Sono state le condizioni sociali ed economiche a generare in Italia una situazione demografica esplosiva. E il cuore del problema è la questione femminile. Non si possono chiedere più figli alle donne senza creare le condizioni perché possano averli senza perdere lavoro, reddito, carriera e autonomia. Nidi insufficienti, assenza di servizi di cura, difficoltà abitativa, precarietà e mancata condivisione del lavoro familiare producono un evidente corto circuito: maternità e lavoro continuano troppo spesso a essere percepiti come alternative. La denatalità si combatte con una politica di libertà. Libertà per una donna di essere madre senza rinunciare al lavoro. Libertà per un giovane di costruire il proprio futuro senza dover emigrare. Libertà per una famiglia di vivere nel proprio territorio senza essere penalizzata dalla mancanza di servizi. E serve un Rapporto pubblico Pnrr-Mezzogiorno che dica, con dati verificabili, quanto è stato investito al Sud e quali risultati ha prodotto sull’occupazione, sui servizi, sulle infrastrutture, sulla condizione femminile e sulla capacità dei giovani di costruire il proprio futuro


◆ L’intervento di ALESSIO LATTUCA

C’è una domanda che ritorna quando si parla della crisi demografica italiana: davvero non avevamo visto arrivare la bomba demografica? La risposta è no. La vedevamo da anni. Conoscevamo il calo delle nascite, l’invecchiamento della popolazione, l’emigrazione dei giovani, la precarietà del lavoro e, soprattutto, il bassissimo tasso di occupazione femminile. Sapevamo anche che nel Mezzogiorno questi problemi assumevano dimensioni ancora più drammatiche. La questione demografica, dunque, non è arrivata all’improvviso. È il risultato di condizioni sociali ed economiche che la politica conosceva. E il cuore del problema è la questione femminile. Non si possono chiedere più figli alle donne senza creare le condizioni perché possano averli senza perdere lavoro, reddito, carriera e autonomia. Nidi insufficienti, assenza di servizi di cura, difficoltà abitativa, precarietà e mancata condivisione del lavoro familiare producono un evidente corto circuito: maternità e lavoro continuano troppo spesso a essere percepiti come alternative.

Il Pnrr avrebbe potuto cambiare questa situazione. Con Next Generation Eu l’Europa ha compiuto una scelta storica, mettendo in comune risorse straordinarie per affrontare le conseguenze della pandemia e ridurre le disuguaglianze. L’Italia ne è stata il principale beneficiario proprio perché presentava fragilità strutturali profonde. E il Mezzogiorno concentrava gran parte di quelle fragilità. È importante però essere precisi sul tema del 70% e del 40%: il 70% non era una quota obbligatoria imposta dall’Europa per il Sud, ma una richiesta politica avanzata dalla Rete dei 500 sindaci del Recovery Sud, dall’Osservatorio sul Piano di Rilancio e Mezzogiorno e dal Movimento 24 Agosto. Il Governo ha fissato invece al 40% la quota minima delle risorse territorializzabili destinata al Mezzogiorno.

La vera domanda, tuttavia, è un’altra: quel 40% è stato sufficiente a ridurre concretamente i divari territoriali? E soprattutto: quanto di quelle risorse è stato realmente trasformato in sviluppo? Non basta sapere quanto è stato assegnato. Bisogna sapere quanto è stato impegnato, pagato e soprattutto quanto è diventato infrastrutture, servizi, lavoro e opportunità. La prova sono le donne. Il Pnrr aveva individuato l’occupazione femminile e giovanile tra le grandi fragilità italiane. Aveva previsto investimenti nei servizi per l’infanzia e nella conciliazione tra vita e lavoro. Gli asili nido sono il caso emblematico. Quegli investimenti non erano semplicemente edilizia scolastica: erano infrastrutture per l’occupazione femminile e per la libertà delle famiglie di scegliere.

La denatalità procede di pari passo con i processi di invecchiamento

Eppure l’attuazione ha incontrato forti difficoltà, soprattutto nei territori meridionali più fragili. Questo dovrebbe farci riflettere. Perché se proprio nei territori che hanno maggiore bisogno di servizi è più difficile realizzarli, il rischio è che le risorse destinate a ridurre i divari non riescano a raggiungere pienamente il loro obiettivo. La denatalità non si combatte con la retorica sulla famiglia e neppure chiedendo alle donne di fare più figli. Si combatte creando le condizioni per poterli scegliere. Servono nidi, tempo pieno, servizi di cura, congedi parentali realmente condivisi, congedi di paternità adeguati, case accessibili, lavoro stabile, salari dignitosi e una diversa organizzazione del lavoro. In altre parole: la vera politica demografica è una politica di libertà. Libertà per una donna di essere madre senza rinunciare al lavoro. Libertà per un giovane di costruire il proprio futuro senza dover emigrare. Libertà per una famiglia di vivere nel proprio territorio senza essere penalizzata dalla mancanza di servizi. E allora bisogna fare i conti con il Pnrr.

L’Europa ci ha consegnato un’occasione straordinaria. Ora dobbiamo sapere se l’abbiamo utilizzata per cambiare il Paese oppure semplicemente per spendere risorse e rispettare adempimenti. Serve un Rapporto pubblico Pnrr-Mezzogiorno che dica, con dati verificabili, quanto è stato realmente investito al Sud e quali risultati ha prodotto sull’occupazione, sui servizi, sulle infrastrutture, sulla condizione femminile e sulla capacità dei giovani di costruire il proprio futuro. Perché alla fine il giudizio sul Pnrr non dovrebbe essere: «Quanto abbiamo speso?» ma: «Quanto abbiamo ridotto le disuguaglianze?». E soprattutto: «Abbiamo creato un Paese nel quale una donna possa scegliere liberamente di avere un figlio senza dover scegliere tra maternità e autonomia?» Se la risposta è ancora no, allora la bomba demografica non è esplosa perché non l’avevamo vista. È esplosa perché, pur avendola vista arrivare, non abbiamo avuto il coraggio di rimuovere le cause che la stavano producendo. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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È presidente di Confimpresa Euromed e di Confidi per l’impresa, Imprenditore agrigentino, si batte da anni contro il rigassificatore, in buffer zone Unesco e il metanodotto in area archeologica: che definisce un “progetto folle”, a pochi passi dalla Valle dei Templi, a ridosso della casa di Luigi Pirandello in contrada Kaos.