Il 4 novembre 1966 furono 20.000 gli edifici devastati dalle acque dell’Arno. L’arte non fu risparmiata: 1500 opere danneggiate, un milione di libri della Biblioteca Nazionale centrale finiti nel fango. «Giusto sessant’anni fa io non ero ancora un giornalista dell’Ansa. Non ero ancora nemmeno giornalista. Ero solo uno studente di 17 anni e frequentavo la terza classe del Liceo classico Terenzio Mamiani di Roma», ricorda qui Cesare Protettì. Diciassette anni, come Antonello Venditti, studente della terza liceo del Giulio Cesare: quella resa famosa dalle sue canzoni “Giulio Cesare” e “Notte prima degli esami”. «Venditti sfidò le resistenze di sua mamma (“una professoressa madre”) e andò a Firenze per rendersi utile. Io riuscii a rendermi utile al “Colosseo quadrato” dell’Eur». A Roma l’Ansa funzionava regolarmente, ma tutti gli uffici pubblici erano chiusi. Nei palazzi del governo le telescriventi erano ferme. «Lo Stato – denunciò Lepri, lo storico direttore dell’Ansa − ha le telescriventi spente. L’Ansa trasmette con un ponte radio militare, ma il governo continua a non sapere niente». Marcello Cambi, capo della redazione fotografica dell’Ansa, in viaggio di nozze a Cannes con la sua Laura, rientrò avventurosamente a Firenze per documentare quel disastro. Trovò la casa della moglie devastata dal fiume in piena. I regali di nozze erano finiti in Arno e non li vide nemmeno

L’infografica del “Corriere della Sera” sul livello raggiunto dall’acqua dell’Arno a Firenze il 4 novembre 1966

◆ Il racconto di CESARE A. PROTETTÍ

Primi interventi di pulitura dei libri alla Biblioteca Nazionale (Alinari-Raffaele Bencini)

► «A Firenze l’Arno cominciò a straripare qualche minuto prima delle cinque. Per tutta la notte Dante Nocentini, il capo della sede fiorentina dell’Ansa, era andato su e giù per i lungarni guardando l’acqua che continuava a salire. Poi si fermò in piazza Cavalleggeri: non poteva prevedere il momento, ma aveva scelto il punto giusto; al termine della piazza il marciapiedi del lungarno Acciaiuoli, che in quel tratto è più alto della strada, finisce con una scala, e il parapetto (la «spalletta», come si dice a Firenze) si abbassa di un metro rispetto al fiume. Fu là, proprio davanti al brutto edificio della Biblioteca nazionale, che l’Arno prese a tracimare. Il buio era ancora fitto». Comincia così, con l’asciuttezza che pretendeva da tutti i suoi giornalisti, il pezzo che Sergio Lepri, lo storico direttore dell’Ansa, scomparso a 102 anni, scrisse a ricordo della devastante alluvione di Firenze del 4 novembre 1966. Furono 20.000 gli edifici devastati dalle acque dell’Arno. L’arte non fu risparmiata: 1500 opere danneggiate, per non parlare del milione di libri della Biblioteca Nazionale centrale finiti nel fango. 

Il 4 novembre, giorno del 60.mo anniversario, saranno presentati a Firenze i risultati dei progetti della Biblioteca nazionale legati all’alluvione. Uno dei più importanti ha l’obiettivo di identificare e ricollocare le miscellanee – ovvero opuscoli, alcuni molto rari – che l’alluvione ha privato della loro segnatura, rendendole di fatto invisibili ai cataloghi. Il programma, biennale, è il cuore del progetto e risiede nella cooperazione anche con le scuole: un evidente richiamo allo spirito degli Angeli del fango. Era il 1966, giusto sessant’anni fa. Allora io non ero ancora un giornalista dell’Ansa. Anzi non ero ancora nemmeno giornalista. Ero solo uno studente di 17 anni, con tanti sogni, speranze e ambizioni e frequentavo la terza classe del Liceo classico Terenzio Mamiani di Roma. Diciassette anni, proprio come Antonello Venditti, studente della terza liceo del Giulio Cesare: quella resa famosa dalle sue canzoni “Giulio Cesare” e, senza citare la scuola, “Notte prima degli esami”.

