contabilità di comodo.
Prima consumare meglio, poi produrre
Il primo principio dello studio è un rovesciamento di prospettiva: prima si riduce la domanda, poi si dimensiona l’offerta. Edifici riqualificati partendo dall’involucro, processi industriali efficienti, mobilità collettiva, economia circolare. Eliminare gli sprechi, insistono Angelini e Butera, non significa comprimere il benessere: la domanda di energia è anche una scelta politica. Su questa base si costruisce un’offerta integrata, non una somma di impianti. Il fotovoltaico può arrivare a 200 GW quasi senza consumare suolo agricolo, sfruttando tetti, facciate, parcheggi, aree industriali, infrastrutture di trasporto, cave e discariche chiuse, bacini artificiali. Il programma “Tetti Solari Italia” parte da scuole, ospedali e case popolari. L’eolico cresce con il repowering dei siti esistenti e con l’offshore galleggiante. L’agrivoltaico deve sostenere davvero l’agricoltura.
Elettrificare tutto, l’idrogeno dove serve
Il secondo pilastro è l’elettrificazione di tutte le fonti emissive. Pompe di calore al posto delle caldaie, veicoli elettrici e ferro al posto di gasolio e benzina, forni elettrici nell’industria. Non è solo un cambio di vettore: pompe di calore e motori elettrici moltiplicano l’efficienza, e per questo studio distingue con cura tra energia utile, finale e primaria. L’idrogeno verde ha un ruolo preciso, non universale. È riservato agli usi difficili da elettrificare: l’acciaio a riduzione diretta, la chimica che oggi consuma mezzo milione di tonnellate l’anno di idrogeno grigio, l’accumulo stagionale, insieme a e-fuel mirati per aviazione e navigazione. Sulla cattura e lo stoccaggio della CO₂ gli autori sono prudenti: i 75 progetti operativi nel mondo catturano meno dello 0,2% delle emissioni fossili.
La flessibilità è un portafoglio
L’obiezione classica alle rinnovabili è la variabilità: il sole tramonta, il vento cala. La risposta della ricerca è forse il suo contributo più originale. La flessibilità non coincide con le batterie: è un portafoglio di strumenti, ciascuno adatto a un servizio e a una durata. Per i secondi e i minuti servono batterie, inverter avanzati e risposta della domanda. Per spostare il solare alla sera, batterie, vehicle-to-grid (le auto elettriche che restituiscono energia alla rete), accumuli termici e domanda modulabile. Per giorni e settimane di bassa produzione, pompaggi idroelettrici, reti interconnesse e carichi industriali flessibili. Per gli squilibri stagionali, idrogeno ed e-fuel mirati. Il tutto è tenuto insieme da reti digitali. Lo studio segnala un dato poco noto: sotto le 450.000 cabine secondarie italiane, due milioni di piccoli impianti condividono già circa 30 TWh di energia. La proposta è riconoscerli come comunità energetiche di fatto. Il Piano segue la via indicata da Rse (Ricerca Sistema Energetico Spa, controllata dal Gestore dei servizi energetici vigilata dal ministero dell’Economia e delle Finanze), senza nucleare né Ccs (Cattura e il confinamento geologico della CO₂), con 7–10 GW di nuovi pompaggi e una sovrapproduzione limitata a 2-7 TWh.
Perché il nucleare non serve
In questo quadro il nuovo nucleare non è necessario, e soprattutto non arriverebbe in tempo. Il problema, per Angelini e Butera, non è ideologico ma di calendario e di costi. Le tecnologie rinnovabili e gli strumenti di flessibilità sono già dispiegabili oggi; un programma nucleare italiano dovrebbe ripartire da zero, costruendo filiera, competenze, autorità di controllo e consenso. L’esperienza europea è eloquente. Il reattore Epr di Flamanville, avviato nel 2007 con un preventivo di 3,3 miliardi e cinque anni di lavori, è stato collegato alla rete solo nel dicembre 2024, a un costo superiore ai 13 miliardi. Olkiluoto 3, in Finlandia, è entrato in esercizio con quattordici anni di ritardo e un costo salito da 3 a circa 11 miliardi. Hinkley Point C, nel Regno Unito, supera ormai i 40 miliardi di sterline. Mentre il costo del fotovoltaico è sceso dell’80-90% in un decennio, quello del nuovo nucleare è cresciuto. I piccoli reattori modulari restano, per gli autori, promesse ancora da dimostrare su scala commerciale. C’è poi l’eredità italiana. Lo smantellamento delle quattro centrali chiuse dopo il referendum del 1987 costa circa 20 miliardi di euro ed è ancora in corso dopo trentacinque anni, mentre il deposito nazionale delle scorie non ha ancora un sito. E l’uranio non garantisce indipendenza: nel 2020 la Russia deteneva il 46% della capacità mondiale di arricchimento. Il sole e il vento, invece, non si importano.
Il vero vincolo è istituzionale
Se le tecnologie sono mature e le risorse ci sono, che cosa manca? La risposta di Angelini e Butera è netta: il vincolo è istituzionale. Per questo un’ampia parte del libro è dedicata alla governance.
Primo, autorizzazioni certe: una decisione motivata entro dodici mesi, con sportello unico digitale, registro nazionale dei progetti e assunzioni tecniche straordinarie per i piccoli Comuni, ma senza silenzio-assenso in materia ambientale. - Secondo, partecipazione: coinvolgere le comunità quando le alternative sono ancora aperte, con benefici locali che non comprino il consenso.
- Terzo, missioni pubbliche verificabili per Enel ed Eni, partecipate dallo Stato: reti pronte per il 2045 e connessioni rapide per la prima, stop a nuove esplorazioni e competenze su eolico galleggiante, geotermia e idrogeno verde per la seconda.
- Quarto, un fondo nazionale alimentato da fonti coerenti: riforma dei sussidi ambientalmente dannosi, ricavi Ets destinati a edifici, reti, trasporto pubblico e famiglie vulnerabili, green bond. Gli investimenti, stimati da Lorenzo Mario Pastore e Livio de Santoli (dell’Università La Sapienza di Roma) in circa 1.200 miliardi tra il 2025 e il 2050 (2,3% del Pil l’anno), sono inferiori al costo di continuare a importare fossili.
- Infine, una legge quadro «Italia 2045» con obiettivi al 2030, 2035, 2040 e 2045, un consiglio scientifico indipendente e un meccanismo di correzione automatica: dopo due anni fuori traiettoria scatta un pacchetto correttivo già finanziato. Un semaforo pubblico rende visibile a tutti lo stato di attuazione.

Ragioni per un ottimismo fondato
Il Piano procede in tre fasi: sbloccare e accelerare (2027–2029), scalare ed elettrificare (2030–2035), completare e rendere resiliente il sistema (2036–2045). Ogni fase ha un risultato da verificare prima di passare alla successiva, e la verifica stessa è parte del metodo. L’ottimismo che ne deriva non è un atto di fede. Nasce dalla convergenza degli studi, dai costi in calo delle tecnologie, dai benefici per salute, lavoro e bollette, e dal costo crescente dell’inazione, che per l’Italia è ormai un rischio per la stessa finanza pubblica. Il messaggio di Angelini e Butera è semplice: la strada c’è ed è documentata. Se il Paese adotterà questa strategia, l’Italia del 2045 potrà avere aria più pulita, energia più economica e sicura, un Mezzogiorno centro produttivo della transizione. E potrà offrire agli altri Paesi un esempio da imitare. © RIPRODUZIONE RISERVATA
