La lobby delle energie fossili ha preso il comando negli Stati Uniti di The Donald e alimenta il fuoco della Terza guerra del Golfo. Gas e petrolio rischiano di salire alle stelle per impraticabilità — per quanto tempo nessuno può dirlo — del cuore energetico globale nella circolazione degli idrocarburi. Per eterogenesi dei fini, spingerà in avanti la transizione energetica verso le rinnovabili non soltanto in Europa. Intanto, il crollo dell’attenzione sulla mobilità elettrica ha generato forti contraccolpi. Ford ha subìto un calo di 19,5 miliardi di dollari nei suoi profitti per compensare la svolta di Trump, e Tesla ha perso la sua posizione di leader mondiale nella vendita di veicoli elettrici. L’Europa non si è fermata, nonostante le frenate di Von der Leyen, continua ad aggiungere 50-60mila MW di rinnovabili ogni anno, e adesso installa anche le batterie di accumulo. L’Italia di Meloni è in ritardo nello sviluppo di energie rinnovabili, restando a metà classifica europea con il 41,2% di elettricità verde 
◆ L’analisi di GIANNI SILVESTRINI, direttore scientifico del Kyoto Club e di QualEnergia, presidente Exalto
► Secondo il servizio di osservazione dell’Ue, Copernicus, il limite di incremento della temperatura della terra di 1,5 °C come media pluriannuale auspicato a Parigi verrà superato già entro il 2030. Nel 2025, inoltre, il contenuto di calore degli oceani, cioè la quantità di energia che si accumula dalla superficie fino a una profondità di duemila metri, ha raggiunto il livello più alto mai registrato. Si tratta di un segnale molto preoccupante, considerando che gli oceani assorbono oltre il 90% del riscaldamento causato dalle attività umane. Malgrado il susseguirsi di dati allarmanti, l’attenzione sull’emergenza climatica si è ridotta notevolmente.

Basta vedere l’evoluzione delle tematiche affrontate al World Economic Forum di Davos. Sei anni fa, Larry Fink, amministratore delegato di BlackRock, un gruppo che gestisce patrimoni per 14 mila miliardi di dollari, si era speso per mobilitare Wall Street nella lotta al riscaldamento del pianeta, promettendo di trasformare la finanza. «Ogni governo, azienda e azionista deve affrontare il cambiamento climatico, l’emergenza numero uno del Pianeta», aveva scritto Fink, chiedendo «una radicale riorganizzazione della finanza». In effetti le principali banche, gestori patrimoniali e proprietari di asset del mondo, si erano impegnati a utilizzare parte dei loro trilioni di dollari per cercare di arginare il cambiamento del clima. E ricordiamo che Greta Thunberg, fino a tre anni fa era ancora al centro dell’attenzione di Davos e si scagliava contro i grandi gruppi energetici: «qui si incontrano quelli che distruggono il pianeta».
Oggi la situazione è completamente cambiata. Significativa, ad esempio, la retromarcia di Larry Fink. E le alleanze, come la Net-Zero Banking Alliance e l’iniziativa Net-Zero Asset Managers, che avrebbero dovuto orientare gli investimenti verso l’energia pulita e allontanarli dai combustibili fossili, sono in gran parte fallite. Di fronte alle ricadute della guerra in Ucraina e al ritorno di Trump alla Casa Bianca, Wall Street ha in gran parte abbandonato i suoi impegni sul clima. Il cambio di marcia è chiaramente visibile analizzando i flussi netti di capitale verso i fondi d’investimento che scelgono aziende e titoli basandosi sul rispetto della sostenibilità ambientale e sociale. Così i titoli Esg, acronimo di Environmental, Social e Governance, nel 2024 si erano già ridotti a 32 miliardi di dollari, e nel 2025 hanno visto un disinvestimento netto 57,5 miliardi.
«Queste società si erano iscritte senza avere la minima idea di cosa stessero firmando», ha affermato Paddy McCully, analista di Reclaim Finance, un’organizzazione no-profit che spinge Wall Street ad affrontare il cambiamento climatico. «Si univano al gregge e volevano fare bella figura, ma non hanno mai avuto la minima intenzione di cambiare il loro modello di business». Per di più l’industria del fossile si è scatenata in una maxi-operazione di lobbying con indicazioni agli eletti per leggi ad essa favorevoli. Come ha affermato il nuovo amministratore dell’Epa (Environmental Protection Agency statunitense) Lee Zeldin, «Stiamo conficcando un pugnale dritto nel cuore della religione del cambiamento climatico per abbassare il costo della vita per le famiglie americane, liberare l’energia americana, riportare i posti di lavoro nel settore automobilistico negli Stati Uniti».
