Con oggi, 3 maggio, abbiamo consumato tutte le risorse naturali che gli ecosistemi sono in grado di rigenerare nell’arco di un anno. Il nostro Overshoot Day (giorno del superamento) arriva dopo appena 123 giorni di calendario, tre giorni prima rispetto all’anno scorso. L’indice fissato scientificamente dal Global Footprint Network non è una previsione vaga, è una contabilità brutale: spendiamo più natura di quanta ne possediamo e questa contabilità non misura soltanto l’inquinamento misura un modello di vita, il modo in cui produciamo, mangiamo, ci muoviamo, compriamo, buttiamo. Secondo il programma ambientale delle Nazioni Unite, oltre un miliardo di pasti viene buttato ogni giorno nella spazzatura; in Italia secondo Eurostat sprechiamo circa 8,1 milioni di tonnellate di cibo l’anno, 554 grammi a persona a settimana e, in valore, circa 7 miliardi di euro con oltre 5 milioni di tonnellate di cibo sprecato. Possiamo cambiare strada? Sì, ogni giorno con il carrello della spesa, con il piatto in tavola, con l’auto che scegliamo di prendere o non prendere, con l’energia che consumiamo, con gli oggetti che compriamo. Noi siamo quelli che costruiscono la “domanda”, un potere nostro che dobbiamo imparare ad esercitare nel concreto

L’insostenibilità della proiezione dei nostri consumi attuali nel 2030. Sotto il titolo, foto di Rutgers University

◆ Il commento di VITO AMENDOLARA, presidente nazionale Osservatorio Dieta Mediterranea  

Il 3 maggio 2026 l’Italia entra in debito ecologico. Da questa data, secondo il Global Footprint Network, il nostro Paese avrà consumato le risorse naturali che gli ecosistemi sono in grado di rigenerare nell’arco di un anno. Tutto ciò che verrà dopo sarà consumo a credito: credito sottratto alla natura, alle generazioni future, ai nostri figli. Nel 2026 il nostro Overshoot Day (giorno del superamento) arriva dopo appena 123 giorni, tre giorni prima rispetto al 2025, mentre in Germania arriva il 10 maggio, nel Regno Unito il 22 maggio, in Spagna il 4 giugno. L’Italia si allinea alla media dell’Unione Europea, fissata anch’essa al 3 maggio ma non è una bella notizia.

L’Overshoot Day non è una previsione vaga, non è l’ennesimo allarme ambientale, come quello celebrato il 22 aprile scorso (giornata Mondiale della Terra), è una contabilità brutale: spendiamo più natura di quanta ne possediamo e questa contabilità non misura soltanto l’inquinamento misura un modello di vita, il modo in cui produciamo, mangiamo, ci muoviamo, compriamo, buttiamo. Misura la distanza tra il nostro benessere apparente e il costo reale che scarichiamo sugli ecosistemi, Un esempio per tutti, lo spreco alimentare. 

Nel mondo, secondo l’Unep (United Nation Environment Programme), oltre un miliardo di pasti viene buttato ogni giorno, in Italia secondo Eurostat sprechiamo circa 8,1 milioni di tonnellate di cibo l’anno, lo spreco alimentare domestico italiano, secondo Waste Watcher International ammonta a 554 grammi a persona a settimana e, in valore, a circa 7 miliardi di euro con oltre 5 milioni di tonnellate di cibo sprecato. È una vergogna ambientale, economica e morale, perché produrre cibo che poi finisce nella spazzatura significa consumare acqua, suolo, energia e lavoro inutilmente. Tutto questo avviene ahimè nel mentre una parte del mondo spreca e l’altra fa fatica ad avere accesso a un’alimentazione dignitosa. Si stima che anche l’8% della popolazione mondiale – circa 673 milioni di persone – abbia sofferto la fame nel 2024 secondo il rapporto dell’Onu. 