Migliaia di Angeli del fango al lavoro per salvare libri e opere d’arte (le stime parlano di 12mila giovani)

Venditti sfidò le resistenze di sua mamma («una professoressa madre») e trovò modo di andare a Firenze per rendersi utile di fronte al disastro provocato dall’alluvione. Io non ci provai nemmeno, ma riuscii in qualche modo a rendermi utile. Lo prova un attestato di benemerenza che mia madre fece incorniciare e che conservo ancora. Reca la firma dell’allora ministro degli Interni, Paolo Emilio Taviani, che così ringrazia me e altre centinaia di ragazzi «per aver contribuito con opera generosa e volontaria al salvataggio dei documenti dell’Archivio di Stato di Firenze danneggiati dall’alluvione». Per dirla tutta non fu nulla di particolarmente eroico o pericoloso. Fummo tutti dotati di guanti e mascherine (come quelle del Covid) e il nostro compito era quello di infilare un foglio di carta assorbente tra le pagine di faldoni malridotti e maleodoranti che ci arrivavano sui carrelli spinti da altri ragazzi come noi lungo i corridoi di quello che i romani chiamano il Colosseo quadrato, cioè il Palazzo della Civiltà italiana all’Eur, quell’enorme parallelepipedo sormontato dalla famosa iscrizione: Un popolo di poeti, di artisti, di eroi/ di santi, di pensatori di scienziati/ di navigatori, di transmigratori. Parole tratte dal discorso pronunciato da Benito Mussolini in occasione della dichiarazione di guerra all’Etiopia.

Alluvione di Firenze, novembre 1966, Il Cristo di Cimabue deturpato dal fango

Dentro quella struttura, retaggio dell‘oscuro ventennio fascista, tremando dal freddo, tentammo di salvare qualche pezzo della nostra cultura e della nostra umanità. Quasi nulla, rispetto all’impegno dei nostri coetanei, arrivati da tutta Italia e anche dall’estero per dare una mano alla città messa in ginocchio dall’alluvione. Ragazzi come Antonello Venditti che dei suoi giorni come «angelo del fango» a Firenze ha raccontato poco. Era come se il fango − ha detto poi in una intervista – ci avesse sommerso un po’ tutti. Poche parole, «anche per non tradire un’esperienza insieme intima, dura e preziosa. Una scuola di civiltà, il senso di appartenere al mondo». Proprio come Venditti io non ho fotografie di quei giorni. «Non era quello – ha detto in una intervista − il senso di essere lì. Oggi, in tempi di selfie, sarebbe impensabile». E sono assolutamente d’accordo.

Quello che era successo il 4 novembre era inimmaginabile. Riporto ancora un brano di Sergio Lepri: «In meno di 12 ore Firenze venne invasa da 80 milioni di metri cubi d’acqua. Era il 4 novembre, un giorno festivo a quel tempo; era chiamato il “giorno della vittoria”, anniversario della vittoria dell’Italia contro l’Austria e della fine della prima guerra mondiale, il 4 novembre 1918. A Roma l’Ansa funzionava regolarmente, ma tutti gli uffici pubblici erano chiusi; chiusi i ministeri, chiusa la presidenza del Consiglio a Palazzo Chigi, chiuso anche il ministero degli Interni al Viminale; non c’era neppure un funzionario di servizio e le telescriventi dell’Ansa erano ferme; venivano spente la domenica e negli altri giorni di festa: «Sembra incredibile. Lo Stato – denunciò Lepri − ha le telescriventi spente. L’Ansa trasmette con un ponte radio militare, ma il governo continua a non sapere niente». Erano solo sessanta anni fa, «ma nessuno, nel Governo e nel Parlamento – osservò amaramente Lepri − aveva pensato che le responsabilità dei cosiddetti pubblici poteri non si esercitano soltanto nei giorni feriali». Su questo lato della comunicazione i veri eroi furono i tantissimi radioamatori. Gli angeli con la radio, come li ribattezzò qualcuno.

