Tra qualche passo in pattino e un gelato a Boccadasse, la Palma d’oro accetta il nostro invito a raccontare che uomo c’è dietro l’interprete di “Dogman” e quali incontri ha fatto nella vita. «Tanti incontri, avventure ma anche disavventure. Per me l’amicizia è sempre stata sacra e spesso tendo a fidarmi facilmente, così sulla mia strada ci sono stati Santi ma anche Demoni… con la D maiuscola. Oggi li ringrazio comunque, e sempre, perché senza di loro la mia anima non sarebbe stata tanto sensibile e pronta a cogliere le sfumature che alcuni ruoli richiedono». E dell’Odissea di Nolan che ne pensi Marcello Fonte? «È stato un supplizio vederlo. Tutto urlato, esagerato. Gigantismo in tutti i sensi. Mi sono sentito travolto. Ma c’era proprio bisogno di farlo così?»
◆ L’intervista di ANNALISA ADAMO AYMONE con MARCELLO FORTE, attore e regista

► “Un variegato all’amarena per cortesia”. La voce squillante e inconfondibile di Marcello Fonte occupa tutto lo spazio di una piccola e storica gelateria in riva al mare di Boccadasse. Dopo un’estenuate giornata di lavoro offre il gelato a tutta la squadra di operatori del film che sta girando insieme a lui in Liguria. Qualcuno lo riconosce e lo ferma. “Sei Marcello vero? Dogman”. E sì è proprio lui. La Palma d’oro che conquistò il mondo interpretando il toelettatore per cani del film di Matteo Garrone. Chi può dimenticarlo. Quando iniziamo a parlare di una possibile intervista siamo già seduti uno di fronte all’altro sulle punte di un pattino fermo sulla spiaggia, di fronte alla gelateria, gremita di giovani seduti a gruppi sui piccoli e grandi ciottoli che compongono quel lembo semi circolare.
Dopo un po’ di chiacchiere Marcello Fonte mi offre una sedia di plastica conquistata con un salto felino dopo che qualcuno l’ha abbandonata. Gentile, premuroso e sorridente non si è arreso facilmente al mio “no, grazie! Preferisco il pattino”. Nella sua insistenza è stato facile scorgere un uomo di altri tempi che crede ancora in valori sempre più rarefatti nelle società contemporanee. Nessun cerimoniale, Marcello è vero. Si capisce subito. Rassegnato ad occupare la sedia – oramai proprio lì davanti a me – per fare più comodamente l’intervista, la occupa con rassegnata indulgenza di fronte al mio errore nel non aver accettato il suo regalo. Se di lui è stato scritto tutto e più di tutto, Marcello Fonte spinge a riflessioni sempre diverse, non solo sul cinema ma sulla vita. In effetti non è la prima volta che ci incontriamo ma è la prima volta che entro nel suo mondo al fine di scriverne un pezzo.
«Da te mi aspetto che parli non di Marcello Fonte la Palma d’oro, ma di Marcello Fonte l’uomo, perché credo che in tutti questi anni in pochi abbiano colto chi sono veramente», mi dice perentorio, mentre i nostri gelati si sciolgono nell’afa tormentosa dell’estate. «Va bene, ci sto – rispondo prontamente – ma ti ho scrutato ben bene nei giorni scorsi, mentre giravi il film, cogliendo molti tratti del tuo carattere e della tua visione non solo del cinema ma in generale sul mondo», gli annuncio con amichevole franchezza. «E sì dai, basta con questa Palma d’oro! Chi è Marcello?». Impossibile non riderci su. È chiaro che quest’uomo mentre improvvisa ti costringe a non improvvisare il banale.
— Partiamo dal tuo rapporto con Roma, ti va?
«Certo che mi va», risponde sorridendo mentre il resto del gruppo se ne sta in disparte a parlare del girato odierno. «Roma è la mia città. Tra ombre e luci l’ho sentita subito totalmente mia. Dopo che mio fratello, l’architetto, mi ha chiesto di venir su a Roma dalla Calabria, dove avevo vissuto sino al ‘90 con la mia famiglia, non l’ho più voluta lasciare. Malgrado tutte le incertezze e le difficoltà sentivo che quello era il mio posto e che l’arte era i mio destino. Ho vissuto in una piccolissima cantina che avevo organizzato, abbellito e sistemato come un fortino. Perché è stato necessario essere veramente forte per non crollare in certi momenti, di fronte alla grande città, all’incertezza e alla precarietà dei primi lavori fatti parallelamente ai primi ruoli da comparsa».
— L’uomo Marcello Fonte che incontri ha fatto nella sua vita? chiedo aspettando che si apra un po’ di più.
«Tanti incontri, avventure ma anche disavventure. Per me l’amicizia è sempre stata sacra e spesso tendo a fidarmi facilmente così sulla mia strada ci sono stati Santi ma anche Demoni… con la D maiuscola. Oggi li ringrazio comunque, e sempre, perché senza di loro la mia anima non sarebbe stata tanto sensibile e pronta a cogliere le sfumature che alcuni ruoli richiedono».