E allora? Forse per cominciare a dare una prima risposta all’Overshoot Day potremmo partire dalla nostra quotidianità, dal “mondo” all’interno del quale decidiamo le nostre scelte. Dalla cucina di casa per esempio, fare la lista della spesa, comprare il necessario, rispettare la stagionalità, recuperare gli avanzi, non confondere «da consumarsi preferibilmente entro» con «da buttare il giorno dopo», valorizzare i prodotti locali, ridurre gli imballaggi inutili: sembrano gesti piccoli, ma sono politica quotidiana, sono le nostre scelte che non sono neutre perché contribuiscono concretamente a formare quei numeri che ci vengono rappresentati sempre più in maniera spaventosa.

L’inversione di tendenza è possibile, aderendo ad uno stile di vita e ad un modello alimentare sancito dall’Unesco nel riconoscimento della Dieta Mediterranea. Che non è solo una dieta ma uno stile di vita che punta in particolare alla sobrietà, al rispetto dell’ambiente, della biodiversità e della stagionalità dei prodotti; esalta la convivialità che, coniugata con una costante attività motoria, determina quello stile di vita sano che tutela la salute, attuando concretamente la prevenzione primaria. Più legumi, cereali integrali, frutta, verdura, olio extravergine d’oliva, frutta secca; più pesce, meno eccessi e meno prodotti ultraprocessati, meno consumo compulsivo di prodotti lontani dalla nostra tradizione alimentare. In definitiva rispetto dell’Ambiente e della nostra stessa salute. 

Ma non basta chiedere l’adozione di uno stile di vita sano ai cittadini, serve una responsabilità collettiva. Le istituzioni devono introdurre l’educazione alimentare e ambientale come materia curricolare nelle scuole, i Comuni devono favorire mense scolastiche e pubbliche  sostenibili, mercati locali, riduzione degli sprechi, mobilità dolce, verde urbano e, a sua volta, la grande distribuzione deve smettere di trasformare il consumo in una corsa permanente all’eccesso utilizzando spesso in maniera subdola una pubblicità ingannevole capace di influire sullo stato emozionale di ciascuno snobbando la vulnerabilità degli adolescenti 

Ogni giorno  con il carrello della spesa, con il piatto in tavola, con l’auto che scegliamo di prendere o non prendere, con l’energia che consumiamo, con gli oggetti che compriamo siamo quelli che costruiscono la “domanda”, un nostro potere del quale non abbiamo contezza e che ci viene svilito “dall’offerta” di un Sistema che punta ad una economia del profitto, costruita sulla crescita smodata priva di etica. Serve un nuovo paradigma: meno ossessione per il Pil, più attenzione al Progresso reale, perché non basta misurare quanto produciamo e consumiamo; bisogna misurare il benessere che produciamo, quanta salute proteggiamo, quanto futuro lasciamo ai nostri figli. Si chiama Bes – Benessere Equo Sostenibile – sancito nella legge del 4 Agosto 2016 n.163: “Rispolveriamola”.

Il Global Footprint Network ci dice che se l’Umanità continuasse a consumare risorse al ritmo attuale, avremmo bisogno di 1,8 Pianeti Terra, se tutti vivessero invece come la popolazione italiana, avremmo bisogno di circa 2,9 Pianeti Terra, che non abbiamo a disposizione. Marte, Giove, Saturno non sono in grado di “soddisfare i nostri desiderata”. L’Overshoot Day dovrebbe diventare una “giornata Nazionale della Responsabilità”, non una celebrazione, ma una sveglia, perché ogni giorno anticipato è una sconfitta, ogni giorno recuperato, invece, è un atto di civiltà compiuto a favore delle future generazioni. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Delegato confederale Coldiretti di Bari, precedentemente con lo stesso incarico a Reggio Emilia. Già direttore regionale della Coldiretti Campania, è attualmente presidente dell’Osservatorio Dieta Mediterranea e vicepresidente della “Federazione europea sulla sicurezza sanitaria e sicurezza animale”, con delega alla sicurezza alimentare. Membro dell'Accademia dei Georgofili e componente della Task Force della Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori: Benessere e Nutrizione. È componente dell'Advisor Board della European Lifestyle Medicine Organization di Ginevra. Docente a contratto presso le università Parthenope e Federico II di Napoli. Giornalista pubblicista e accademico della Cucina italiana, nominato dal Presidente Sergio Mattarella Ufficiale della Repubblica.