Un esempio di questo cambio di passo viene dall’aggiornamento della dichiarazione di intenti di Tesla. Se in precedenza aveva affermato che si impegnava ad «Accelerare la transizione mondiale verso un’energia sostenibile», oggi afferma: «La nostra missione è costruire un mondo di straordinaria abbondanza». Ma l’abbandono dell’attenzione sulla mobilità elettrica ha generato forti contraccolpi. Ford ha subito un calo di 19,5 miliardi di dollari nei suoi profitti per compensare questa svolta e Tesla ha perso la sua posizione di leader mondiale nella vendita di veicoli elettrici.

L’Europa sembra tenere a fatica la barra, con alcune incertezze come nel caso dell’annacquamento dello stop alla vendita di auto a combustione interna dal 2035. Se però guardiamo la trasformazione energetica in atto a livello globale la situazione è più rosea. Come chiarisce Francesco Starace, già amministratore delegato dell’Enel: «Ma quale retromarcia. L’Europa non si è fermata, non ha rinnegato nulla, continua ad aggiungere 50-60mila MW di rinnovabili ogni anno, e adesso si installano anche le batterie. Anche se non vogliamo, la transizione energetica sta avanzando. In Europa e pure in Italia». Vediamo qualche dato. Nel 2024, le fonti rinnovabili rappresentavano il 47,5% del consumo lordo di elettricità nell’Ue, un valore quasi triplo rispetto al 2004 quando la quota era del 15,9%. Nel 2025 la situazione è ancora migliorata malgrado il minor contributo dell’idroelettrico e dell’eolico. Va soprattutto sottolineato che l’elettricità da sole e vento lo scorso anno in Europa hanno coperto il 30% della produzione sorpassando per la prima volta il contributo dell’elettricità da fossili (Fig.1). Anche analizzando gli incrementi d potenza elettrica negli Usa a partire dal 2020 è evidente il crescente contributo del solare, dell’eolico e delle batterie. E il fotovoltaico è diventata la fonte elettrica numero uno nella Ue nel giugno 2025, mese in cui la produzione solare ha fornito il 22% della generazione elettrica totale comunitaria. Il Consiglio dell’Unione europea ha approvato in via definitiva a gennaio la normativa che vieta l’importazione di gas russo nell’Ue entro la fine del 2027. La decisione è stata presa con una maggioranza qualificata, nonostante l’opposizione di Slovacchia e Ungheria.
Dunque l’Europa si avvia ad eliminare la dipendenza dal gas russo. Un buon risultato, peccato che la Ue rischi di cadere in quella del gas statunitense. Nel 2025 l’Europa ha importato più di un quarto del gas dagli Stati Uniti. E, secondo le proiezioni al 2030 di Energy Economics and Financial Analysis, l’import di gas Usa potrebbe raggiungere il 40% del totale. La situazione non è dunque semplice. Una ragione in più per aumentare per spingere con decisione la generazione di elettricità con le rinnovabili e l’impiego di sistemi di accumulo ma anche le misure per l’efficienza energetica. Ad esempio, la diffusione di soluzioni come le pompe di calore per ridurre la domanda di gas nel settore civile.

L’accelerazione della diffusione delle batterie
Secondo il centro studi Ember le batterie stanno iniziando a intaccare la domanda di gas durante le ore serali, quando l’energia a gas tende a raggiungere il picco. In Italia, ad esempio, lo scorso anno le batterie hanno soddisfatto il 3% della domanda serale. Il rapporto sottolinea il potenziale dell’Italia e ricorda l’evoluzione registrata in California, dove tra il 2021 e il 2025, le batterie sono passate a soddisfare dal 3% al 22% della domanda elettrica serale. E siamo solo agli inizi della loro diffusione. I prezzi delle batterie per l’accumulo stazionario hanno raggiunto il valore di 70 $/kWh nel 2025, con un calo del 45% rispetto al 2024. Per la prima volta in assoluto, il prezzo è inferiore a quello delle batterie dei veicoli elettrici (circa 99 $/kWh). Per alcune batterie LFP si è arrivati a 50 $/kWh.
