L’autore dell’Inno dei Lavoratori è Amintore Galli da Talamello, il comune dell’Alta Val Marecchia in Romagna. Nelle due ultime decadi dell’Ottocento esso procurò grossi guai al «compositore di opere pregiatissime». Per sfuggire alla repressione, il Maestro Galli fu costretto a firmarsi Zenone Mattei. Era stato diffidato dalle autorità e costretto a ritirare tutte le 300 copie in vendita del suo Canto. Spese così 120 lire «una cifra che gli sembrava del tutto esagerata». La “poesia in musica” era firmata da Filippo Turati e, nel 1886, il canto venne eseguito per la prima volta nel Lodigiano. Fu subito apprezzato in tutta Italia: «affascinava col suo ritmo nervoso e incalzante e col suo pathos intensamente emotivo: protestatario e anche provocante», scriveva don Teodoro Onofri in un piccolo e prezioso libricino dedicato al Maestro Galli. Grazie alle parole del leader del Partito Operaio Italiano, quel canto esprime ancora la sua stringente attualità, come in questa quartina: «Guerra al regno della guerra,/ morte al regno della morte;/ contro il dritto del più forte,/ forza amici, è giunto il dì». Oggi il canto non apre più, come nei decenni dopo la Liberazione dal nazifascismo, le Feste del Primo Maggio. Nella piazza di Talamello sì, è avvenuto anche quest’anno

◆ L’articolo di CESARE A. PROTETTÍ
► Non è dato sapere se e dove, il Primo Maggio scorso, è stato eseguito l’Inno dei Lavoratori scritto da Filippo Turati e musicato da Amintore Galli. Di sicuro (ho le prove) è stato eseguito nella piazza di Talamello, il comune dell’alta Val Marecchia, in Romagna, dove il Maestro è nato il 12 ottobre del 1845. Sulla sua casa natale (ora abitata da mio cugino Lanfranco, quello che conserva i cimeli garibaldini della famiglia) campeggia ancora una targa, affissa nel 1953 dalla municipalità: «Amintore Galli, compositore teorico critico musicale di opere pregiatissime ed altre composizioni varie tra le quali L’Inno dei Lavoratori, in questa casa ove nacque i suoi concittadini posero a ricordo».
Certo l’inno, che compie ora 140 anni, è caduto in disuso e pochi ormai lo conoscono, ma di sicuro qualcuno ricorda ancora l’euforia romantica delle prime parole:
«Su, fratelli, su compagne,/ su venite in fitta schiera,/ sulla libera bandiera/ splende il sol dell’avvenir».
E quelle del ritornello, certo enfatico, ma sicuramente capace di scaldare le anime nella seconda metà dell’Ottocento:
«Il riscatto del lavoro/ de’ suoi figli opra sarà:/ o vivremo del lavoro/ o pugnando si morrà».
Un inno che, anche nella tomba, forse fa ancora agitare il Maestro, perché gli procurò guai grossi. Galli venne diffidato dalle autorità e costretto a ritirare tutte le 300 copie in vendita del suo Canto. Spese così 120 lire per ritirare quelle 300 copie, «una cifra che gli sembrava del tutto esagerata», si legge nel volume di grande formato “Amintore Galli, musicista e musicologo” (Nuove edizioni, 1988, pag. 190) nel quale compare anche lo sfogo con l’amico Massari: «Inno, ma quanto mi costi!». Eppure l’inno, eseguito per la prima volta nel Lodigiano nel 1886, fu subito apprezzato in tutta Italia: «affascinava col suo ritmo nervoso e incalzante e col suo pathos intensamente emotivo: protestatario e anche provocante», scriveva don Teodoro Onofri in un piccolo e prezioso libricino dedicato al Maestro, nel quale citava il musicologo Alfredo Bonaccorsi, compilatore del Dizionario Musicale Curci, che lo definiva “musicalmente il più bell’inno italiano”. E comunque, grazie alla penna di Filippo Turati, quel canto ha ancora la sua stringente attualità. Prendiamo, per esempio, questa quartina: «Guerra al regno della guerra,/ morte al regno della morte;/ contro il dritto del del più forte,/ forza amici, è giunto il dì».
