Tra le quisquilie su woke tricolore, costo della vita e disuguaglianze sociali il dibattito sulla leadership della coalizione che dovrebbe battere il centro destra della Meloni si intensifica. L’americanizzazione delle campagne elettorali degli ultimi trent’anni hanno prodotto anche questo: l’assillo di dover personalizzare le sfide fra i contendenti, mettendo in secondo piano i contenuti per vincere le elezioni. Memore della consegna del Paese alla peggiore destra con le divisioni dell’ultima contesa per il rinnovo del parlamento, il bisogno del centro sinistra di non replicare il bis del 2022 si scontra con la difficoltà di circoscrivere le contese fratricide. Tra Conte e Schlein c’è una terza possibilità? Volendo spaccare il capello in quattro ce n’è più di una. Purché si stabilisca da subito dove finisce il gioco: a sfogliar tutti i petali della margherita si finisce per restare col solo gambo in mano  


◆ L’intervento di FABIO BALOCCO

Tra Elly Schlein e Giuseppe Conte Giorgia Meloni è l’avversaria politica da battere

Il contributo di Battista Gardoncini del 26 agosto si presterebbe a plurime considerazioni. Ma non ho voglia di dare la stura ai ricordi di quanto il M5S sia un partito del tutto inaffidabile o di quanto la politica della signora Schlein sia gradita pressoché solo alla medioalta borghesia. Sarebbe come rubare le caramelle ai bambini o sparare sulla Croce Rossa criticare i due maggiori partiti di opposizione. Piuttosto quello che si presta ad essere criticato dell’articolo è la sua chiusa, che personalmente ritengo sorprendente: «Un candidato terzo, come potrebbe essere a mio avviso Pierluigi Bersani, avrebbe maggiori probabilità di ricompattare il centro sinistra e di ricacciare nelle fogne i fascisti che ci governano». Non metto in dubbio che Bersani avrebbe questa capacità, ma mi domando: che credibilità potrebbe dare un Bersani ad una coalizione di “centro sinistra” (di sinistra non ne parliamo neppure)? 

Pierluigi Bersani, vediamo per cosa è passato alla storia (ma forse per uno come lui “passare alla storia” è una locuzione grossa). Ve li ricordate i decreti Bersani? Il Decreto Legislativo n. 114 del 31 marzo 1998 sulla liberalizzazione del commercio ha avuto il grande demerito di non salvaguardare le peculiarità dei nostri centri storici e di ridurli a gentrificazioni e paninoteche. Detto altrimenti: c’è modo e modo di liberalizzare. Altro decreto Bersani, il Decreto Legislativo n. 79 del 16 marzo 1999 inaugurò in Italia (prima in Europa, si badi bene) la liberalizzazione del settore elettrico, di fatto affossando la più grande riforma di sinistra mai realizzata in Italia, e cioè la creazione dell’Enel, ente pubblico economico. Mi si potrebbe eccepire che “ce lo chiede l’Europa”, e io potrei rispondere: ma come mai si è tanto solleciti ad attuare le liberiste riforme europee in alcuni campi e a ignorarle in altri? Cito a puro titolo di esempio le gare per i balneari. 

Pierluigi Bersani intervistato da Andrea Scanzi alla festa de l’Unità dello scorso anno

Ma andiamo oltre: reca la firma di Bersani la provincializzazione del Parco dello Stelvio dell’anno 2013, e questo perché? Per barattare la stessa con il pugno di voti che avrebbe garantito l’Svp nelle elezioni politiche dello stesso anno. Ma andiamo ancora oltre e vediamo che reca la firma di Bersani la prefazione al libro “Tav sì. Dati, numeri e motivi per realizzare un’opera fondamentale per l’Italia e l’Europa” di Esposito e Foietta. L’AV Torino- Lione, la madre di tutte le porcate, che ha distrutto, sta distruggendo e forse distruggerà un vasto territorio solo ed esclusivamente per compiacere il partito delle costruzioni, in barba alle previsioni trasportistiche del tutto contrarie all’opera. Ciliegina sulla torta, in barba ad una politica che lo ha da sempre caratterizzato e che nulla aveva a che fare con la sinistra, il buon Bersani con la sua faccia facciosa (Schulz docet) ha avuto l’ardire di farsi intervistare nel docufilm di Riccardo Milani del 2023 “Io, noi e Gaber”. Ovviamente in un’osteria (forse di Bologna), davanti ad un bicchiere di vino rosso, quasi a ricordare una inesistente identità comunista (?). Dio mio, già mi vedo il povero Gaber rivoltarsi nella tomba. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Nato a Savona, risiede in Val di Susa. Avvocato (attualmente in quiescenza), si è sempre battuto per difesa dell’ambiente e problematiche sociali. Ha scritto “Regole minime per sopravvivere” (ed. Pro Natura, 1991). Con altri autori “Piste o pèste” (ed. Pro Natura, 1992), “Disastro autostrada” (ed. Pro Natura, 1997), “Torino, oltre le apparenze” (Arianna Editrice, 2015), “Verde clandestino” (Edizioni Neos, 2017), “Loro e noi” (Edizioni Neos, 2018). Come unico autore “Poveri. Voci dell’indigenza. L’esempio di Torino” (Edizioni Neos, 2017), “Lontano fa Farinetti” (Edizioni Il Babi, 2019), “Per gioco. Voci e numeri del gioco d’azzardo” (Edizioni Neos, 2019), “Belle persone. Storie di passioni e di ideali” (Edizioni La Cevitou, 2020), "Un'Italia che scompare. Perché Ormea è un caso singolare" (Edizioni Il Babi, 2022). Ha coordinato “Il mare privato” (Edizioni Altreconomia, 2019). Collabora dal 2011 in qualità di blogger in campo ambientale e sociale con Il Fatto Quotidiano, Altreconomia, Natura & Società e Volere la Luna.