Gli accumuli di grande scala connessi alla rete stanno diventando irresistibilmente attraenti, come dimostra l’ultima asta di Terna che ha evidenziato un rilevante interesse da parte del mercato, con una offerta pari a oltre quattro volte la domanda ed un prezzo medio ponderato di assegnazione pari a 12.959 €/MWh-anno, inferiore del 65% rispetto al premio di riserva. Guardando il quadro mondiale, si prevede un aumento dell’impiego delle batterie del 43% nel 2026, superando i 400 GWh. Il totale cumulativo supererà 1 TWh. Insomma, oltre alla forte crescita delle rinnovabili, l’elemento che garantisce sicurezza alla continua evoluzione del loro contributo deriva dalla disponibilità di sistemi di accumulo sempre meno costosi e dalla prospettiva di sistemi di stoccaggio di lunga durata.

L’Italia rincorre
Il nostro paese ha accumulato molti anni di ritardo nello sviluppo di energie rinnovabili, posizionandosi a metà classifica europea con il 41,2% di elettricità verde a fronte degli ottimi risultati di Germania e Spagna che ottengono il 56% e 57% di elettricità verde. Peraltro, la Spagna è anche l’unico paese europeo la cui economia va a gonfie vele, con una crescita quasi del 3% nel 2025. Negli ultimi anni si è vista finalmente una ripresa del solare. Nel 2025, il forte contributo del fotovoltaico (circa 44,3 TWh) non ha però compensato il lieve calo dell’eolico e, soprattutto, la bassa generazione dell’idroelettrico (quasi 10 TWh in meno su base annua). Terna segnala che l’incremento di capacità rinnovabile nel 2025 è stato di 7.191 MW, portando la potenza totale installata a 83.529 MW. Di questi, ben 57,1 GW provengono da solare ed eolico. Per quanto riguarda il target previsto per il quinquennio 2021-2025, l’Italia ha superato le aspettative di 1.605 MW, confermando l’accelerazione degli investimenti nel settore. Nel corso del 2025, la potenza nominale delle batterie in esercizio è aumentata di 1.743 MW, portando la capacità totale a 17.920 MWh. La crescita è stata sostenuta principalmente dai grandi impianti “utility scale”.
Velocità della transizione
Un elemento che colpisce molto riguarda la rapidità con cui avvengono le transizioni energetiche. Pensiamo all’Ungheria che non aveva solare nel 2025 e che con un incredibile balzo è arrivata dieci anni dopo al 28% della produzione elettrica. Inoltre, la quota del carbone si è dimezzata dal 12% al 6% tra il 2019 e il 2024, accompagnata da un calo del gas dal 25% al 19%. E nel giugno 2025, l’energia solare ha fornito il 42% dell’elettricità dell’Ungheria, stabilendo un nuovo record mensile. Andando in altre parti del mondo, sorprende la velocità con cui si è diffuso il solare nel Pakistan, un paese di 250 milioni di abitanti. Grazie alla riduzione degli iter burocratici e al crollo dei prezzi della tecnologia fotovoltaica e agli alti prezzi delle bollette, è partita una corsa al solare. Attraverso immagini satellitari è stata documentata una proliferazione di pannelli su edifici, magazzini, fabbriche, fattorie. Così una tecnologia, praticamente inesistente qualche anno fa, ha raggiunto installazioni per 33 GW.
Allargando lo sguardo, la transizione in effetti è globale. la prestigiosa rivista Science ha premiato l’inarrestabile crescita delle energie rinnovabili considerandola “Breakthrough of the year”. «L’eolico e il solare sono diventati le energie più economiche in gran parte del mondo», e «il calo dei prezzi ha favorito un’impennata dell’energia solare ed eolica che supera di gran lunga la crescita di qualsiasi altra fonte» in termini di potenza installata e non solo, dato che «nella prima metà del 2025 le fonti rinnovabili hanno generato più elettricità del carbone a livello mondiale». © RIPRODUZIONE RISERVATA
____
Questo articolo sarà pubblicato anche sulla rivista “QualEnergia”
