Il rischio più grande, oggi, non è l’oblio. È la trasformazione della memoria in un dispositivo innocuo, addomesticato, compatibile con qualsiasi stagione politica. Giovanni Falcone viene evocato da tutti, ma compreso da pochi. Il suo nome è diventato un simbolo trasversale, quasi neutrale, buono per ogni commemorazione ufficiale. Eppure, fu lasciato solo ben prima di essere assassinato. Il magistrato trasformato in icona è rassicurante; il magistrato che denunciava l’intreccio strutturale tra mafia, politica, affari e apparati dello Stato continua invece a essere scomodo. Seguendo il denaro, Falcone seguiva il potere. È forse questa la ragione più profonda della sua persistente scomodità. Non tanto ciò che sapeva, ma ciò che stava dimostrando. Per questo la sua figura continua a essere contesa. La storia italiana è segnata da una lunga opacità: stragismo nero, servizi deviati, logge occulte, convergenze tra criminalità organizzata e settori infedeli delle istituzioni. La parte più viva dell’eredità antimafia è nella capacità di trasformare la memoria in domanda di verità, in esercizio quotidiano di cittadinanza critica


◆ L’analisi di AURELIO ANGELINI

Palermo. 23 maggio 2026. La commemorazione davanti all'”albero di Falcone”

Ogni anno, il 23 maggio, l’Italia si raccoglie attorno alla memoria della strage di Capaci. Le istituzioni depongono corone, i rappresentanti politici pronunciano formule rituali, le televisioni ripropongono immagini ormai scolpite nell’immaginario nazionale: l’autostrada squarciata, il cratere, il silenzio irreale dopo l’esplosione. È il giorno della liturgia civile dedicata a Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e agli uomini della scorta. Ma proprio la ripetizione di questo rito impone una domanda scomoda: quanto c’è di autentico, e quanto invece di profondamente ipocrita, nella celebrazione pubblica della memoria antimafia?

Lasciato solo prima di essere assassinato

Il rischio più grande, oggi, non è l’oblio. È la trasformazione della memoria in un dispositivo innocuo, addomesticato, compatibile con qualsiasi stagione politica. Giovanni Falcone viene evocato da tutti, ma compreso da pochi. Il suo nome è diventato un simbolo trasversale, quasi neutrale, buono per ogni commemorazione ufficiale. Eppure, Falcone non fu mai neutrale. Fu divisivo, contestato, ostacolato. Fu lasciato solo ben prima di essere assassinato. Questa rimozione della complessità è il primo tradimento della memoria. Si preferisce il Falcone santificato al Falcone reale. Il magistrato trasformato in icona è rassicurante; il magistrato che denunciava l’intreccio strutturale tra mafia, politica, affari e apparati dello Stato continua invece a essere scomodo. In vita venne accusato di protagonismo, isolato dentro il Palazzo di Giustizia di Palermo, delegittimato da una parte della magistratura e guardato con sospetto da pezzi delle istituzioni che avrebbero dovuto sostenerlo. Oggi gli stessi ambienti che allora lo contrastavano ne celebrano la memoria con un linguaggio svuotato di conflitto e di verità.

La questione diventa ancora più delicata nell’attuale contesto politico e giudiziario. Le recenti convergenze interpretative tra la Commissione parlamentare Antimafia e alcuni orientamenti investigativi sembrano infatti indicare una tendenza precisa: restringere il perimetro della stagione stragista degli anni Novanta entro una lettura esclusivamente mafiosa, riconducendo tutto agli interessi di Cosa Nostra e al dossier “mafia e appalti” elaborato dal Ros nei primi anni Novanta. Quel rapporto rappresentò certamente un documento importante. Sarebbe irresponsabile negarne il rilievo investigativo. Ma altra cosa è trasformarlo nella chiave esaustiva di lettura delle stragi. Perché una simile operazione rischia di produrre un effetto politico e culturale molto preciso: confinare la strategia stragista dentro il solo orizzonte criminale mafioso, neutralizzando ogni interrogativo sulle convergenze esterne, sui livelli di protezione, sulle complicità istituzionali e sugli intrecci che per decenni hanno attraversato la storia repubblicana.

