
La domanda di Papa Prevost sposta l’intero dibattito sull’intelligenza artificiale tecnico o economico a un terreno molto più profondo: il terreno del desiderio, della direzione interiore delle scelte, di ciò che una civiltà considera degno di essere perseguito prima ancora di decidere come perseguirlo. È un cambio radicale di prospettiva. “Quale idea di uomo, di società e di futuro vogliamo costruire attraverso questa tecnologia?”. Prima della potenza viene il fine. Prima dell’efficienza viene il senso. Prima dell’algoritmo viene la gerarchia dei valori che orienta il suo utilizzo. L’enciclica “Magnifica Humanitas” del Papa richiama il rischio che una civiltà tecnicamente potentissima possa diventare spiritualmente fragile, capace di moltiplicare strumenti senza più interrogarsi sulle finalità. Una civiltà che delega memoria, orientamento, immaginazione e decisione agli algoritmi rischia di atrofizzare alcune delle sue facoltà più preziose: l’attenzione profonda, la capacità critica, l’interiorità, il dubbio, la contemplazione. Ogni rivoluzione tecnologica, ricorda Prevost, prima ancora che economica, è una scelta di civiltà
◆ L’intervento di ALESSIO LATTUCA
► È il momento di porre l’attenzione sul tema dell’ascesa dell’intelligenza artificiale e sul rischio, ormai concreto, di una concentrazione senza precedenti di potere economico, tecnologico e culturale nelle mani di pochi grandi player della Silicon Valley. Aziende come Anthropic cresciute in tempi rapidissimi fino a raggiungere valutazioni astronomiche, mostrano quanto l’intelligenza artificiale stia diventando il nuovo terreno su cui si ridisegnano gli equilibri globali della ricchezza, dell’informazione e persino dell’influenza politica e sociale. Il tema non riguarda soltanto l’innovazione tecnologica o la competizione economica. Riguarda la democrazia, il lavoro, l’accesso alla conoscenza, la libertà delle persone e il rischio che strumenti destinati a incidere sulla vita quotidiana di miliardi di esseri umani vengano governati da interessi privati sempre più concentrati. Quando pochi soggetti controllano infrastrutture digitali, dati, capacità computazionale e modelli linguistici avanzati, il rischio è quello di una nuova forma di oligarchia tecnologica capace di orientare consumi, informazione, opinione pubblica e perfino decisioni politiche.
Dentro questo scenario assume un significato profondo la riflessione di Papa Leone XIV nella sua prima enciclica “Magnifica Humanitas”, che pone una domanda tanto semplice quanto radicale: «Che cosa amiamo davvero?». Una domanda che sposta l’intero dibattito sull’intelligenza artificiale su un terreno molto più profondo di quello tecnico o economico: il terreno del desiderio, della direzione interiore delle scelte, di ciò che una civiltà considera degno di essere perseguito prima ancora di decidere come perseguirlo. È un cambio radicale di prospettiva. Perché la domanda decisiva non è soltanto “che cosa può fare l’intelligenza artificiale?”, ma “quale idea di uomo, di società e di futuro vogliamo costruire attraverso questa tecnologia?”. Prima della potenza viene il fine. Prima dell’efficienza viene il senso. Prima dell’algoritmo viene la gerarchia dei valori che orienta il suo utilizzo.
In questo modo il Papa sottrae il dibattito alla sola dimensione della competizione tra colossi tecnologici, della produttività o della supremazia economica, e lo riporta dentro una questione eminentemente umana e politica: quali desideri stanno guidando il nostro tempo? Il desiderio di dominio, accumulazione e controllo oppure quello di emancipazione, giustizia e dignità condivisa? La sua riflessione richiama implicitamente il rischio che una civiltà tecnicamente potentissima possa diventare spiritualmente fragile, capace di moltiplicare strumenti senza più interrogarsi sulle finalità. Ed è proprio qui che la questione dell’intelligenza artificiale diventa centrale: una tecnologia tanto pervasiva non si limita a eseguire obiettivi, ma finisce per modellare relazioni sociali, lavoro, linguaggio, conoscenza e perfino il modo in cui gli esseri umani percepiscono sé stessi.
Posto che l’essere umano fiorisca attraverso il limite, attraverso la fragilità, l’attesa, l’incontro reale e persino l’esperienza del conflitto e della mancanza, il rischio dell’intelligenza artificiale non consiste soltanto nel fatto che si possa scambiare una macchina per una persona. Il rischio più profondo è un altro: che si perda progressivamente il desiderio di cercare l’altro. Perché la simulazione può imitare l’ascolto, la compagnia, l’empatia, perfino la conversazione affettiva, ma non costruisce davvero legami. Non conosce reciprocità, vulnerabilità, responsabilità condivisa. E se una società si abitua a relazioni sempre più filtrate da sistemi artificiali progettati per anticipare bisogni, ridurre attriti e offrire gratificazioni immediate, il pericolo è che venga lentamente erosa la tensione umana verso l’incontro autentico, verso ciò che non è prevedibile, controllabile o ottimizzabile.
È anche per questo che l’enciclica sembra proporre implicitamente una vera e propria ecologia del pensiero e delle relazioni: la necessità di custodire spazi deliberati di vuoto, di silenzio, di lentezza, nei quali il pensiero possa maturare senza la continua stampella del calcolo e dell’assistenza algoritmica. Una civiltà che delega costantemente memoria, orientamento, immaginazione e decisione agli algoritmi rischia infatti di atrofizzare alcune delle sue facoltà più preziose: l’attenzione profonda, la capacità critica, l’interiorità, il dubbio, la contemplazione. Quando ogni esperienza viene mediata, suggerita, classificata e ottimizzata da un sistema automatico, anche il desiderio tende a diventare eterodiretto, plasmato da logiche esterne che orientano gusti, emozioni e priorità. La domanda “che cosa amiamo davvero?” diventa allora anche una domanda politica e civile. Perché una società finirà inevitabilmente per investire risorse, ricerca e potere in ciò che considera desiderabile. E se il desiderio collettivo viene ridotto esclusivamente alla velocità, alla rendita e alla concentrazione del potere, allora anche l’intelligenza artificiale finirà per riflettere e amplificare quella stessa logica. Se invece al centro vengono posti la persona, la solidarietà, la libertà, il bene comune e la dignità del lavoro, la tecnologia potrà essere orientata verso una forma più alta di progresso umano.
La questione allora non è soltanto tecnologica ma eminentemente politica. Perché proteggere la possibilità di pensare in proprio significa difendere uno spazio di libertà umana non integralmente colonizzato né dal mercato né dagli automatismi del calcolo. Significa preservare la capacità delle persone di sviluppare giudizio autonomo, coscienza critica e immaginazione sociale. In definitiva, la vera posta in gioco non è se le macchine diventeranno simili agli esseri umani, ma se gli esseri umani finiranno per adattarsi alla logica delle macchine, rinunciando lentamente alla complessità, alla profondità e all’imprevedibilità che rendono autenticamente umana la vita collettiva. Perché ogni rivoluzione tecnologica, prima ancora che economica, è sempre una scelta di civiltà. © RIPRODUZIONE RISERVATA
