Può dirsi indipendente un organismo composto in larga misura da chi ha già partecipato alla storia tecnica dell’opera che è chiamato a valutare? Che fine fa la funzione critica della conoscenza, la possibilità che un organismo tecnico contraddica il decisore politico o concluda che un progetto non è sicuro, sostenibile o maturo? A dare il cattivo esempio è stato, negli ultimi anni, il ministro Salvini per “forzare la mano” sul progetto del Ponte di Messina. Con un processo degenerativo: la politica decide preventivamente ciò che vuole realizzare e, invece di sottoporre la scelta a un controllo scientifico indipendente, sceglie, rinnova o ricompone gli organismi tecnici da cui quel controllo dovrebbe provenire. La vicenda del Ponte fa scuola anche con la Commissione tecnica specialistica (Cts) della Regione Siciliana. Il governo Schifani risucchia la Cts nelle dinamiche del sottogoverno. Muore, così, la sua funzione istruttoria e valutativa, propedeutica alle decisioni dell’amministrazione pubblica, su progetti capaci di produrre effetti profondi e talvolta irreversibili su territorio, salute, ecosistemi, paesaggio ed economie locali
◆ L’analisi di AURELIO ANGELINI
► Prima della vicenda siciliana, un caso nazionale aveva già mostrato quanto possa farsi labile il confine tra competenza scientifica, interessi del proponente e indirizzo politico. Nel settembre 2023 il ministro Salvini nominò il Comitato scientifico della società Stretto di Messina, coordinato da Alberto Prestininzi: nove esperti incaricati di consulenza tecnica alla stessa società concessionaria e di pareri sul progetto definitivo, esecutivo e sulle varianti. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, Prestininzi e gran parte degli altri componenti avevano già lavorato al progetto o collaborato con la società, non necessariamente un’incompatibilità giuridica individuale, ma una questione istituzionale ineludibile: può dirsi indipendente un organismo composto in larga misura da chi ha già partecipato alla storia tecnica dell’opera che è chiamato a valutare? L’indipendenza non dipende solo dall’assenza formale di incompatibilità, ma anche dalla distanza critica rispetto al soggetto valutato e dalla trasparenza dei pregressi rapporti professionali: non basta che il controllore sia competente, deve poter agire senza vincoli capaci di alimentare dubbi ragionevoli sulla sua terzietà.
A ciò si è aggiunto, nel luglio 2026, il rinnovo anticipato del Consiglio superiore dei lavori pubblici, disposto dal ministro Salvini prima della scadenza naturale di dicembre, proprio mentre l’organo era chiamato a pronunciarsi su aspetti complessi del progetto del Ponte. Tra i nuovi componenti figuravano Mauro Dolce, già membro del Comitato scientifico della Stretto di Messina, e Giuseppe Roberto Tomasicchio, firmatario di un appello favorevole all’opera. Il ministro ha escluso conflitti d’interesse; resta però una questione di opportunità e credibilità istituzionale. La successione temporale è eloquente: prima si riattiva per legge un progetto voluto dal Governo; poi si costituisce un Comitato scientifico formato in larga parte da chi conosce l’opera per avervi lavorato; infine, si rinnova anticipatamente un organo tecnico dello Stato alla vigilia di un pronunciamento decisivo. Anche quando ogni atto, isolatamente, rientra nelle prerogative formali dell’autorità competente, il loro concatenarsi produce un ambiente tecnico-istituzionale allineato alla decisione politica già assunta, problema che il parere favorevole del Consiglio superiore, espresso il 6 agosto 2026 con numerose prescrizioni, non cancella, imponendo anzi di distinguere legittimità formale e piena autorevolezza sostanziale dell’organo.
È in questo precedente nazionale che va collocata la vicenda della Commissione tecnica specialistica (Cts) della Regione Siciliana: non un episodio isolato, ma lo stesso processo degenerativo. La politica decide preventivamente ciò che vuole realizzare e, invece di sottoporre la scelta a un controllo scientifico indipendente, sceglie, rinnova o ricompone gli organismi tecnici da cui quel controllo dovrebbe provenire. La scienza non viene abolita: resta come apparato di legittimazione, gli esperti restano, i pareri vengono prodotti, ma rischia di scomparire la funzione critica della conoscenza, la possibilità che un organismo tecnico contraddica il decisore o concluda che un progetto non è sicuro, sostenibile o maturo.
