La legge sulla tutela delle minoranze linguistiche ho compiuto 25 anni ma, per i “figli del vento”, fu rinviato tutto a tempi migliori, sulla base di un impegno scritto in Parlamento. Un impegno, a tutt’oggi, disatteso. Qualche giorno fa la Lega di Salvini ha pensato di riempire un vuoto con una proposta di legge in cui propone il riconoscimento della lingua romena tra le lingue minoritarie d’Italia, accanto alle dodici già riconosciute con la legge approvata nel 1999. Peccato che la lingua non è il romeno, come dice il vicepremier, ma il romanes o romanì, l’antico idioma indoeruopeo, affine al sanscrito, parlato storicamente dai Sinti e dai Rom. Una “imprecisione” voluta per cercare voti nella comunità romena, la principale comunità presente in Italia? E perché dopo il discusso provvedimento sull’antisemitismo non occuparsi del diffuso antiziganismo?


◆ L’analisi di VALTER GIULIANO

Roma, 26 marzo 2026. Il ministro delle Infrastrutture e Trasporti Matteo Salvini durante la conferenza stampa della Lega alla Camera per il riconoscimento della comunità romena come minoranza linguistica nazionale

▶︎ La realtà a volte supera davvero la fantasia. Sembrava un pesce d’aprile e invece era proprio vero. La Lega, con l’ineffabile ministro Salvini, ha presentato una proposta di legge in cui propone il riconoscimento della lingua romena tra le lingue minoritarie d’Italia. Una proposta semplicissima, ha illustrato: nel testo della legge n.482/99 aggiungere dopo slovena una virgola e la parola romena. Pura propaganda elettorale senza alcuna possibilità di essere accolta. Unicamente uno spot per strizzare l’occhio allo comunità straniera maggiormente presente nel nostro Paese. La lingua romena, con tutta evidenza, non può essere considerata lingua storica presente in Italia. Altrimenti bisognerebbe aprire le procedure per un altro provvedimento aperto a tutte le decine di lingue e idiomi arrivati con i recenti flussi migratori. 

La legge vigente sulle minoranze linguistiche, attesa cinquant’anni con battaglie e rinvii spesso ingiustificati e accesi dibattiti parlamentari, non ha fatto altro che dare attuazione al dettato degli artt. 3 e 6 della Carta Costituzionale – fortemente voluti sulla base delle indicazioni della Carta di Chivasso e sostenuti in quella sede da Pippo Codignola – che fanno riferimento alle minoranze linguistiche storicamente presenti nel nostro Paese. Vide la luce nel dicembre 1999 riconoscendo dodici lingue: Francese, Occitano, Francoprovenzale, Friulano, Ladino, Tedesco, Sloveno, Sardo, Catalano, Albanese / Arbëreshë, Grico, Croato. Per loro la legge garantisce l’esercizio, paritario all’italiano, nei pubblici uffici, prevede percorsi scolastici e spazi nel servizio pubblico radiotelevisivo. Cose che peraltro, tranne nelle Regioni a Statuto speciale, non sono mai state messe in atto. Una delle tante leggi disattese e inattuate.

Manifestazione di Sinti e Rom per l’affermazione dei loro diritti umani e sociali

Va semmai stigmatizzato che nella discussione parlamentare, pur prendendo atto della sua esistenza, si ritenne di escludere la lingua dei Sinti e dei Rom, il romanes o romanì.  Altro che romeno. Quella è la lingua storicamente presente e praticata nella penisola. A giustificazione, venne addotto il fatto che il criterio adottato per le altre lingue minorizzate, la territorialità, non poteva essere applicato a un popolo che si definisce nomade. I figli del vento, dunque, sarebbero stati il soggetto di un successivo specifico provvedimento legislativo. Consapevole della necessità di non escludere la tredicesima lingua dal riconoscimento, il Parlamento assunse l’impegno di tornarci al più presto. Impegno scritto nei resoconti del dibattito parlamentare. Mai mantenuto. Portato via dal vento. A oltre 25 anni di distanza, quelli che vengono volgarmente chiamati “zingari” attendono il riconoscimento per il loro antico idioma indoeruopeo, affine al sanscrito. Praticato in poesia, letteratura, musica. Rom e Siti sono l’unica minoranza non tutelata e continuano a essere discriminati rinnovando stereotipi oggi in gran parte superati. Permane invece nel nostro Paese un forte antiziganismo diffuso, secondo dati recenti nell’83% della popolazione.

