«Una copertura arborea urbana al 30%, come quella raggiunta da alcune città europee, potrebbe ridurre le morti premature del 9,4% da Pm 2,5, del 7,2% da biossido di azoto e del 12,1% da ozono», sottolinea l’Enea che ha partecipato al progetto “Airfresh”. Uno studio che ha coinvolto 744 centri urbani europei: 50 milioni di abitanti, pari a circa il 25% della popolazione di questi centri. La “Commissione economica per l’Europa delle Nazioni Unite” (Unece) raccomanda la strategia “3-30-300” per raggiungere tre obiettivi specifici: «3 alberi visibili da ogni casa, scuola o luogo di lavoro, 30% di copertura arborea in ogni quartiere e 300 metri di distanza massima della propria abitazione da un parco o da uno spazio di verde pubblico». In Italia la copertura vegetale raggiunge il 30% solo a Napoli (32%), mentre a Milano e a Roma arriva, rispettivamente, al 9% e 24%
► Roma (Red) — Il 5% in più di alberi in città può evitare 5mila morti premature all’anno per patologie cardiocircolatorie. È l’esito di uno studio condotto in più di 700 città di 36 Paesi europei, pubblicato su The Lancet Planetary Health realizzato nell’ambito del progetto europeo Life “Airfresh”. Alla ricerca ha partecipato l’Enea e ha messo in rilievo che si potrebbero evitare fino a 12mila morti l’anno se ogni centro cittadino avesse una copertura arborea di almeno il 30%. I nemici della buona salute e degli ecosistemi in città sono, difatti, le polveri sottili, il biossido di azoto e l’ozono.
Da qui al 2050 si stima che l’80% della popolazione europea vivrà nei centri urbani: «Aumentare la quantità di alberi in città permetterebbe di ottenere benefici simultanei come il miglioramento della qualità dell’aria, la mitigazione dell’effetto isola di calore estiva, la conservazione della biodiversità e, soprattutto, il benessere dei cittadini», ha spiegato Alessandra De Marco, coordinatrice del progetto per l’Enea. Ed è per questa ragione che la “Commissione economica per l’Europa delle Nazioni Unite” (Unece) raccomanda l’adozione della strategia “3-30-300” per aggiungere tre obiettivi specifici: «3 alberi visibili da ogni casa, scuola o luogo di lavoro, 30% di copertura arborea in ogni quartiere e 300 metri di distanza massima della propria abitazione da un parco o da uno spazio di verde pubblico».
Nel 2019, 130 città dei 744 centri urbani europei presi in esame (oltre 50 milioni di abitanti, pari a circa il 25% della popolazione di questi centri) avevano una copertura arborea media superiore al 30%. Attualmente, in Italia la copertura vegetale raggiunge il 30% solo a Napoli (32%), mentre a Milano e a Roma arriva, rispettivamente, al 9% e 24%. «Una copertura arborea urbana al 30%, come quella raggiunta da alcune città europee, potrebbe ridurre le morti premature del 9,4% da Pm 2,5, del 7,2% da biossido di azoto e del 12,1% da ozono. Al contrario, abbattere la superficie alberata fino ad azzerarla comporterebbe un aumento della mortalità: +19,5% da Pm 2,5 (circa 19 mila morti premature in più ogni anno), +15% da biossido di azoto (oltre 5.200 in più) e +22,7% da ozono (circa 700 in più)», sottolinea De Marco.
Il beneficio non sarebbe solo per la qualità dell’aria. Il verde urbano può ridurre la temperatura percepita, mitigando le ondate di calore estive: quella del 2022 ha causato in Europa 62mila morti con un aumento del 4%. Da qui la strategia impostata dall’Unione europea di piantare almeno 3 miliardi di alberi entro la fine del decennio per portare a un aumento significativo della copertura arborea media nelle città. Un obiettivo perseguibile se si attiveranno anche i soggetti privati per piantare cortili residenziali e aree periurbane. Urbanisti e amministratori devono essere incoraggiati, a loro volta, a sviluppare infrastrutture verdi urbane nei vari contesti locali. Per Alessandra De Marco, «questo approccio dovrebbe essere accompagnato da politiche di riduzione delle emissioni e da interventi complementari, come i corridoi di aria fredda o i tetti verdi, per massimizzare i benefici in termini di salute pubblica e qualità della vita, con il risultato di città più sostenibili e resilienti ai cambiamenti climatici nel lungo termine». — (Con la collaborazione dell’Ufficio stampa dell’Enea)