— Sembra che alla fine persino quando qualcosa è andato storto, tu abbia saputo capitalizzare non solo la lezione ma avere molta compassione per coloro che ti hanno deluso, ostacolato, tradito, abbandonato o dimenticato ma anche per te stesso, per le tue debolezze o per le tue incapacità? Risponde prima annuendo e piegando la testa. A palpebre quasi chiuse mi dice: «Ringrazio per ogni cosa, bella e brutta. Non sarei quello che sono senza il tutto che ho vissuto. Oggi che sono padre, mi accorgo che attraverso mio figlio vivo degli stati di gioia incommensurabili e i sentimenti che sperimento con lui mi stanno cambiando giorno dopo giorno».
Il gelato è bello che finito. Ragazzi in costume fanno il bagno di mezzanotte decretando il fascino notturno e invitante della piccola baia circondata dalle case colorate dei pescatori e dai locali a insegne ormai spente dei ristoranti e dei pub.
— Mi dici che cosa pensi dell’interpretazione dell’attore visto che da quello che mi stai raccontando attingi a piene mani dal bagaglio della vita?
«Per me il cinema non è una macchina. Vai lì davanti la camera e reciti. Per me ci deve essere un grande spazio per l’improvvisazione. Il mio corpo, tutto deve far vivere il personaggio. Deve modellarsi e modellare l’ambiente per far nascere quel personaggio senza rimanere ingabbiato troppo nella meccanica ripetizione delle battute delle sceneggiature. Sceneggiature che troppo spesso sono carenti. Ecco perché imparo a memoria la sceneggiatura, tutto ciò che devo, ma poi voglio il tempo di dimenticarla prima di un film, affinché il mio inconscio elabori una versione più autentica. L’improvvisazione di alcuni gesti, parole o sguardi è ciò che rende me un vero attore e il personaggio un uomo vero. I grandi registi sanno che bisogna far fare all’attore l’attore per tirare fuori l’anima di chi si vuole rappresentare».
— Tu hai anche una regia alle spalle con ‘Asino vola’, intendi fare altre regie?
«Assolutamente sì. Fare la regia non solo mi piace molto ma penso di avere anche una certa inclinazione. E poi mi piacerebbe fare un film dove recito la parte di un regista che grida e si dimena sul set. Sarebbe bellissimo mi toglierei molte soddisfazioni».
Marcello ride e guarda il suo cellulare. In un messaggio è arrivata la convocazione sul set alle 8 dell’indomani. Ormai si è fatto tardi e l’intervista volge al temine. Quando comincio l’ultima domanda siamo rimasti veramente in pochi in spiaggia e due turiste in costume nero intero, appena uscite dal mare, fanno scorrere l’acqua delle docce a cielo aperto per togliersi di dosso la salsedine.
— In un momento di pausa mentre giravi oggi a Genova – gli chiedo con la consapevolezza che quelle sue grandi mani nei capelli rivelano una gran voglia di andare a dormire – hai iniziato ad improvvisare un duetto, lontano dai riflettori e dalla macchina da presa, con un altro degli attori del cast. Solo il mio telefonino a riprendervi. Ho avuto l’impressione che sei uno che ama coltivare il proprio giardino interiore, anche nei momenti più improbabili, con quella illogica allegria che coinvolge tutti quelli che ti sono vicino. Non è così?
Il suo sguardo si ravviva un po’ di più, come se avessi toccato un argomento scottante, e mi risponde alzandosi dalla sedia nello stesso tempo in cui io lascio il mio comodo pattino rosso. «Mio padre, giù in Calabria, ha coltivato per tanti anni un giardino che non era il suo. Ha piantato alberi da frutto, ortaggi e spezie. Un giorno il proprietario l’ha rivendicato e mio padre ha perso tutto il suo lungo e faticoso lavoro per rendere quel giardino produttivo. E anche se per me è stata una grande lezione, nel tempo anch’io ho fatto lo stesso. Ho coltivato il giardino interiore altrui pensando di ravvivare un paesaggio arido e bisognoso di cure. E così come è successo a mio padre le rivendicazioni non sono mancate. Oggi, con quella mia illogica allegria, coltivo solo il mio giardino interiore e se gli altri, in qualche modo e in qualche forma, ne hanno beneficio ne sono molto contento».
Guadagniamo la passerella e lentamente risaliamo. Anche per la squadra di operatori la giornata volge al termine perché all’indomani con un altro ciak si ricomincia presto. Dopo tante settimane da quella sera sulla spiaggia lo chiamo. Non ce la faccio a non fargli l’ultimissima domanda di questa meditata intervista.
— Ti è piaciuto ‘Odissea’ il film di Nolan?
Mi risponde con enfasi: «Per niente, è stato un supplizio vederlo. Tutto urlato, esagerato. Gigantismo in tutti i sensi. Mi sono sentito travolto. Ma c’era proprio bisogno di farlo così?». Ne ero sicura che non l’avesse tanto amato ma volevo esserne certa. A ognuno la propria odissea, viene da pensare. La sua è l’odissea dell’uomo mite. E se l’accordo iniziale di parlare principalmente dell’uomo Marcello Fonte non è tradito in questa intervista, ho l’impressione che manchino ancora tante domande. Persino capitoli. Così ci diamo appuntamento ad un prossimo futuro. © RIPRODUZIONE RISERVATA
