La maggior parte dei 190 miliardi di euro di contributi europei stanziati dall’Europa per l’Italia era in, particolare, destinata ad eliminare il divario, le disuguaglianze e le criticità di cui soffre i nostro Paese a partire dalla “Questione Meridionale”. Un’azione così avanzata, che per la prima volta ha registrato una nuovo approccio solidale di Bruxelles, si è rivelata un bluff. Ed oggi appare, quantomeno, incompiuta. Una parte significativa del contributo europeo è sotto forma di prestito e una quota rilevante di quelle risorse si trasformerà in debito pubblico, che graverà sulle prossime generazioni. Di per sé, il debito pubblico non è un male in assoluto. Diventa tale quando non produce crescita. La scadenza per spendere i fondi è alle porte e un bilancio è d’obbligo. Quando una grande operazione pubblica non riesce a ridurre le disuguaglianze territoriali, finisce per alimentarle. E quando il Sud continua a restare indietro, non è il Sud a perdere: è l’Italia intera che cresce meno

◆ L’intervento di ALESSIO LATTUCA
► C’è una verità che fatica a trovare spazio nel dibattito pubblico: il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) è stato pensato non solo come un programma di investimenti, ma come una vera scommessa sul futuro del Paese. Una scommessa che riguardava soprattutto il Mezzogiorno. Posto che la maggior parte dei contributi era in, particolare, destinata ad eliminare il divario, le disuguaglianze e le criticità di cui soffre a partire dalla “Questione Meridionale”. Ma un’azione così avanzata che per la prima volta ha registrato una nuovo approccio solidale, si è rivelata un bluff ed oggi appare, quantomeno, incompiuta.
Perché il punto non è se le risorse siano state stanziate. Il punto è che la mission di destinazione e le condizionalità sono state tradite. E che non esistono evidenze su dove siano finite, con quali tempi e con quali effetti reali su infrastrutture, pil, parità di genere, disoccupazione giovanile e femminile, povertà educativa. All’Italia sono stati assegnati oltre 190 miliardi di euro, di cui una parte significativa sotto forma di prestito. Questo significa una cosa molto semplice: una quota rilevante di quelle risorse si trasformerà in debito pubblico, che graverà sulle prossime generazioni e soprattutto di quelle meridionali. È un fatto. Ma non è, di per sé, l’unico problema. Posto che il debito pubblico non sia un male in assoluto. Ma occorre considerare che diventa tale quando non produce crescita. Ed è qui che il ragionamento si fa più scomodo.
Il Pnrr e il più ampio strumento europeo Next Generation Eu sono considerati una svolta storica giacché, per la prima volta nella storia dell’Unione Europea, la Commissione Europea è stata autorizzata a emettere titoli di debito (bond) sui mercati per finanziare un programma comune, garantiti dal bilancio Ue. Se l’atto di solidarietà europea per diverse ragioni avesse realmente colmato il divario infrastrutturale tra Nord e Sud, e avesse – con dati pubblicati – generato gli effetti programmati (con precise condizionalità da parte dell’Ue) su occupazione giovanile e femminile e aumento del Pil, oggi parleremmo di un investimento lungimirante: più infrastrutture materiali e immateriali, più impegno per la povertà educativa, più ferrovie, più connessioni, più sviluppo, più Pil. In altre parole, più capacità di ripagare quel debito nel tempo. Ma così non è stato. O, almeno, non ancora.
Il Mezzogiorno continua a scontare ritardi storici. Le grandi opere ferroviarie procedono lentamente, spesso ridimensionate, talvolta spostate su altri capitoli di spesa. Nemmeno i fondi per gli asilo nido e per la piantumazione di alberi sembrerebbe siano atterrati. E mentre si celebrano i cantieri aperti, si evita di dire che una parte consistente degli interventi è stata rinviata o trasferita su fondi ordinari, come il Fondo Sviluppo e Coesione, cioè proprio quello destinato al Sud. Il risultato è un paradosso che dovrebbe interrogare la politica, tutta: il debito è nazionale e, quindi, di tutti i cittadini, ma i benefici restano diseguali. Prestito più politico che efficace, si è rivelato un fardello per l’economia italiana, la terza più grande del continente europeo e l’ottava a livello mondiale.
Il Pnrr, presentato come un salvagente per il nostro sistema economico, ha in realtà aggravato il debito del paese. Questo prestito, che dovrà essere rimborsato con interessi, rappresenterebbe un debito tossico per l’Italia. In questo scenario, il rischio non è solo economico, ma anche democratico. Perché quando una grande operazione pubblica non riesce a ridurre le disuguaglianze territoriali, finisce per alimentarle. E quando il Sud continua a restare indietro, non è il Sud a perdere: è l’Italia intera che cresce meno. Lo hanno ricordato più volte istituzioni come la Banca d’Italia e la Svimez: senza un riequilibrio infrastrutturale, il Paese (diseguale) non potrà esprimere il suo potenziale. Il Pnrr avrebbe dovuto essere il punto di svolta. Oggi rischia di diventare l’ennesima occasione mancata.
Sembrerebbe che non tutto sia perduto. Ci sono cantieri aperti e alcuni interventi potrebbero produrre effetti positivi. Ma dalle evidenze i progetti programmati sono marginali, il tempo stringe, la scadenza è imminente e la domanda resta: saremo in grado di trasformare questa massa di risorse in crescita reale e diffusa? Perché, in fondo, è questa la misura del successo o del fallimento del Pnrr. Non i miliardi spesi, ma il Paese che lasceremo dopo. Se tra dieci anni avremo un’Italia più moderna, più connessa e meno divisa, allora quel debito sarà stato un investimento. Se invece le disuguaglianze resteranno intatte, allora sì: avremo semplicemente trasferito un peso sulle spalle di chi verrà dopo, senza aver costruito abbastanza per sostenerlo. E questa, più che un’occasione mancata, sarebbe una gravissima, precisa responsabilità politica. © RIPRODUZIONE RISERVATA