Ragazzi e ragazze sfangano nel centro di Firenze

A Firenze l’acqua arrivò fino a quasi cinque metri d’altezza e danneggiò il Cristo di Cimabue a Santa Croce, travolse le porte del Battistero, coprì di fango i preziosi volumi della Biblioteca nazionale. Furono almeno 1.500 le opere d’arte danneggiate, 30mila le auto travolte, 18mila le famiglie alluvionate e quattromila quelle rimaste senza un’abitazione: 35 i morti, 17 in città e 18 nella provincia. Di quel giorno conservo anche una tenera testimonianza di Marcello Cambi, allora capo della redazione fotografica dell’Ansa, appena sposato con la sua Laura. «La mia alluvione – scriveva Marcello – è iniziata davanti ad un giornalaio di Cannes dove io e Laura eravamo arrivati la sera prima nel nostro viaggio di nozze. Pioveva da tre giorni e non ero sorpreso di vedere sulle prime pagine dei quotidiani locali foto di strade invase dall’acqua. Ma sfogliando, il fiato sospeso, vedo scene di auto nel fango, accatastate l’una sull’altra, gente con l’acqua fino ai ginocchi. Ecco piazza d’Azeglio trasformata in un lago, Piazza S. Croce, l’Arno, le mie strade, le facce della mia Firenze. Ho un groppo alla gola. “Amore, dobbiamo partire subito. È successo”.... Laura è dal parrucchiere, si spaventa, vuol telefonare. Ci proviamo ma è inutile, le linee sono interrotte. Siamo sconvolti. Capisco solo che dobbiamo tornare subito». 

Alluvione di Firenze, novembre 1966, Piazza della Signoria sommersa da due metri di acqua e fango

In Liguria sostano in un bar e vedono la tv che trasmette immagini drammatiche dei lungarno fiorentini trasformati in fiumi. Cambi comincia un giro di telefonate con i numeri che sa a mente. Prova col suo amico Guido che abita sopra Firenze dove l’acqua non può essere arrivata. «Tornate, mi dice, è un disastro. L’acqua è calata, ma siamo sommersi dal fango. Tornate…». Arrivati a Firenze, anche nella concitata testimonianza di Marcello, compaiono gli “angeli del fango”: «Arriviamo a sera. Sui viali che circondano il centro un lungo corteo di giovani volontari, decine e decine, sistemati ai lati, ci fa strada, indicandoci i pochi tratti da dove possiamo passare. A casa di Laura, che sta a terreno, l’acqua è arrivata quasi al primo piano. Ha sfondato il portone, ha trascinato il grande armadio di camera, facendolo sprofondare nel pavimento… Mario, suo fratello, mi accompagna alla ricerca di un passaggio per arrivare a casa mia. Non so niente di mia sorella…». Più tardi la trova: sta in circolo con alcune donne, come durante una veglia, e ognuna racconta e ripete la paura, il terrore che provoca l’acqua che sale. «In queste giornate che non finiscono mai, i problemi sono enormi. Da domani dobbiamo trovare le case dove andare, dove riprendere a vivere. Io e Laura siamo ospiti di Neda e di Ivan, due amici che sono venuti a cercarci. Peccato, davvero un peccato, che i nostri regali di nozze, raccolti in una stanza, siano finiti in Arno. Io non li ho nemmeno visti». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista e saggista, è stato fino al gennaio 2016 il direttore delle testate del Master di Giornalismo dell’Università Lumsa di Roma, dopo essere stato per molti anni docente ai corsi per la preparazione all’esame di Stato organizzati dall’Ordine dei giornalisti a Fiuggi. E’ stato Caporedattore centrale dell’agenzia di stampa ApBiscom (ora Askanews) dopo una lunga carriera all’Ansa nel Servizio Diplomatico, al Politico e agli Interni. Autore di una decina di saggi e manuali, con Stefano Polli ha scritto E’ l’agenzia bellezza! (seconda edizione nel 2021), ha curato “Pezzi di Storia” (2021) ed è coautore del libro di Giovanni Giovannini Il Quaderno Nero, Settembre 1943-aprile 1945 (2004, Scheiwiller).