Palermo 1989. Falcone seguito dalla sua scorta (credit Corriere della Sera/Ap)
Si delimita il movente, si recintano i responsabili

Parliamo chiaro, senza le perifrasi che sono il lusso di chi non ha nulla da dire o troppo da nascondere. Questo anniversario arriva carico di un’inquietudine precisa, geometrica, non casuale. La convergenza – fin troppo armoniosa per essere innocente – tra la Commissione Antimafia presieduta da Chiara Colosimo e il Procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca disegna una traiettoria che non porta verso la verità: la allontana con metodo, con perizia quasi chirurgica. Il baricentro di questa operazione è il rapporto dei carabinieri del Ros su mafia e appalti, datato 1991. Un documento reale, rilevante, ma che nelle mani di chi intende usarlo come orizzonte ultimo dell’indagine diventa uno strumento di contenimento. Si delimita il movente. Si recintano i responsabili. Si costruisce una narrazione che ha il pregio – per chi la costruisce – di riguardare reati ormai prescritti, di non toccare le collusioni istituzionali dei servizi segreti, di non sfiorare certi reparti dell’Arma, di non nominare le colonne stragiste di matrice fascista che nelle sentenze passate in giudicato – quelle di Piazza della Loggia, della stazione di Bologna, degli assassini di Bernardo Mattarella – affiorano con la testardaggine dei fatti accertati. L’obiettivo non è dichiarato, ma leggibile: assolvere per omissione. Fascisti, agenti infedeli, collusi con le stellette. 

Ridurre la stagione delle stragi a un affare interno a Cosa Nostra, ordinato da Totò Riina su sollecitazione di qualche appalto mal distribuito. È qui che il discorso pubblico si fa scivoloso. Se Capaci e via D’Amelio vengono ridotte a una guerra interna allo Stato combattuta da Cosa Nostra per ragioni economiche e giudiziarie, come si spiegano allora le bombe del 1993? Quale logica meramente “mafiosa” giustifica Firenze, Milano, Roma? Quale interesse strettamente legato agli appalti può spiegare gli attentati ai luoghi d’arte, alle basiliche, ai simboli del patrimonio culturale nazionale? E ancora: come interpretare il progetto di attentato allo Stadio Olimpico, l’idea di colpire indiscriminatamente decine di carabinieri, oppure le ipotesi destabilizzanti emerse in quegli anni sul terreno del terrorismo diffuso? Sono interrogativi che non possono essere liquidati come suggestioni dietrologiche. La storia italiana è segnata da una lunga continuità di opacità: stragismo nero, servizi deviati, logge occulte, convergenze tra criminalità organizzata e settori infedeli delle istituzioni. Le sentenze definitive sulle stragi della strategia della tensione hanno accertato responsabilità e connessioni che per anni erano state derubricate a fantasie complottiste. Ignorare questo contesto significa mutilare la comprensione della Repubblica italiana.

La memoria pubblica come anestesia collettiva

Per questo il problema non riguarda soltanto il passato, ma il presente della democrazia. Ogni volta che la complessità delle stragi viene semplificata fino a diventare un racconto chiuso e rassicurante, si compie un’operazione politica: si riduce la portata eversiva di quella stagione. Le stragi smettono di apparire come un attacco sistemico allo Stato democratico e vengono trasformate in episodi criminali circoscritti, privi di connessioni con i grandi equilibri di potere del Paese. La memoria pubblica diventa allora una forma di anestesia collettiva. Si commemora Falcone senza raccoglierne davvero l’eredità. Si celebra il magistrato, ma si evita accuratamente di interrogarsi sulle condizioni che resero possibile il suo isolamento. Si parla di legalità in termini astratti, senza affrontare la dimensione economica e politica delle mafie contemporanee.