Quell’inno, però, «recò molti danni morali e materiali al suo compositore», che pure aveva cercato di evitarli preferendo firmarsi come Zenone Mattei. Non era viltà. Amintore, d’altra parte, proveniva dalle fila dei garibaldini, come il presidente del Consiglio, Francesco Crispi. E, come Antonio Protettì, il trisavolo di Lanfranco, aveva militato, da volontario, nel Corpo guidato da Garibaldi nella Campagna del Trentino del 1866, nel quadro della Terza Guerra d’Indipendenza. Altro che viltà… Per il giovane Turati, spinto da idee socialiste, invece, in quel 1866 l’inno doveva servire a galvanizzare le masse popolari e lavoratrici sull’impiego delle donne e dei fanciulli nelle fabbriche e nei campi, e sensibilizzare il governo su questi aspetti. Eppure proprio in quel 1866 la Camera respinse un disegno di legge per la libertà di sciopero.
Un anno prima, nel 1885, la giovanissima Anna Kuliscioff, lasciato Andrea Costa che a Milano, con Labriola, Cavallotti e Bissolati aveva costituito una forte avanguardia di ideologia socialista, si era invaghita di Filippo Turati, «che prese fuoco come un fiammifero, accompagnandosi a lei» – scrive Luigi Inzaghi, citando Luigi Pasquini, in un capitolo dell’ampia monografia su Amintore Galli. Turati fu rapito dalla «bellezza armoniosa di Anna, dagli occhi grigio-azzurri nella grande orbita ambrata e lo sguardo diritto, profondo che veniva dalla sua anima, trasfondendo un’onda inebriante nelle persone che essa credeva degne di sé». Comunque doveva avere anche un caratterino: quando, nei congressi di partito i compagni la indicavano come la signora Turati, lei rimbeccava: «Io non sono la signora di nessuno: sono semplicemente Anna Kuliscioff».
Non era viltà, quella di Amintore Galli, nel firmare con uno pseudonimo l’Inno e nel non rivelarsi come autore negli anni successivi. Il clima era cambiato da quando, nel 1880 la Corte di Cassazione stabilì che l’associazione internazionalista era da considerarsi come una vera e propria associazione di malfattori. Ma il culmine si raggiunse nel 1894 quando una sentenza della Corte di Cassazione dichiarò che l’Inno dei lavoratori violava l’art. 247 del codice penale ed era passibile di condanna chiunque lo cantasse o lo pubblicasse. Intanto le leggi anti-anarchiche di Crispi colpivano tutte le associazioni di ispirazione socialista. «I sequestri – si legge nel recente saggio di Andrea Montemaggi “Amintore Galli e l’inno dei lavoratori. Successo e castigo” – toccarono il ridicolo perché nelle perquisizioni si giunse a sequestrare come propaganda socialista persino l’Eneide di Virgilio, il Paradiso perduto di Milton e La secchia rapita del Tassoni».
Il saggio di Montemaggi riporta addirittura due pagine e mezza dei fatti di rilevanza penale legati all’Inno dei lavoratori e alla sua esecuzione o pubblicazione in tutta Italia: arresti di “contadini cantori” nell’Oltrepò pavese, altri assolti a Polesine parmense, arresti di “giovani ragazze infilatrici di perline” a Venezia, dove il 5 novembre 1907 venne anche impedito il canto provocando per reazione tumulti con una bimba ferita. Arresti e condanne che sicuramente pesarono sulla salute di Amintore Galli, morto a Rimini l’8 dicembre 1919. «Fu uomo di grande fede cristiana, che frequentava la chiesa senza riserve», scrisse di lui don Teodoro Onofri nella sua monografia. E Alfredo Panzini: «O buon o mite Amintore Galli, la musica del tuo Inno non sarà proprio bella, ma è terribile: o almeno fa un effetto terribile. Quella nota che cresce e poi si squarcia come un uragano nel verso Splende il Sol dell’Avvenir è di un effetto indiscutibile». Proprio così: la musica di quel verso è come un uragano. © RIPRODUZIONE RISERVATA