La Commissione Europea contro il Razzismo e l’Intolleranza (Ecri, emanazione del Consiglio d’Europa) ha richiamato l’Italia per una serie di situazioni non in linea con diritti che dovrebbero essere universalmente tutelati. Scrive la Commissione Europea: «Le autorità dovrebbero adoperarsi per affrontare la difficile situazione abitativa dei Rom, tra l’altro assicurando che i Rom che potrebbero essere sfrattati dalle loro case (a causa delle condizioni al di sotto degli standard o della loro ubicazione in insediamenti irregolari) godano di tutte le garanzie previste dalle norme internazionali, in particolare che siano avvisati con largo anticipo dello sgombero previsto, che beneficino di un’adeguata protezione giuridica e che non siano sfrattati senza la possibilità di essere ricollocati in un alloggio dignitoso; cooperando più strettamente con gli enti locali competenti e sostenendoli finanziariamente per fornire alloggi sociali sufficienti ai membri vulnerabili della comunità Rom». E ancora: «Le autorità dovrebbero tempestivamente commissionare uno studio completo e indipendente con l’obiettivo di individuare e affrontare qualsiasi pratica di profilazione razziale da parte delle forze dell’ordine che riguardi in particolare i Rom e le persone di origine africana, alla luce della Raccomandazione di Politica Generale n. 11 dell’Ecri sulla lotta al razzismo e alla discriminazione razziale nell’ambito delle attività di polizia e della Raccomandazione generale n. 36 del Comitato delle Nazioni Unite per l’eliminazione della discriminazione razziale sulla profilazione razziale da parte delle forze dell’ordine».

Per il recente passato la “profilazione” da parte delle Forze dell’ordine nei confronti di Sinti e Rom è conclamata e documentata a partire dalla cosiddetta “Emergenza nomadi” del secondo governo Berlusconi (2008) che con Decreto autorizzava il censimento delle popolazioni nomadi nei campi, compreso il rilievo delle impronte digitali anche sui minori. Per fortuna fu dichiarato illegittimo dal Consiglio di Stato. Che nei confronti del popolo dei caminanti ci sia discriminazione lo si evince anche dalla legge istitutiva della Giornata della memoria che escluse il Porajemos, lo sterminio programmato dai nazifascisti che coinvolse oltre 500 mila “zingari”. Si sono semplicemente dimenticati che il folle progetto sulla questione razziale si intitolava “Soluzione finale degli ebrei e degli zingari”. Viene da chiedere a chi, con giusta solerzia, si è recentemente occupato di antisemitismo se non senta il medesimo impeto etico-morale di considerare eguale riguardo nei confronti dell’antiziganismo che sembra rappresentare una piaga ancor più lacerata e lacerante nel comune sentire degli italiani. 

Una discriminazione che pare invece destare poca attenzione. Più comodo continuare a trattare l’argomento come materia di sicurezza, problema sociale, in sintonia con un governo che impiega la persecuzione e la punizione nei confronti delle diversità, senza sforzo alcuno per politiche di comprensione, convivenza, integrazione. Queste sono le differenze di visione che il centro sinistra dovrebbe evidenziare nell’approccio alla visione di società futura che si persegue. Affermando che si tratta dell’unica sostenibile e praticabile se non si vuole un conflitto permanente che la repressione non è in grado di governare senza assurgere a dimensioni illiberali, autocratiche o dittatoriali. Constatare e accogliere questa dimensione, con l’impegno di lavorare per superarla, rappresenta l’unica strada per procede a una integrazione dei doveri come esperienza comune e condivisa di cittadinanza in uno Stato di diritto verso il quale vanno accompagnati anche coloro cui va, tuttavia, garantito di mantenere il diritto una propria identità. Purché sia affermata senza conflitto con la società di oggi e le regole di convivenza che ci si è dati e che vanno condivise da tutti i protagonisti. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista professionista, dirige il mensile Obiettivo ambiente, il trimestrale Natura e Società e il periodico Studi di museologia agraria. Socio dell’Accademia di Agricoltura di Torino, collabora con numerose testate su temi di politica territoriale, ambientale e agroalimentare.