Eppure, la mafia di oggi non coincide più soltanto con l’immagine militare e sanguinaria di Totò Riina. Le organizzazioni criminali hanno cambiato pelle. Operano nei mercati finanziari, nel ciclo degli appalti pubblici, nella gestione dei flussi economici, nella corruzione amministrativa, nell’economia digitale. Penetrano silenziosamente dentro le fragilità sociali e produttive del Paese. La loro forza non dipende soltanto dalla violenza, ma dalla capacità di costruire relazioni stabili con pezzi dell’economia legale e della politica. Di fronte a questa trasformazione, l’impressione è che la risposta dello Stato sia spesso insufficiente, frammentata, priva di una visione strategica. Le commemorazioni abbondano; meno evidente appare invece la volontà di affrontare il nodo strutturale del rapporto tra criminalità organizzata e potere economico. Il linguaggio pubblico sull’antimafia rischia così di ridursi a retorica civile, a esercizio moraleggiante privo di conseguenze reali.

Profanazione della memoria ed eccesso di retorica

Falcone, al contrario, aveva compreso che la mafia non era un fenomeno folkloristico né una semplice emergenza criminale. Aveva intuito che Cosa Nostra rappresentava un sistema di potere capace di interagire con segmenti della politica, dell’imprenditoria e delle istituzioni. La sua grandezza investigativa stava proprio nell’aver introdotto un metodo fondato sulla ricostruzione delle reti economiche e relazionali del potere mafioso. Seguendo il denaro, Falcone seguiva il potere. È forse questa la ragione più profonda della sua persistente scomodità. Non tanto ciò che sapeva, ma ciò che stava dimostrando. Per questo la sua figura continua a essere contesa. Da un lato c’è il Falcone istituzionalizzato, trasformato in simbolo consensuale e innocuo. Dall’altro c’è il Falcone autentico, quello che obbliga ancora oggi a interrogarsi sulle zone grigie della Repubblica.

Le cinque vittime della strage del 23 maggio 1992

La profanazione della memoria non avviene soltanto attraverso il silenzio o il depistaggio. Avviene anche attraverso l’eccesso di retorica. Quando le parole diventano rituali vuoti, quando l’antimafia si trasforma in un linguaggio di circostanza, il rischio è che la commemorazione serva più a tranquillizzare le coscienze che a produrre consapevolezza critica. E tuttavia, dentro questo scenario ambiguo, esiste ancora un elemento che impedisce alla memoria di essere completamente sequestrata dal potere simbolico delle istituzioni: la presenza di migliaia di giovani, studenti, associazioni, cittadini che continuano a leggere Falcone non come un santino civile, ma come un metodo. È lì che sopravvive la parte più viva dell’eredità antimafia. Non nella celebrazione retorica, ma nella capacità di trasformare la memoria in conflitto democratico, in domanda di verità, in esercizio quotidiano di cittadinanza critica. Perché il 23 maggio non è soltanto una ricorrenza. È una domanda ancora aperta sulla qualità della nostra democrazia. Una domanda che riguarda il rapporto tra verità e potere, tra giustizia e ragion di Stato, tra memoria e convenienza politica. Ed è forse proprio questo il punto più difficile da accettare: Falcone non appartiene davvero a chi lo celebra una volta l’anno. Appartiene a chi continua a porsi le domande che la sua morte ha lasciato irrisolte. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Leggi senza pubblicità. Aiutaci a restare liberi

Dona ora su Pay Pal

IBAN

Sociologo dell’Ambiente e del Territorio. È presidente del Comitato Nazionale per l’Educazione alla Sostenibilità Agenda 2030. Coordinatore Nazionale di Movimento Ecologista. È stato professore ordinario di Sociologia dell'Ambiente e del Territorio presso l'Università Kore di Enna, preside di facoltà e coordinatore del Dottorato di ricerca in "Contesti, ambienti e stili di vita per la salute e il benessere". Ha insegnato all'Università di Palermo: Sociologia Urbana; Ecologia; Diritto dell’Ambiente; Politiche di Tutela dell’Ambiente; Sociologia delle Migrazioni. Nell'università Iulm di Milano: Politica del territorio e dell’ambiente; Ambiente e sviluppo sostenibile. In Sicilia, fa parte del Comitato scientifico dell’Autorità di Bacino ed è stato presidente della Commissione Tecnica Specializzata per le valutazioni ambientali. Dirige la Collana della FrancoAngeli: Benessere Ambiente e Salute e la rivista scientifica Culture della Sostenibilità.