Seppur condotti per scopi legittimi e benefici, alcuni studi hanno il potenziale di essere usati impropriamente per causare danni significativi a salute pubblica, sicurezza agricola o ambiente. Le ragioni di preoccupazione risiedono nella natura stessa dell’innovazione: una scoperta progettata per il bene può essere deviata per fini illeciti. Si pensi allo sviluppo di agenti patogeni potenziati, di armi agricole o strumenti di controllo delle risorse. La sfida cruciale è bilanciare innovazione e sicurezza. E la via di uscita è investire nell’educazione etica dei ricercatori, fin dalle prime fasi della loro carriera, per valutare i rischi dei loro studi e adottare pratiche di ricerca responsabili. Ciò include la discussione trasparente con esperti di sicurezza e l’implementazione di meccanismi di controllo e mitigazione. Fermare intere aree di indagine, anziché promuovere la gestione responsabile, non solo soffocherebbero l’innovazione per affrontare le sfide globali, ma ostacolerebbero anche il vitale flusso di competenze e talenti tra il settore pubblico e privato

◆ L’analisi di MARIA LODOVICA GULLINO
► La ricerca scientifica è un motore inarrestabile di progresso, ma il cammino verso la conoscenza è costellato di sfide etiche e pratiche. Il concetto di “Dual Use Research of Concern” (Durc) si riferisce a studi che, sebbene condotti per scopi legittimi e benefici, hanno il potenziale di essere usati impropriamente per causare danni significativi a salute pubblica, sicurezza agricola o ambiente. Un’area grigia che richiede un’attenzione etica e normativa crescente per la sua intrinseca ambivalenza e di cui ho già parlato su queste stesse pagine nel giugno del 2024 [leggi qui]. Le ragioni di preoccupazione risiedono nella natura stessa dell’innovazione: una scoperta progettata per il bene può essere deviata per fini illeciti. Il Durc non implica intenti malevoli da parte dei ricercatori, ma la possibilità oggettiva che il know-how, le tecniche o i materiali prodotti siano dirottati. Si pensi allo sviluppo di agenti patogeni potenziati, di armi agricole o strumenti di controllo delle risorse.
Nel campo agricolo e della biologia vegetale, gli esempi abbondano. Lo sviluppo di colture geneticamente modificate o editing genomico (come Crispr) per resistere a specifiche malattie, parassiti o condizioni climatiche avverse, pur essendo cruciale per la sicurezza alimentare globale, potrebbe teoricamente essere rovesciato. Un agente patogeno modificato per distruggere una coltura specifica, o una specie vegetale resa “super-invasiva” e resistente a ogni controllo, potrebbe destabilizzare intere economie o ecosistemi. Anche tecnologie avanzate come la dissalazione dell’acqua, vitale per combattere la scarsità idrica, se controllata o utilizzata impropriamente, potrebbe diventare uno strumento di coercizione o guerra per il controllo delle risorse idriche. Lo stesso vale per la biologia sintetica o la diagnostica avanzata che, se male utilizzate, potrebbero creare o diffondere patogeni letali o armi biologiche impossibili da tracciare.
La sfida cruciale è bilanciare innovazione e sicurezza. Bloccare indiscriminatamente la ricerca per paura del Durc sarebbe un errore con conseguenze incommensurabili. L’umanità dipende dalla scienza per affrontare sfide epocali come la crisi climatica, la sicurezza alimentare e le pandemie. La soppressione della conoscenza non solo frenerebbe progressi vitali, ma ci lascerebbe impreparati di fronte a future minacce naturali o artificiali. La paura non può e non deve essere il freno alla scoperta. La risposta non è il blocco, ma una maggiore consapevolezza, formazione e responsabilità. È fondamentale investire nell’educazione etica dei ricercatori, fin dalle prime fasi della loro carriera. Essi devono essere in grado di identificare autonomamente il potenziale Durc dei loro studi, valutarne i rischi e adottare pratiche di ricerca responsabili. Ciò include la discussione trasparente con esperti di sicurezza e l’implementazione di meccanismi di controllo e mitigazione.
Un rischio non trascurabile emerge anche dalla “terza missione” delle università, ovvero la comunicazione e il trasferimento tecnologico. Se i ricercatori, nel tentativo di divulgare o valorizzare le proprie scoperte, comunicano in modo impreciso, sensazionalistico o senza il dovuto contesto i potenziali rischi o benefici, possono generare fraintendimenti nel pubblico e nei decisori politici. Questo può portare a reazioni eccessive, paure irrazionali o, al contrario, a una sottovalutazione dei pericoli, minando la fiducia nella scienza e spingendo a regolamentazioni inappropriate o blocchi controproducenti.
Solo attraverso una cultura di responsabilità, dialogo aperto e formazione continua, potremo sfruttare il potere trasformativo della scienza, minimizzando al contempo i suoi pericoli latenti e garantendo che il progresso serva sempre il bene comune. A tale riguardo, è fondamentale riconoscere che un blocco indiscriminato della ricerca, seppur dettato da legittime preoccupazioni, sarebbe una risposta non solo inefficace, ma profondamente dannosa. Posizioni che mirano a fermare intere aree di indagine, anziché promuovere la gestione responsabile, non solo soffocherebbero l’innovazione cruciale per affrontare le sfide globali, ma ostacolerebbero anche il vitale flusso di competenze e talenti tra il settore pubblico e privato. Ciò comporterebbe un danno incalcolabile per l’avanzamento scientifico e tecnologico, generando al contempo gravi ripercussioni economiche e precludendo preziose opportunità di carriera per i giovani ricercatori, che rappresentano il capitale umano più prezioso per il futuro del nostro Paese. È quindi imperativo procedere con cautela e saggezza, ma senza mai arrestare la spinta propulsiva della conoscenza. © RIPRODUZIONE RISERVATA