La trasformazione della Cts siciliana in una casella da assegnare secondo il manuale Cencelli è la versione regionale della stessa patologia: la Commissione entra nella dinamica del sottogoverno insieme a enti e presidenze da spartire tra i partiti di maggioranza. La competenza si subordina all’appartenenza; l’indipendenza è percepita come ostacolo; il controllo tecnico come intralcio. Quando la politica sceglie non solo gli obiettivi ma anche chi ne certifica la correttezza scientifica, il controllo si trasforma in auto convalida: non si decide più sulla base della conoscenza, ma si seleziona quella più utile a giustificare una decisione già presa, la deriva emersa dalle tensioni interne alla maggioranza del governo Schifani, dove la funzione tecnico-scientifica rischia di diventare una posizione di potere da distribuire secondo gli equilibri di coalizione, anziché un presidio di legalità, precauzione e tutela ambientale.
La Cts non è un ente da spartire
La Commissione non va assimilata agli organismi con cui il governo regionale attua il proprio programma: la sua funzione è istruttoria e valutativa, propedeutica alle decisioni dell’amministrazione, su progetti capaci di produrre effetti profondi e talvolta irreversibili su territorio, salute, ecosistemi, paesaggio ed economie locali. Proprio questa natura tecnica rende indispensabile la sua autonomia: il decisore deve poter decidere sulla base di un quadro conoscitivo affidabile, non di un parere predisposto per compiacerlo. Sottoporla alla spartizione significa alterare il luogo in cui si valutano gli impatti dei progetti, le alternative localizzative, gli effetti su biodiversità, i rischi per salute e sicurezza, il consumo di suolo e la coerenza con la pianificazione territoriale: valutazioni che non appartengono alla maggioranza del momento, ma sono un bene pubblico della collettività: “la natura non si lascia ingannare” (Richard Feynman, Disastro dello Space Shuttle Challenger, 1986).
Il pericoloso equivoco della “produttività”

Il presidente uscente ha insistito sul numero delle pratiche evase, sulla velocità raggiunta e sull’alta percentuale di pareri favorevoli, dati rilevanti (la Cts è passata dal 2022 da 30 a 60 componenti, senza che la produzione media di pareri per componente sia cresciuta), ma che non provano da soli la qualità del lavoro svolto. Una commissione ambientale non va giudicata per la rapidità con cui “sblocca” gli investimenti: il verbo stesso, spesso usato per autoelogio, tradisce l’idea che la valutazione ambientale sia un ostacolo allo sviluppo, anziché lo strumento per verificare se un’opera sia realmente sostenibile e a quali condizioni. La velocità è positiva solo se frutto di un’amministrazione competente; diventa pericolosa quando comprime l’analisi o crea una corsia preferenziale per il proponente. Un’alta percentuale di pareri favorevoli, allo stesso modo, non dimostra da sola qualità scientifica: occorre valutarne la solidità delle motivazioni e il rispetto del principio di precauzione (l’incertezza scientifica non giustifichi mai di procedere comunque, ma imponga semmai maggiore cautela (Dichiarazione di Rio de Janeiro (1992), senza i quali l’autorizzazione diventa una formalità. Misurare una Cts dal numero dei dossier conclusi equivale a giudicare un ospedale dalle dimissioni, senza verificare diagnosi ed esiti delle cure.
Le valutazioni ambientali come bene comune
L’ambiente non è una variabile residuale dello sviluppo economico, ma la base materiale da cui dipendono salute, sicurezza e possibilità delle generazioni future: le valutazioni ambientali tutelano perciò interessi costituzionali e collettivi, non un interesse settoriale. Una valutazione carente produce costi che ricadono sulla società: perdita di biodiversità; dissesto idrogeologico; inquinamento e compromissione del paesaggio, spesso irreversibili. Se l’organismo istruttorio viene catturato dalla politica o dagli interessi economici, viene meno la capacità delle istituzioni di rappresentare chi non siede ai tavoli delle trattative: cittadini, comunità locali, generazioni future ed ecosistemi privi di voce.
L’invadenza di una politica senza conoscenza, la cattura preventiva del controllo
La politica che teme l’autonomia tecnico-scientifica confessa la propria debolezza: un governo autorevole non ha bisogno di commissari compiacenti, ma di valutazioni rigorose per decidere conoscendo rischi e conseguenze. Non si tratta di invocare una tecnocrazia sottratta alla democrazia, la scienza non sostituisce la decisione politica, ma di lasciarle delimitare ciò che è scientificamente sostenibile, rendendo esplicite le incertezze e impedendo che convenienze elettorali e pressioni economiche siano spacciate per dati oggettivi. La lottizzazione della Cts non richiede peraltro ordini espliciti: il condizionamento più efficace è preventivo. Se nomina e permanenza dei componenti dipendono dal gradimento politico, si genera conformismo istituzionale, il valutatore conosce le aspettative del decisore e vi si adegua anche senza direttive formali; basta scegliere chi difficilmente formulerà un parere sgradito. Le conseguenze sono profonde: i pareri perdono credibilità, aumenta il contenzioso, i tecnici indipendenti vengono scoraggiati e gli investimenti restano esposti a instabilità amministrativa e giudiziaria. La cattura politica della valutazione tecnica non accelera i processi economici: produce decisioni più fragili e costi pubblici più elevati.
Un declino istituzionale, prima ancora che ambientale
Il dato più allarmante non è che diversi partiti aspirino a controllare presidenza e composizione della Commissione, ma che questa pretesa venga descritta come componente ordinaria della “partita dei sottogoverni”: un organismo di valutazione tecnico-scientifica su opere di enorme rilievo, equiparato alle altre nomine da distribuire per gli equilibri di coalizione. È il segno di un declino in cui la competenza non legittima più l’incarico, ma deve risultare compatibile con la spartizione. La Sicilia, territorio di straordinari valori naturali ma anche di elevata vulnerabilità climatica e forti pressioni speculative, avrebbe bisogno di una Cts particolarmente autorevole e indipendente: trasformarla in pedina del risiko politico significa disarmare la Regione proprio mentre crescono complessità e irreversibilità delle decisioni. Non basta dunque sostituire un nome con un altro.
Occorre sottrarre strutturalmente la Commissione alla lottizzazione, rendendo pubblici e verificabili criteri di selezione, curricula, incompatibilità, conflitti d’interesse e risultati dell’attività svolta, disciplinando durata degli incarichi e revoche affinché la continuità della funzione non dipenda dal gradimento politico. La questione decisiva non è chi controllerà la Cts, ma se debba essere controllata da qualcuno oppure messa nelle condizioni di esercitare, con responsabilità e trasparenza, il controllo tecnico-scientifico che l’ordinamento le affida. Se anche la valutazione ambientale diventa materia di spartizione, non viene occupata solo una presidenza: viene sottratta alla collettività una garanzia fondamentale. Una politica che, per non incontrare ostacoli, abolisce nei fatti l’indipendenza della conoscenza non diventa più forte. Diventa semplicemente più cieca, più arrogante e più pericolosa. Occorre che, per la disposizione delle cose, il potere arresti il potere (Montesquieu, De l’esprit des lois (1748).
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Cosa sostiene la Corte Costituzionale (sentenza n. 116/2006)
Pronunciandosi sul caso Ogm, la Consulta ha affermato che l’imposizione di limiti alla libertà di iniziativa economica in nome della tutela ambientale e sanitaria può essere giustificata costituzionalmente solo sulla base di indirizzi fondati sulla verifica dello stato delle conoscenze scientifiche e delle evidenze sperimentali acquisite, tramite istituzioni e organismi, di norma nazionali o sovranazionali, a ciò deputati, dato l’essenziale rilievo che, a questi fini, rivestono gli organi tecnico scientifici (richiamando la precedente sentenza n. 282 del 2002). La Corte Costituzionale sancisce il livello di principio costituzionale, che la legittimità stessa delle limitazioni imposte a tutela dell’ambiente e della salute dipende dalla qualità e dall’affidabilità degli organi tecnico-scientifici che producono le relative valutazioni. Se gli organismi vengono “occupati” politicamente, viene meno il presupposto stesso di legittimità costituzionale delle decisioni che su di essi si fondano, non è solo un problema di buona amministrazione, ma tocca la base costituzionale del potere di limitare diritti e libertà in nome della tutela ambientale. © RIPRODUZIONE RISERVATA
